Link building

Anchor text: guida completa al testo di ancoraggio (SEO e accessibilità)

Anchor text: guida completa al testo di ancoraggio (SEO e accessibilità)

L’anchor text, in italiano testo di ancoraggio, è la porzione di testo visibile e cliccabile di un collegamento ipertestuale. Detta così sembra una definizione da manuale, e in effetti lo è. Il punto interessante viene dopo: quelle due o tre parole sono uno dei pochissimi elementi di una pagina web che devono superare tre esami diversi nello stesso momento. Devono dire a Google di cosa parla la pagina di destinazione, devono dire a una persona che naviga con uno screen reader dove sta per finire, e non devono sembrare a nessuno dei due il tentativo di manipolare un posizionamento. Chi tratta il testo di ancoraggio come una semplice leva SEO da dosare in percentuale sta lavorando su un terzo del problema, e di solito è proprio sugli altri due terzi che poi si fa male.

Che cos’è davvero un anchor text

Un link è composto da due parti che vivono in posti diversi. C’è l’URL, cioè l’indirizzo di destinazione, che sta nell’attributo href e che l’utente normalmente non vede. E c’è l’ancora, cioè il testo che l’utente legge e su cui clicca. In HTML la struttura è questa:

<a href="https://esempio.it/guida-alle-serrature">come scegliere una serratura di sicurezza</a>

Qui l’URL è https://esempio.it/guida-alle-serrature e l’anchor text è “come scegliere una serratura di sicurezza”. Chi cerca informazioni su questo elemento incontra spesso l’espressione html anchor, che indica semplicemente l’elemento <a> del linguaggio di marcatura, cioè il contenitore tecnico dell’ancora. La distinzione conta perché i motori di ricerca usano le due informazioni in modo diverso: l’URL dice dove andare, l’ancora suggerisce cosa aspettarsi una volta arrivati. Google lo mette per iscritto nella documentazione ufficiale sui link, dove spiega che il testo del collegamento comunica sia alle persone sia al motore qualcosa sulla pagina linkata, come si legge nelle Link best practices di Google Search Central.

L’ancora non è sempre testo

Questa è la parte che quasi nessuna guida italiana copre, e che invece nella pratica genera la maggior parte dei problemi silenziosi. Ci sono almeno tre casi in cui l’anchor text esiste ma non è dove pensi.

Il primo è il link vuoto. Se l’elemento <a> non contiene testo, Google può ripiegare sull’attributo title e usarlo come ancora. È un salvagente, non una strategia: significa che se il tuo template genera link senza testo, qualcosa verrà comunque letto, ma sarà quello che ha scritto chi ha configurato il tema, non quello che avresti scritto tu.

Il secondo caso riguarda le immagini linkate. Quando un’immagine funziona da collegamento, il motore usa l’attributo alt come anchor text. Vale la pena fermarsi un attimo su questa frase, perché ribalta una convinzione diffusa: l’alt non serve solo a descrivere l’immagine per l’accessibilità e per Google Immagini, ma diventa a tutti gli effetti il testo di ancoraggio del link. Un banner laterale con alt="" ripetuto su tremila pagine è tremila link senza ancora. Un banner con alt="consulente SEO Milano" ripetuto su tremila pagine è un’altra cosa ancora, e non è una cosa buona.

Il terzo caso sono le ancore iniettate via JavaScript. Se il testo del link viene scritto dal front-end dopo il caricamento, il consiglio della documentazione è verificare con lo strumento di controllo URL di Search Console che l’ancora sia effettivamente presente nell’HTML renderizzato. Nella nostra esperienza su siti costruiti con framework moderni, questo è uno dei controlli che nessuno fa mai e che spiega una parte non trascurabile dei link interni che semplicemente non trasmettono nulla.

Perché Google ci ha costruito sopra un motore di ricerca

Il valore dell’ancora non è una convenzione arbitraria. Nasce dal fatto che il testo con cui gli altri ti descrivono è un giudizio esterno, e i giudizi esterni sono più difficili da falsificare rispetto a quello che scrivi tu su di te. Se cento siti diversi linkano una pagina con varianti di “manutenzione caldaie Genova”, quella convergenza è un’informazione forte. È esattamente per questo che, appena i SEO hanno capito il meccanismo, hanno iniziato a fabbricare quella convergenza a tavolino. E da lì è cominciata la parte della storia che ancora oggi determina cosa puoi e non puoi fare.

Le tipologie di anchor text e cosa fanno davvero

La classificazione classica divide le ancore in sei famiglie. È una tassonomia utile, a patto di ricordare che serve a descrivere un profilo di link esistente, non a compilarne uno a tavolino.

  1. Corrispondenza esatta: l’ancora coincide con la parola chiave obiettivo, per esempio “consulente SEO”. Massima forza teorica, massima esposizione.
  2. Corrispondenza parziale: la parola chiave individuata in fase di keyword research compare insieme ad altri termini, come “consulente SEO freelance per PMI”.
  3. Sinonimi e correlati: “esperto di posizionamento”, “specialista della search”. Coprono lo stesso campo semantico senza ripetere la chiave.
  4. Brand: il nome dell’azienda o del professionista. Sono le ancore più naturali che esistano, perché è così che le persone citano davvero qualcuno.
  5. URL nuda: l’indirizzo usato come testo, tipico di forum, note a piè di pagina e citazioni tecniche.
  6. Generiche: “clicca qui”, “questa pagina”, “leggi l’articolo”. Poco informative per il motore e, come vedremo, decisamente problematiche per chi non vede lo schermo.

La leggenda delle percentuali perfette

Prima o poi incontrerai una tabella che ti dice di tenere le ancore esatte al 5%, quelle brand al 40%, le generiche al 15% e via elencando. Quella tabella non esiste in nessuna documentazione ufficiale. È folklore di settore: nasce dall’osservazione empirica di profili di link che funzionavano, viene ripetuta finché suona come una regola, e finisce nelle slide dei corsi.

Il problema non è che i numeri siano sbagliati in assoluto. Il problema è che la distribuzione naturale delle ancore dipende dal settore, dall’età del dominio, dal fatto che il brand sia citabile o meno, dal tipo di contenuto che attira link. Un e-commerce di ricambi industriali riceve ancore che sono quasi tutte codici prodotto. Uno studio professionale riceve ancore che sono quasi tutte il nome del titolare. Applicare a entrambi la stessa griglia percentuale significa forzare almeno uno dei due verso un profilo che il suo settore non produrrebbe mai spontaneamente. E un profilo che il tuo settore non produrrebbe mai spontaneamente è, per definizione, un profilo costruito.

Detto questo, un’indicazione operativa onesta si può dare, ed è di segno opposto rispetto alla tabella: non chiederti quale percentuale colpire, chiediti se un osservatore esterno che leggesse le tue ultime cinquanta ancore penserebbe che qualcuno le ha scelte una per una con un obiettivo di ranking in testa. Se la risposta è sì, il numero non ti salva.

Cosa dice oggi la documentazione di Google

Qui va fatta una precisazione che riguarda anche la versione precedente di questo articolo. Per anni il riferimento citato da tutti era la vecchia guida introduttiva all’ottimizzazione in formato PDF, con i suoi quattro consigli sull’anchor text a pagina sedici. Quel documento non è più il riferimento: la guida di partenza è stata riscritta e la parte sulle ancore è confluita nella documentazione specifica sui link. Chi continua a citare la pagina sedici sta citando una fonte che non esiste più, e questo dovrebbe far riflettere su quanto materiale SEO italiano venga copiato senza mai riaprire la sorgente.

La sostanza dei consigli, comunque, è rimasta e si è arricchita. Un buon anchor text è descrittivo, ragionevolmente conciso e pertinente sia alla pagina in cui si trova sia a quella verso cui punta. Da qui discendono quattro indicazioni pratiche.

Il test dell’ancora fuori contesto

La documentazione suggerisce un controllo che è insieme il più semplice e il più severo: leggi solo il testo del link, staccato dalla frase che lo contiene, e chiediti se capisci di cosa parla la pagina di destinazione. Se non lo capisci, l’ancora non è abbastanza descrittiva. Funziona come un test perché replica esattamente il modo in cui alcune tecnologie assistive presentano i link, cioè come elenco separato dal testo circostante.

Conciso non vuol dire telegrafico

Un’ancora troppo lunga diluisce il segnale e diventa scomoda da toccare su mobile. Un’ancora di una parola generica non dice nulla. La misura giusta è la frase minima che identifica la destinazione: tre, quattro, cinque parole nella maggior parte dei casi. Vale la pena notare che l’esempio negativo scelto da Google è un’ancora che ingloba mezza frase, non un’ancora di dieci parole in sé: il criterio è la leggibilità, non il conteggio.

Questo è il punto che nella pratica fa più differenza e che quasi nessuno tratta. La documentazione afferma che le parole prima e dopo il link hanno rilevanza, quindi va curata la frase nel suo insieme, e raccomanda di non incatenare link uno accanto all’altro perché diventa difficile distinguerli. Tradotto in operatività: un’ancora mediocre dentro una frase che spiega bene il contesto vale più di un’ancora perfetta piazzata in una sfilza di collegamenti consecutivi. Se stai valutando i tuoi link interni, guarda il paragrafo, non solo la parola sottolineata.

Niente forzature

L’invito esplicito è a scrivere nel modo più naturale possibile, resistendo alla tentazione di infilare nell’ancora ogni parola chiave correlata alla pagina di destinazione. Il criterio proposto è una domanda: il lettore ha bisogno di queste parole per capire dove sta andando? Se la sensazione è quella di stiparle dentro, sono troppe. Ed è anche il confine oltre il quale si entra nel keyword stuffing, che è una violazione delle policy antispam.

Finché parliamo di link interni, l’ancora è una scelta editoriale e il rischio è basso. Quando parliamo di link in ingresso da altri siti, l’ancora diventa una prova. Le policy antispam di Google sono molto chiare su un punto specifico, e conviene leggerlo per esteso invece che per sentito dire: tra gli esempi di link spam rientrano gli advertorial e la pubblicità nativa in cui si riceve un pagamento per articoli che includono link che trasmettono valore di ranking, oppure link con anchor text ottimizzato dentro articoli, guest post o comunicati stampa distribuiti su altri siti. Il riferimento completo è nelle spam policies della ricerca Google.

Va letta con attenzione la costruzione della frase. Non dice che i guest post sono spam. Dice che il guest post con ancora ottimizzata, quando c’è un pagamento e il link trasmette valore, è spam. È l’ancora, insieme al denaro, a qualificare la fattispecie. Chi organizza campagne di link building senza tenere presente questa distinzione sta comprando esattamente il segnale che rende riconoscibile l’operazione.

Il rovescio della medaglia riguarda chi ospita. Se sul tuo sito pubblichi contenuti sponsorizzati, o se hai una sezione commenti, hai a disposizione dei valori dell’attributo rel che servono proprio a dichiarare la natura del collegamento: sponsored per link pubblicitari o a pagamento, ugc per i contenuti generati dagli utenti, nofollow come valore residuale quando gli altri non si applicano. Sono combinabili e la sintassi ufficiale è documentata nella pagina su come qualificare i link in uscita.

Nella pratica italiana questo è ancora un punto dolente. Molti siti aziendali usano nofollow come se fossimo nel 2012, altri non usano nulla, e i più fortunati hanno un plugin che decide al posto loro. La conseguenza non è solo teorica: un blog che ospita sponsorizzate senza qualificarle sta accumulando un profilo di link in uscita che, in caso di revisione, racconta una storia precisa.

Le ancore che non controlli

C’è poi una categoria di anchor text che nessuno ti chiede il permesso di creare. Commenti spam con firme ottimizzate, scraper che ripubblicano i tuoi contenuti, directory automatiche, e nei casi peggiori link iniettati in pagine compromesse. Su quest’ultimo punto l’esperienza di sicurezza informatica cambia la prospettiva: quando su un sito compaiono all’improvviso decine di ancore in una lingua che il cliente non parla, il problema non è SEO, è che qualcuno è entrato. La verifica va fatta sul server prima che sul profilo di link, perché disconoscere i collegamenti mentre l’iniezione è ancora attiva è tempo sprecato.

Per il resto, la posizione ufficiale è che il motore è generalmente in grado di ignorare i link innaturali senza penalizzare il sito che li riceve. Restano i casi in cui la quantità e la sistematicità rendono il pattern innegabile, ed è lì che si aprono le penalizzazioni manuali e algoritmiche che poi richiedono mesi per essere smaltite. Un’avvertenza onesta: nessuno può garantire in anticipo dove passi quella soglia, e chiunque ti dica il contrario sta vendendo certezze che non possiede.

Il lato che nessuno racconta: l’ancora è un requisito di accessibilità

Qui arriviamo al motivo per cui, secondo noi, l’intera discussione italiana sull’anchor text è impostata male. Il testo del link non è materia esclusiva della SEO. È un criterio di accessibilità di livello A, cioè il livello base, quello sotto il quale un contenuto si considera semplicemente non accessibile.

Il criterio di successo 2.4.4 delle linee guida WCAG, intitolato “Link Purpose (In Context)”, stabilisce che lo scopo di ogni collegamento deve poter essere determinato dal solo testo del link, oppure dal testo insieme al contesto determinabile a livello di codice, salvo i casi in cui lo scopo sarebbe ambiguo per chiunque. La motivazione esplicitata dal W3C è che le tecnologie assistive possono presentare all’utente l’elenco dei link della pagina, e un elenco di quindici voci che dicono tutte “clicca qui” rende quella funzione inutilizzabile. Il testo integrale del criterio è consultabile sul sito della Web Accessibility Initiative del W3C.

Nota la coincidenza. Il consiglio che Google dà per ragioni di comprensione semantica e il requisito che il W3C pone per ragioni di accessibilità sono lo stesso identico consiglio: scrivi ancore che si capiscano da sole. Non è un caso, ed è la ragione per cui una buona ancora non richiede mai un compromesso tra le due esigenze.

Perché in Italia questo è diventato un tema concreto

Per anni gli obblighi di accessibilità digitale in Italia hanno riguardato principalmente la pubblica amministrazione e i soggetti a essa equiparati. Il quadro si è progressivamente esteso a categorie di operatori economici privati, in attuazione della normativa europea sui requisiti di accessibilità di prodotti e servizi, e l’ambito di applicazione dipende dal tipo di servizio offerto e dalla dimensione dell’impresa. Il punto di riferimento istituzionale per il contesto italiano, con i documenti e le normative aggiornate, è la sezione dedicata di AgID sull’accessibilità e usabilità.

Una precisazione necessaria, perché qui si sconfina facilmente. Quanto sopra è un inquadramento generale, non un parere legale sul tuo caso specifico: se devi stabilire se la tua azienda rientri o meno negli obblighi, la valutazione va fatta con un professionista sui tuoi servizi reali. Quello che posso dire con sicurezza è un’altra cosa, di natura pratica: sistemare le ancore generiche costa poche ore ed è una delle voci meno onerose di qualsiasi rimedio di accessibilità. È anche l’unica che, contemporaneamente, migliora il modo in cui Google interpreta la struttura del tuo sito. Poche attività hanno un rapporto costo-beneficio così sbilanciato dalla parte giusta.

Quello che troviamo negli audit

Su siti aziendali italiani il pattern ricorrente è sempre lo stesso, indipendentemente dal settore. Le schede prodotto o servizio chiudono tutte con lo stesso “scopri di più”. Il blog usa “leggi l’articolo” sotto ogni anteprima. Il footer ha una colonna di link con testi tronchi ereditati dal menu. In un caso recente, su un sito di una PMI manifatturiera, oltre il settanta per cento dei link interni aveva come ancora una di tre stringhe generiche ripetute. Google non aveva alcuna informazione su cosa distinguesse una pagina dall’altra, e uno screen reader restituiva un elenco di link indistinguibili. Il rifacimento delle ancore, fatto senza toccare una riga di contenuto, ha reso navigabile una struttura che prima era piatta.

Sui link in ingresso puoi influire, negoziare, sperare. Sui link interni decidi tu, ed è per questo che sono il campo in cui conviene investire per primo. Vale la pena ricordare che le stesse regole si applicano: la documentazione raccomanda esplicitamente di usare buoni anchor text anche per i collegamenti interni, perché servono a Google per capire la struttura del sito e alle persone per muovercisi dentro.

Alcune indicazioni operative che nella nostra pratica fanno la differenza. La prima riguarda la varietà: se dieci pagine linkano la stessa destinazione, non serve che usino tutte la stessa ancora, e anzi ancore diverse coprono sfumature semantiche diverse della stessa pagina. La seconda riguarda la posizione: un link dentro un paragrafo di testo, circondato da contesto pertinente, vale più dello stesso link in una lista di risorse a fondo pagina. La terza riguarda la coerenza tra ancora e destinazione: se l’ancora promette “prezzi” e la pagina di destinazione parla di metodologia, hai creato un’aspettativa disattesa che si paga in abbandoni.

Un capitolo a parte meritano menu e footer. Sono link presenti su ogni pagina, quindi il loro peso relativo è basso proprio perché sono ovunque, ma la loro formulazione definisce il vocabolario con cui il sito descrive sé stesso. Un menu che dice “Servizi” e un menu che dice “Consulenza SEO”, “Sviluppo siti”, “Sicurezza informatica” producono due mappe diverse. Chi vuole approfondire la meccanica trova un ragionamento esteso su come ottimizzare i link interni per scalare le SERP.

Come si scrive un anchor text: metodo in sette passi

Tutta la teoria sull’anchor text SEO si riduce, in fase operativa, a una sequenza di controlli ripetibili. Il metodo che segue è quello che applichiamo quando revisioniamo il collegamento interno di un sito. Funziona anche per i link in uscita e per i brief da consegnare a chi ospiterà un tuo contenuto.

  1. Parti dalla destinazione, non dalla keyword. Apri la pagina di arrivo e riassumila in una frase. L’ancora nascerà da lì.
  2. Scrivi la frase intera prima del link. Il paragrafo viene prima: se il link non ha una ragione editoriale per stare in quella frase, il problema non è l’ancora.
  3. Seleziona la porzione minima che identifica la destinazione. Non l’intera frase, non una sola parola generica.
  4. Applica il test fuori contesto. Leggi solo l’ancora. Se non capisci dove porta, riscrivila.
  5. Verifica che non sia identica alle altre ancore verso la stessa pagina. Ripetizione sistematica uguale segnale artificiale.
  6. Controlla il contorno. Nessun altro link nelle immediate vicinanze, contesto pertinente prima e dopo.
  7. Decidi il rel. Se il link è sponsorizzato, generato da utenti o comunque da non avallare, qualificalo. Se è un normale link editoriale, non serve nulla.

Sette passi che sembrano molti e che sul singolo link richiedono meno di un minuto. Su cinquanta link è un pomeriggio, e nella maggior parte dei siti aziendali quel pomeriggio produce più risultati misurabili di tre mesi di pubblicazione a raffica.

Gli errori che vediamo più spesso

Trent’anni di progetti producono una collezione di ricorrenze. Le cinque che incontro con maggiore frequenza sono queste, e nessuna richiede competenze tecniche per essere corretta.

L’ancora identica ripetuta su tutto il sito è la prima, e di solito nasce da un template. Il secondo errore è la sovraottimizzazione dei link interni, cioè trattare le proprie pagine come se si dovesse convincere Google a suon di corrispondenze esatte: risultato, un sito in cui ogni menzione della parola “preventivo” è un link alla stessa pagina, con un effetto di lettura fastidioso e nessun beneficio. Il terzo è l’ancora che punta a una pagina redirezionata: tecnicamente funziona, ma è un segnale di manutenzione assente, e nella vecchia versione di questo stesso articolo ce n’era uno, il che dimostra che capita a tutti.

Il quarto errore riguarda le immagini: interi siti in cui i banner linkati hanno l’alt vuoto, quindi link senza ancora. Il quinto, il più insidioso, è affidare le ancore dei link in ingresso a chi vende pacchetti senza discuterle: ti arriva un profilo compatto di corrispondenze esatte, che è precisamente il pattern che le policy descrivono. Prima di accettare qualsiasi piazzamento vale la pena capire come si analizza la qualità di un link, ancora inclusa.

Anchor text e ricerca generativa: cosa cambia

Con la diffusione delle risposte generate dall’AI, una domanda ricorrente è se il testo di ancoraggio conti ancora. La risposta onesta è che nessuno ha certezze pubblicabili su come i sistemi generativi pesino i singoli segnali, e diffiderei di chi afferma il contrario con precisione decimale.

Quello che si può osservare è di natura strutturale. I sistemi che sintetizzano risposte a partire da fonti hanno bisogno di capire di cosa parla un documento e come i documenti si relazionano tra loro. L’ancora è, letteralmente, una descrizione di un documento scritta da un altro documento: è il tipo di informazione che qualsiasi sistema di comprensione del linguaggio trova utile, che sia un algoritmo di ranking classico o un modello che genera un paragrafo. Un sito con ancore descrittive è un sito più facile da riassumere correttamente, e questo vale a prescindere da chi lo stia riassumendo.

Al contrario, un’ancora forzata resta un segnale di manipolazione anche nel nuovo scenario, con un’aggravante: nelle risposte sintetiche non c’è la posizione in classifica a fare da premio di consolazione. O sei citato correttamente, o non esisti in quella risposta.

Come controllare le ancore che hai già

Prima di scrivere ancore nuove conviene fotografare quelle esistenti, sui due fronti. Per i link in ingresso, qualsiasi strumento di analisi dei backlink restituisce la distribuzione delle ancore ricevute: quello che cerchi è un blocco anomalo di corrispondenze esatte concentrato in un periodo breve o su un gruppo di domini simili tra loro. La procedura passo passo, comprese le decisioni su cosa disconoscere, la trovi nella guida all’analisi dei backlink.

Per i link interni serve una scansione del sito che esporti, per ogni collegamento, l’URL di destinazione e il testo dell’ancora. A quel punto basta ordinare per frequenza: le prime righe della tabella ti diranno immediatamente quante volte il tuo sito dice “clicca qui”. Se vuoi un secondo indicatore, conta quanti link hanno ancora vuota o coincidente con l’URL. Da queste due colonne esce, nella quasi totalità dei casi, la lista delle cose da correggere nell’ordine giusto.

Un ultimo controllo, spesso dimenticato: verifica che le pagine linkate rispondano davvero 200. Le ancore migliori del mondo che puntano a un 404 sono soltanto un modo elegante di sprecare attenzione.

Riepilogo dei punti chiave

L’anchor text è il testo cliccabile di un link e svolge tre funzioni simultanee: descrive la pagina di destinazione ai motori di ricerca, orienta le persone che navigano anche con tecnologie assistive, e rivela eventuali tentativi di manipolazione del posizionamento. La documentazione di Google chiede ancore descrittive, concise e pertinenti, ricorda che per le immagini linkate viene usato l’attributo alt e che le parole intorno al link contano. Le policy antispam qualificano come link spam i collegamenti con ancora ottimizzata dentro guest post e advertorial a pagamento, mentre i valori rel sponsored, ugc e nofollow servono a dichiarare la natura dei link in uscita. Sul piano dell’accessibilità, il criterio WCAG 2.4.4 di livello A richiede che lo scopo di ogni link sia comprensibile dal testo o dal suo contesto di codice, il che rende le ancore generiche un problema di conformità oltre che di SEO. Le percentuali ideali di distribuzione delle ancore non compaiono in nessuna fonte ufficiale: contano molto di più la naturalezza, la varietà e la coerenza con la destinazione. Il campo in cui si ottengono i risultati più rapidi resta quello dei link interni, dove le decisioni sono interamente tue.

Domande frequenti sull’anchor text

Che cos’è l’anchor text in parole semplici?

L’anchor text, o testo di ancoraggio, è la parte visibile e cliccabile di un collegamento ipertestuale: le parole su cui clicchi per andare da una pagina all’altra, normalmente evidenziate in un colore diverso e spesso sottolineate. Nel codice HTML corrisponde al testo racchiuso tra il tag di apertura e quello di chiusura dell’elemento a, mentre l’indirizzo di destinazione sta nell’attributo href e resta invisibile all’utente.

Come si scrive un anchor text in HTML?

La sintassi è a href uguale indirizzo di destinazione, seguita dal testo dell’ancora e dalla chiusura del tag. Negli editor visuali come quello di WordPress non serve scrivere codice: si seleziona il testo che deve diventare cliccabile e si usa il comando di inserimento link, incollando l’URL di destinazione. Il testo che hai selezionato prima di inserire il link diventa automaticamente l’anchor text.

Quanti tipi di anchor text esistono?

La classificazione più usata ne individua sei: corrispondenza esatta, quando l’ancora coincide con la parola chiave obiettivo; corrispondenza parziale, quando la contiene insieme ad altri termini; sinonimi e correlati; brand, cioè il nome dell’azienda o del professionista; URL nuda, quando si usa l’indirizzo come testo; generica, come clicca qui o leggi di più. Sono categorie descrittive, utili per analizzare un profilo di link esistente più che per costruirne uno a tavolino.

Qual è la percentuale ideale di ancore a corrispondenza esatta?

Non esiste una percentuale ufficiale e nessuna documentazione di Google ne indica una. Le tabelle che circolano nel settore sono osservazioni empiriche trasformate in regole per comodità didattica. La distribuzione naturale delle ancore varia moltissimo per settore, notorietà del brand e tipo di contenuto, quindi il criterio utile non è colpire un numero ma evitare che il profilo appaia costruito: concentrazioni improvvise di ancore identiche su domini simili sono il segnale che conta davvero.

Un anchor text sbagliato può causare una penalizzazione?

Un singolo link con un’ancora poco felice non provoca nulla. Il rischio nasce dalla sistematicità: le policy antispam di Google indicano espressamente tra gli esempi di link spam i collegamenti con anchor text ottimizzato inseriti in articoli, guest post o comunicati stampa quando c’è un pagamento e il link trasmette valore di ranking. In quel caso il problema non è la singola ancora ma lo schema, e la conseguenza può essere una svalutazione dei link o, nei casi più evidenti, un provvedimento manuale.

Svolgono ruoli diversi. Le ancore dei link in ingresso da altri siti funzionano come giudizio esterno e hanno storicamente più peso come segnale di rilevanza. Le ancore dei link interni servono a Google per comprendere la struttura e le priorità del sito e alle persone per muoversi tra le pagine. La differenza pratica è che sui link interni hai il controllo totale, quindi sono il punto da cui conviene partire per ottenere miglioramenti rapidi e senza rischi.

Che cosa succede quando un’immagine è linkata?

Quando un’immagine funziona da collegamento, Google usa l’attributo alt dell’immagine come anchor text. Questo significa che un banner linkato con alt vuoto è a tutti gli effetti un link senza testo di ancoraggio, mentre un alt descrittivo trasmette lo stesso tipo di informazione di un’ancora testuale. Vale anche il caso opposto: se un elemento a risulta completamente vuoto, il motore può ripiegare sull’attributo title come ancora di riserva.

Perché clicca qui è considerato un problema anche fuori dalla SEO?

Perché il criterio di successo 2.4.4 delle linee guida WCAG, di livello A, richiede che lo scopo di ogni link sia determinabile dal testo del link da solo o dal testo insieme al contesto determinabile a livello di codice. Le tecnologie assistive possono presentare l’elenco dei collegamenti presenti nella pagina: se le voci sono tutte identiche e generiche, quella funzione di navigazione diventa inutilizzabile. Un’ancora descrittiva risolve contemporaneamente il problema di accessibilità e quello di comprensione semantica.

No, e sarebbe controproducente. Per i normali link editoriali non serve alcun attributo rel. I valori dedicati vanno usati per qualificare casi specifici: sponsored per pubblicità e piazzamenti a pagamento, ugc per i contenuti generati dagli utenti come commenti e post di forum, nofollow quando gli altri non si applicano e preferisci non associare il tuo sito alla risorsa collegata. I valori sono combinabili tra loro separandoli con uno spazio o una virgola.

Da dove partire domani mattina

Se dovessi indicare una sola azione, sarebbe questa: esporta l’elenco dei link interni del tuo sito con le rispettive ancore, ordinalo per frequenza e guarda le prime dieci righe. In quelle dieci righe c’è, quasi sempre, la fotografia di come il tuo sito descrive sé stesso. Se leggi “scopri di più” ripetuto duecento volte, hai appena trovato il lavoro con il miglior rapporto tra sforzo e risultato che ti capiterà quest’anno.

Il resto viene di conseguenza. Ancore descrittive nei contenuti nuovi, un rel corretto sulle sponsorizzate, un occhio alla distribuzione delle ancore che ricevi dall’esterno e la consapevolezza che una scorciatoia troppo efficiente oggi è quasi sempre un problema fra diciotto mesi. Chi sta strutturando un lavoro più ampio sui collegamenti in ingresso trova l’inquadramento completo nella pagina dedicata alla link building per aziende e professionisti.

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Max Valle, Business AI Strategist
L'autore

Max Valle

Business AI Strategist

Dal 1993 aiuto imprese e professionisti a crescere online in sicurezza: sviluppo siti web, strategie di marketing digitale e intelligenza artificiale per studi e PMI. Oltre 2.500 aziende seguite in 12 paesi, 6 libri pubblicati e la certificazione di consulente privacy GDPR, senza mai mettere a rischio i dati dei clienti.

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