L’article marketing è stato per anni la scorciatoia preferita da chi voleva visibilità su Google senza costruire niente di proprio: si scriveva un testo, ci si infilavano due link con l’anchor giusto, lo si pubblicava su un portale che accettava contributi esterni e si aspettava che il posizionamento salisse. Funzionava. Nel 2026 non funziona più, e in parecchi casi fa danno. Il problema non è che Google sia diventato cattivo con i contenuti: è che ha smesso di contare i link e ha iniziato a valutarli. Questa guida spiega cosa è cambiato davvero, come capire se la tua strategia è rimasta ferma a dieci anni fa e quali attività hanno preso il posto dell’article marketing classico nel lavoro quotidiano di chi fa SEO per le PMI italiane.
Che cos’è l’article marketing e perché è nato
Partiamo dalla definizione, perché serve per capire il resto. L’article marketing è la pratica di scrivere articoli informativi su temi vicini al proprio business e pubblicarli su siti terzi, inserendo nel testo o nella biografia dell’autore uno o più collegamenti verso il proprio sito. L’obiettivo dichiarato è duplice: farsi conoscere da un pubblico nuovo e, soprattutto, accumulare backlink che spingano il proprio dominio nei risultati di ricerca.
La tecnica nasce nella prima metà degli anni Duemila, quando l’algoritmo di Google si basava in modo molto più diretto sul conteggio dei collegamenti in entrata. Più link ricevevi, più eri autorevole. Più eri autorevole, più salivi. Era una regola semplice, e come tutte le regole semplici è stata sfruttata fino allo sfinimento. Nel giro di pochi anni sono nati centinaia di portali il cui unico scopo era ospitare articoli altrui: nessuna redazione, nessun pubblico reale, nessun criterio editoriale. Solo pagine che esistevano per contenere link.
Chi lavora nel digitale dal 1993, come nel mio caso, ha visto nascere questi portali, li ha visti prosperare e li ha visti morire. È una parabola che si ripete con ogni tecnica che promette risultati sproporzionati rispetto allo sforzo. Vale la pena ricordarlo, perché non è l’unico esempio: gli scambi link, le directory, i commenti sui blog e i forum hanno seguito tutti la stessa traiettoria.
La promessa originale e perché era credibile
Va detto con onestà: negli anni in cui questa tecnica funzionava, funzionava bene. Un’azienda piccola poteva competere con un concorrente molto più grande semplicemente producendo volume. Bastava scrivere trenta articoli, distribuirli su altrettanti portali e nel giro di qualche mese il traffico organico cresceva in modo misurabile. Non serviva un budget importante, non servivano relazioni con la stampa, non serviva nemmeno un sito particolarmente curato.
Questa accessibilità è la ragione per cui la tecnica è entrata così a fondo nella cultura del marketing italiano. Ancora oggi capita di ricevere richieste da imprenditori che chiedono esplicitamente “una campagna di article marketing”, con la stessa naturalezza con cui si ordina un servizio standardizzato. Il termine è sopravvissuto al metodo.
Perché nel 2026 l’article marketing tradizionale non porta più risultati
Ci sono tre ragioni distinte, e conviene tenerle separate perché richiedono risposte diverse. La prima è tecnica e riguarda come Google tratta oggi quel tipo di collegamenti. La seconda è strutturale e riguarda i portali che ospitavano quegli articoli. La terza è più recente e riguarda il modo in cui le persone cercano informazioni.
Google classifica esplicitamente questi link come spam
Questo è il punto che sorprende più spesso i clienti, perché non è una interpretazione: è scritto nero su bianco nella documentazione ufficiale. Tra gli esempi di link spam elencati nelle policy antispam di Google compaiono testualmente i “link con anchor text ottimizzato in articoli, guest post o comunicati stampa distribuiti su altri siti”, come si legge nelle linee guida sullo spam di Google Search Central. Non è una zona grigia. È la descrizione letterale dell’article marketing come veniva praticato.
La conseguenza pratica è che quei collegamenti, nella migliore delle ipotesi, vengono semplicemente ignorati. Nella peggiore contribuiscono a un profilo di backlink che appare artificiale, e un profilo artificiale rende più fragile tutto il resto del lavoro SEO. Abbiamo seguito aziende che avevano accumulato centinaia di link di questo tipo nel corso degli anni e che non riuscivano a capire perché il sito non si muovesse nonostante contenuti onesti e un sito tecnicamente pulito. La zavorra era proprio lì.
Chi ha memoria del settore ricorderà che non si tratta di una novità assoluta. Le penalizzazioni storiche dei link network avevano già mostrato con chiarezza dove sarebbe andata a parare la questione. La differenza è che allora colpivano il singolo network, mentre oggi il modello di valutazione è generalizzato e continuo.
I portali che ospitavano gli articoli hanno perso valore
Il secondo motivo è più semplice da verificare e chiunque può farlo in dieci minuti. Prendi l’elenco dei siti di article marketing che circolava fino a qualche anno fa e controllali uno per uno. Una buona parte non esiste più. Di quelli rimasti, molti non ricevono traffico organico apprezzabile, hanno pagine indicizzate in calo costante e ospitano contenuti di qualità imbarazzante accanto al tuo.
Un link vale in funzione dell’autorevolezza e della pertinenza della pagina che lo ospita. Se quella pagina non riceve visite, non è linkata da nessuno e sta in mezzo ad altri quaranta articoli scollegati tra loro, il valore trasferito tende a zero anche in assenza di qualsiasi penalizzazione. Non serve che Google intervenga: il link è inerte per costruzione.
C’è poi un aspetto che le aziende sottovalutano quasi sempre, ed è il contesto reputazionale. Il tuo articolo, con il nome della tua azienda, resta pubblicato per anni accanto a contenuti su cui non hai alcun controllo. Ho visto testi di studi professionali seri finire nella stessa sezione di pagine su prestiti veloci e integratori miracolosi. Non è un problema di ranking, è un problema di immagine.
La SERP è cambiata e le risposte generiche non ricevono più clic
Il terzo motivo è il più recente. Le pagine dei risultati oggi contengono riassunti generati dall’intelligenza artificiale, pannelli di conoscenza, caroselli di domande correlate. Per la query “article marketing” stessa, Google mostra un riepilogo automatico che risponde alla domanda “che cos’è” prima ancora del primo risultato organico. Un contenuto che si limita a spiegare una definizione, per quanto ben scritto, non ha più spazio: la risposta è già lì sopra.
Questo cambia radicalmente il tipo di contenuto che vale la pena produrre. Non serve più il pezzo che spiega cosa significa un termine. Serve il pezzo che porta un dato che nessun altro ha, un’esperienza diretta, un punto di vista argomentato, un metodo verificabile. Google lo dice esplicitamente quando invita a evitare di produrre “grandi volumi di contenuti su molti argomenti sperando che qualcuno performi” e chiede invece evidenza di competenza di prima mano, come specificato nella guida ufficiale sui contenuti utili e affidabili. Il contenuto generico distribuito in serie è esattamente il contrario di quella indicazione.
Come capire se la tua strategia è ancora ferma al vecchio article marketing
Prima di cambiare rotta bisogna sapere dove ci si trova. Nella nostra pratica quotidiana usiamo una serie di domande diagnostiche che qualsiasi imprenditore può porsi senza strumenti particolari. Non danno un punteggio, danno un’indicazione onesta.
- Il fornitore che ti segue ti manda ogni mese un elenco di URL su cui è stato pubblicato un tuo articolo, senza mai spiegarti perché proprio quelli?
- Gli articoli pubblicati a tuo nome sono firmati da un autore reale e verificabile, oppure da una redazione anonima?
- Se apri quei siti da mobile, li leggeresti volentieri, o ti troveresti davanti a un muro di banner?
- Il testo che è stato pubblicato lo riconosci come tuo, o è una versione generica che potrebbe valere per qualsiasi azienda del tuo settore?
- Nell’ultimo anno, quante visite reali sono arrivate da quei link? Non impression, non “visibilità”: visite.
Se la risposta alla maggior parte di queste domande ti mette a disagio, la diagnosi è chiara. Detto questo, non è il caso di farsi prendere dal panico e cancellare tutto: rimuovere in blocco i vecchi link non è quasi mai la mossa giusta, e in certi casi peggiora le cose. Ne parlo più avanti.
Il test più rapido di tutti
Ce n’è uno che richiede meno di un minuto. Copia una frase del tuo articolo pubblicato e cercala su Google tra virgolette. Se quella pagina non compare tra i risultati, significa che non è indicizzata. Un articolo non indicizzato non trasferisce nulla, non porta traffico e non serve a niente. Capita più spesso di quanto si immagini, e il fornitore raramente lo segnala.
Cosa fare al posto dell’article marketing: le tre direzioni che funzionano
Qui arriva la parte costruttiva. L’obiettivo dell’article marketing era sensato: farsi conoscere e guadagnare autorevolezza agli occhi dei motori di ricerca. Quell’obiettivo resta valido, sono cambiati gli strumenti. Nel lavoro con le PMI italiane le direzioni che danno risultati misurabili sono sostanzialmente tre, e funzionano meglio se combinate.
Primo: contenuti proprietari costruiti come sistema
La differenza tra un blog aziendale e una architettura di contenuti è la stessa che passa tra una pila di mattoni e un muro. Nel primo caso hai venti articoli scollegati che parlano un po’ di tutto. Nel secondo hai un contenuto centrale che presidia il tema principale e una serie di approfondimenti collegati che coprono le domande satellite, tutti legati da link interni pensati. È il principio dell’architettura a pillar article, e cambia completamente la resa dello stesso identico investimento editoriale.
Il vantaggio rispetto all’article marketing è evidente sul lungo periodo. Ogni contenuto che pubblichi sul tuo dominio resta tuo, cresce nel tempo, si può aggiornare, alimenta il resto del sito e non dipende dalla sopravvivenza di un portale terzo. Un articolo pubblicato altrove è un investimento a fondo perduto nel patrimonio digitale di qualcun altro.
C’è un contro da mettere in conto: i tempi sono più lunghi. Un sistema di contenuti mostra i primi segnali dopo qualche mese, non dopo qualche settimana. Chi ti promette il contrario ti sta vendendo qualcosa. La compensazione è che quei risultati, una volta arrivati, si mantengono con manutenzione ordinaria invece di richiedere continue nuove pubblicazioni esterne.
Secondo: guest post selettivi su testate che hanno un pubblico
Il guest post è il parente stretto dell’article marketing, e proprio per questo va maneggiato con attenzione. La differenza non sta nel formato, che è identico, ma nel criterio di scelta della destinazione e nella natura del rapporto. Un guest post ha senso quando la testata ha lettori veri, una linea editoriale riconoscibile e un pubblico che si sovrappone almeno in parte al tuo mercato. In quel caso il collegamento è quasi un effetto collaterale: il valore è l’esposizione davanti a persone competenti.
La regola che applico è semplice e un po’ brutale. Se la pubblicazione non ti interesserebbe nel caso in cui il link fosse in nofollow, allora non ti interessa la pubblicazione: ti interessa solo il link, e quella è esattamente la situazione che le policy di Google descrivono come problematica. Abbiamo approfondito il metodo in una guida dedicata ai guest post come strategia di autorevolezza, dove trovi i criteri di selezione e gli errori più comuni.
Quanti ne servono? Molti meno di quanti si pensi. Cinque collocazioni ragionate su testate pertinenti valgono più di cinquanta pubblicazioni indiscriminate. È lo stesso principio che regola le campagne di link building strutturate, dove la selezione conta più del volume e ogni piazzamento viene valutato singolarmente prima di procedere.
Terzo: digital PR e relazioni con la stampa di settore
La terza direzione è quella che le PMI italiane usano meno e che spesso rende di più. La digital PR consiste nel creare qualcosa che meriti di essere raccontato e nel portarlo all’attenzione di chi racconta: giornalisti di settore, testate verticali, associazioni di categoria, podcast professionali. Il contenuto non lo scrivi tu per farti pubblicare, lo scrive qualcun altro perché ha trovato interessante quello che fai.
Cosa può essere notiziabile per una piccola impresa? Più cose di quante sembrino. Un dato aggregato sui tuoi clienti, presentato in forma anonima e aggregata. Una ricerca su un tema del tuo settore. Una presa di posizione argomentata su una normativa in arrivo. Un caso di studio con numeri verificabili. Un anniversario aziendale raccontato come storia industriale del territorio.
Il comunicato stampa resta lo strumento operativo di questa attività, a patto di trattarlo come un lavoro giornalistico e non come un modulo da compilare. Le strategie per una campagna di comunicati stampa efficaci partono sempre dalla notizia, mai dal desiderio di ottenere un link. Quando l’ordine dei fattori si inverte, il risultato è il comunicato che nessuno pubblica.
Come si misura oggi il ritorno di queste attività
Qui bisogna essere schietti, perché è il punto in cui molti fornitori giocano sull’ambiguità. La vecchia impostazione si misurava contando: quanti articoli, quanti link, quanti portali. Erano metriche comode perché sempre in crescita e sempre positive. Non dicevano nulla sul business, ma facevano un ottimo effetto in un report mensile.
Le attività che funzionano oggi si misurano diversamente e con più fatica. I riferimenti che usiamo nei progetti che seguiamo sono quattro, e nessuno di questi è un conteggio di pubblicazioni.
- Domini referenti unici e pertinenti, non numero di link. Trenta link dallo stesso portale valgono meno di tre link da tre testate diverse e coerenti con il settore.
- Traffico di riferimento reale, misurato in sessioni che arrivano da quelle pubblicazioni. Se un piazzamento non porta nemmeno una visita in sei mesi, il pubblico di quella testata non esiste o non è il tuo.
- Movimento delle query di business, non delle query di marca. Posizionarsi sul proprio nome aziendale non è un risultato, è la normalità.
- Menzioni di marca nelle risposte generative, una metrica nuova che sta diventando rilevante man mano che le persone pongono domande agli assistenti conversazionali invece che al motore di ricerca.
Quest’ultimo punto merita una nota. L’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane sta accelerando in modo netto: secondo i dati diffusi da ISTAT nel report Imprese e ICT del 2025, il 33,1% delle imprese con almeno dieci addetti impiega tecnologie di intelligenza artificiale proprio nell’area marketing e vendite, ed è l’ambito con la crescita più marcata. Significa che una quota crescente delle ricerche sul tuo settore passa attraverso sistemi che sintetizzano fonti invece di elencarle. Essere citati da quelle sintesi dipende dall’autorevolezza percepita del dominio, non dal numero di articoli sparsi in giro. Nel nostro lavoro sull’adozione concreta e misurabile dell’IA per le PMI questo è ormai un tema da mettere sul tavolo fin dalla prima riunione.
Gli errori che vediamo più spesso nelle PMI italiane
Alcuni schemi si ripetono con una regolarità quasi comica. Li elenco così come li incontriamo, con l’accortezza di non fare nomi.
Il pacchetto ereditato. Un’azienda manifatturiera del Nord Italia ci contatta dopo tre anni di contratto con un fornitore che pubblicava dodici articoli al mese su altrettanti portali. Il traffico organico era piatto da trentasei mesi. Analizzando il profilo di backlink emergeva che l’87% dei domini referenti erano portali generalisti senza traffico. Il budget speso in tre anni avrebbe permesso di costruire un intero sistema di contenuti proprietari. Non c’era stata alcuna penalizzazione manuale: semplicemente, quel lavoro non aveva mai prodotto effetto.
La bonifica isterica. All’estremo opposto, chi scopre di avere link problematici e decide di disconoscerli tutti in una notte. Il file di disavow usato male fa più danni dei link che vuole neutralizzare, perché si finisce quasi sempre per includere anche collegamenti buoni. La valutazione va fatta link per link, con criterio, e nella maggior parte dei casi la risposta corretta è non fare nulla e concentrare le energie sulla costruzione di segnali positivi. Su quali interventi abbiano senso e quali siano rischiosi ho scritto una analisi dedicata a cosa funziona e cosa è pericoloso nella link building.
Il contenuto generato in serie. Con gli strumenti generativi disponibili oggi è diventato banale produrre quaranta articoli in un pomeriggio. Alcune aziende hanno riesumato l’article marketing pensando che il problema fosse il costo di produzione. Non lo era. Il problema era il valore del contenuto, e un testo generico prodotto in serie resta generico anche se costa zero. Le policy sull’abuso di contenuti su larga scala sono state scritte esattamente per questa fattispecie.
La confusione tra visibilità e vendite. Capita di trovare aziende soddisfatte perché “siamo su cinquanta siti”, che però non sanno dire quanti contatti commerciali siano arrivati dal canale organico nell’ultimo trimestre. La visibilità che non si traduce in richieste è un costo, non un investimento. Questa è forse la lezione più difficile da far passare, perché il conteggio delle pubblicazioni è rassicurante e il funnel commerciale no.
Il fattore tempo: cosa aspettarsi mese per mese
Una delle ragioni per cui la vecchia impostazione ha resistito così a lungo è che dava soddisfazione immediata. Pubblicavi e il giorno dopo avevi un URL da mostrare. Le attività che la sostituiscono hanno tempi diversi, e conoscerli in anticipo evita la frustrazione che porta ad abbandonare un percorso corretto a metà strada.
Nei primi trenta giorni non succede quasi nulla di visibile, e va bene così. È la fase in cui si fa l’inventario di quello che esiste, si separano i contenuti recuperabili da quelli da archiviare e si sistema quello che sul sito impedisce al resto di funzionare: velocità, struttura delle pagine, problemi di indicizzazione. Molte aziende scoprono in questa fase di avere decine di pagine che Google non ha mai letto. Sistemare quello, da solo, produce spesso il primo movimento.
Tra il secondo e il quarto mese si vede il cambiamento più interessante, e non è il traffico. È il tipo di query per cui il sito inizia a comparire. Se prima ricevevi impression solo sul nome dell’azienda e su ricerche vaghe, e ora inizi a comparire su domande specifiche che un potenziale cliente farebbe davvero, il lavoro sta funzionando anche se il numero di visite si muove poco. È un indicatore anticipatore che leggo sempre prima di tutti gli altri.
Dal quinto mese in avanti il traffico organico inizia a rispondere in modo più netto, e diventa possibile valutare la qualità di quel traffico. Qui la domanda cambia: non più quante persone arrivano, ma quante compilano un modulo, chiamano o chiedono un preventivo. È anche il momento giusto per introdurre le prime attività off-site selettive, perché ha senso portare visitatori su un sito che nel frattempo ha imparato a convertirli.
Va detto con chiarezza che questi tempi non sono garanzie e variano molto in base al settore, alla concorrenza e allo stato di partenza. Un’azienda con un sito sano e un dominio storico si muove più in fretta di chi parte da una situazione compromessa. Chiunque prometta scadenze precise senza aver guardato i dati sta vendendo fiducia, non metodo.
Risorse per approfondire e strumenti utili
Se stai valutando come riorganizzare la parte off-site della tua strategia, ci sono due direzioni di approfondimento che consiglio. La prima riguarda l’impostazione complessiva del lavoro SEO e il modo in cui si costruisce un piano che tenga insieme contenuti, aspetti tecnici e autorevolezza esterna: ne ho parlato nella guida alla consulenza SEO professionale per PMI italiane. La seconda riguarda le fondamenta tecniche, perché nessuna strategia di contenuti compensa un sito lento, mal strutturato o con problemi di indicizzazione: su questo ho raccolto in un libro, “Siti da Incubo”, i casi peggiori incontrati in trent’anni di lavoro, ed è scaricabile gratuitamente.
Sul fronte degli strumenti, per una verifica autonoma bastano Google Search Console per capire quali pagine ricevono impression e clic reali, e una qualsiasi piattaforma di analisi dei backlink per vedere da dove arrivano i collegamenti e con quale anchor text. Non serve un abbonamento costoso per farsi un’idea onesta della situazione.
Riepilogo dei punti chiave
L’article marketing è la pratica di pubblicare articoli su portali terzi per ottenere backlink verso il proprio sito. Nel 2026 non funziona più per tre ragioni indipendenti. Google elenca esplicitamente tra gli esempi di link spam i collegamenti con anchor text ottimizzato inseriti in articoli distribuiti su altri siti, quindi quei link vengono ignorati o pesano negativamente sul profilo complessivo. I portali che ospitavano quei contenuti hanno in larga parte perso traffico o chiuso, rendendo i collegamenti inerti anche senza alcuna penalizzazione. Infine i riassunti generati dall’intelligenza artificiale nella pagina dei risultati hanno azzerato lo spazio per i contenuti puramente definitori. Le tre alternative che danno risultati misurabili sono la costruzione di un sistema di contenuti proprietari organizzato per cluster tematici, i guest post selettivi su testate con un pubblico reale e le attività di digital PR basate su notizie effettivamente notiziabili. Il metro di valutazione cambia di conseguenza: non più numero di pubblicazioni, ma domini referenti pertinenti, traffico di riferimento reale e movimento sulle query di business.
Domande frequenti su article marketing
Che cos’è l’article marketing?
L’article marketing è una tecnica di promozione online che consiste nello scrivere articoli informativi su temi legati alla propria attività e pubblicarli su siti terzi, inserendo nel testo o nella firma dell’autore uno o più link verso il proprio sito. Nasce nei primi anni Duemila con il duplice obiettivo di raggiungere nuovi lettori e accumulare backlink utili al posizionamento sui motori di ricerca. Oggi il termine viene usato in modo ambiguo: può indicare la vecchia pratica di distribuzione massiva su portali generalisti, che non produce più risultati, oppure genericamente la pubblicazione di contenuti a scopo di marketing, che invece resta valida se fatta sul proprio dominio o su testate con un pubblico reale.
L’article marketing è ancora utile nel 2026?
Nella sua forma classica, cioè la distribuzione dello stesso articolo su molti portali che accettano contributi esterni, non è più utile e può essere controproducente. Google indica esplicitamente tra gli esempi di link spam i collegamenti con anchor text ottimizzato inseriti in articoli distribuiti su altri siti. In più la maggior parte di quei portali ha perso traffico o ha chiuso, quindi il link non trasferisce valore neppure quando non viene penalizzato. Restano invece utili le attività che condividono l’obiettivo originario ma cambiano metodo: contenuti proprietari organizzati in cluster tematici, guest post selettivi su testate con lettori veri e digital PR basata su notizie reali.
Qual è la differenza tra article marketing, guest post e digital PR?
La differenza sta nel criterio di selezione e nel rapporto con la testata. Nell’article marketing classico il testo viene distribuito su quanti più portali possibile, senza valutare pubblico o linea editoriale, e l’unico obiettivo è il link. Nel guest post scrivi per una testata specifica, scelta perché ha lettori pertinenti al tuo mercato, e l’esposizione conta almeno quanto il collegamento. Nella digital PR non scrivi tu: crei una notizia, un dato o un caso di studio abbastanza interessante da spingere giornalisti e redazioni a parlarne di propria iniziativa. Il valore cresce passando dal primo al terzo, e cresce anche la difficoltà.
I siti di article marketing gratuiti servono ancora a qualcosa?
Nella quasi totalità dei casi no. Puoi verificarlo da solo con due controlli rapidi: cerca su Google una frase esatta del tuo articolo pubblicato per capire se la pagina è indicizzata, e osserva se il portale riceve traffico organico apprezzabile. Se la pagina non è indicizzata non trasferisce nulla. Se il portale non ha lettori, il link è inerte. C’è poi un aspetto reputazionale spesso trascurato: il tuo contenuto resta pubblicato per anni accanto a materiale su cui non hai alcun controllo, e questo può danneggiare la percezione del tuo marchio più di quanto un backlink possa aiutarlo.
Che cos’è un articolo SEO e in cosa si distingue dall’article marketing?
Un articolo SEO è un contenuto scritto per rispondere in modo completo a una specifica esigenza di ricerca, strutturato con titoli gerarchici, collegamenti interni coerenti e fonti verificabili, e pubblicato normalmente sul proprio sito. L’article marketing riguarda invece la distribuzione di articoli su siti terzi con finalità di link building. La distinzione pratica è il destinatario del valore: l’articolo SEO costruisce patrimonio sul tuo dominio, che puoi aggiornare e capitalizzare nel tempo, mentre l’articolo distribuito altrove arricchisce il sito che lo ospita e resta fuori dal tuo controllo.
Che differenza c’è tra article marketing e content marketing?
Il content marketing è un approccio strategico complessivo che prevede la creazione e la distribuzione continuativa di contenuti utili e coerenti per attrarre e fidelizzare un pubblico definito, con l’obiettivo finale di generare azioni commerciali. L’article marketing è una singola tattica, storicamente orientata all’acquisizione di backlink, che può rientrare in una strategia di content marketing ma non la sostituisce. In altre parole il content marketing definisce a chi parli, di cosa e con quale obiettivo, mentre l’article marketing riguardava soltanto dove pubblicare il testo.
Da dove partire concretamente
Se ti riconosci nella situazione descritta, la sequenza ragionevole è questa. Prima capisci cosa hai: un’analisi del profilo di backlink esistente e delle pubblicazioni fatte negli anni, per distinguere quello che porta valore da quello che è solo rumore. Poi decidi cosa non fare più, che di solito è la parte che libera il budget necessario per tutto il resto. Infine costruisci il sistema di contenuti proprietari, che è la base su cui poggeranno guest post e digital PR nei mesi successivi.
Non aspettarti risultati in quattro settimane e diffida di chi te li promette. Aspettati invece di vedere, entro il primo trimestre, un cambiamento nel tipo di query per cui il sito inizia a comparire, e questo è il segnale che conta davvero. Il resto è una questione di costanza.
Se vuoi capire da dove partire nel tuo caso specifico, la strada più rapida è guardare insieme i dati reali del tuo sito invece di ragionare su ipotesi. Richiedi una consulenza gratuita: parliamo della situazione della tua azienda e di quali attività abbiano senso per il tuo settore, oppure dai prima un’occhiata a come lavoriamo nella pagina dedicata alla consulenza SEO professionale.
