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Million Dollar Homepage: storia, Pixelotto e lezioni 2026

Million Dollar Homepage: storia, Pixelotto e lezioni 2026

La Million Dollar Homepage è il sito con cui, nell’estate del 2005, uno studente inglese di ventun anni vendette un milione di pixel a un dollaro l’uno e diventò milionario in cinque mesi. Io c’ero, nel senso che la seguivo in diretta e ne scrivevo su questo blog: quando nel dicembre 2006 lo stesso autore lanciò il seguito, Pixelotto, fui tra i primi in Italia a raccontarlo. Vent’anni dopo quella pagina è ancora online, ma è diventata un’altra cosa: un reperto archeologico del web e, per chi guarda con gli occhi della sicurezza informatica, una piccola mappa dei rischi che corre ogni azienda che smette di curare i propri domini. In questo articolo trovi la storia completa, com’è finito Pixelotto e le tre lezioni che una PMI può trarne oggi.

Cos’era la Million Dollar Homepage e perché funzionò

L’idea era di una semplicità disarmante. Alex Tew, ragazzo del Wiltshire che stava per iniziare un corso di Business Management all’Università di Nottingham, voleva evitare di indebitarsi per gli studi. Il 26 agosto 2005 mise online una pagina con una griglia di mille pixel per mille: un milione di pixel in tutto, in vendita a un dollaro ciascuno. Siccome un singolo pixel è invisibile, si comprava a blocchi di dieci per dieci, quindi con un minimo di cento dollari. In cambio l’acquirente caricava una minuscola immagine, un link al proprio sito e una frase che compariva passando sopra con il mouse. La promessa era che la pagina sarebbe rimasta online per almeno cinque anni.

I numeri di un fenomeno

La partenza fu lenta, come quasi tutte le partenze vere. La prima vendita arrivò dopo tre giorni: quattrocento pixel acquistati da un amico che gestiva un sito musicale. Nelle prime due settimane amici e parenti comprarono qualche migliaio di pixel. Poi Tew fece la mossa che cambiò tutto: con i primi incassi mandò un comunicato stampa, la storia fu ripresa dalla BBC e da lì da testate di mezzo mondo. In poche settimane la pagina diventò uno dei siti più visitati del web.

Gli ultimi mille pixel furono messi all’asta su eBay il primo gennaio 2006 e aggiudicati per 38.100 dollari. L’incasso complessivo si fermò a 1.037.100 dollari. Tew lasciò l’università a dicembre 2005, pochi mesi dopo averla iniziata: il progetto per pagarsi gli studi era diventato più redditizio degli studi stessi. Anni dopo sarebbe diventato cofondatore di Calm, una delle app di meditazione più diffuse al mondo, ma questa è un’altra storia.

Il vero motore: la notizia, non la pubblicità

Vale la pena fermarsi su un punto che molti racconti trascurano. Nessuno comprava pixel perché la Million Dollar Homepage fosse un buon mezzo pubblicitario: un logo di dieci pixel in mezzo ad altri tremila è quanto di meno leggibile si possa immaginare. Si comprava per due motivi. Il primo era partecipare a un evento di cui tutti parlavano; il secondo era ottenere un link da una pagina visitatissima in un’epoca in cui i link erano il carburante principale del posizionamento sui motori di ricerca. In altre parole, il prodotto non era lo spazio pubblicitario: era la notizia stessa. Tew vendeva l’appartenenza a una storia, e la storia si alimentava da sola man mano che il contatore saliva verso il milione.

Questo meccanismo, la scarsità dichiarata unita a un traguardo simbolico, è ancora oggi uno dei pochi che generano attenzione spontanea. Ne parlai all’epoca in un pezzo sul rapporto tra passaparola e pubblicità, il buzz marketing e i suoi effetti sull’economia del web, e la tesi regge: il rumore funziona una volta, poi si consuma.

Il primo attacco informatico, già nel 2006

C’è un episodio che da ethical hacker trovo rivelatore. Proprio nei giorni dell’asta finale Tew ricevette email di estorsione: o pagava, prima qualche migliaio di dollari e poi una cifra dieci volte più alta, oppure il sito sarebbe stato messo fuori uso con un attacco DDoS, cioè un’inondazione di traffico artificiale. Non pagò, e il sito rimase irraggiungibile per circa una settimana, finché il traffico non fu filtrato attraverso server più protetti. Nel 2006 sembrava un incidente curioso. Oggi è lo schema standard con cui vengono colpite ogni giorno aziende di ogni dimensione: appena un asset digitale acquista valore, qualcuno prova a prenderlo in ostaggio.

Pixelotto: il ritorno della Million Dollar Homepage

Dopo il successo, Tew aveva dichiarato più volte che non avrebbe fatto una “Million Dollar Homepage 2”, per non diluire l’unicità della prima. Mantenne la promessa solo a metà. Verso la fine del 2006 sul blog del sito comparve un post enigmatico che annunciava il ritorno dei pixel e prometteva ai lettori una nuova occasione per arricchirsi.

Cosa scrissi allora

Feci qualche ricerca e scoprii che il 5 dicembre 2006 sarebbe partita una versione rivista del progetto: Pixelotto. Il meccanismo era un ibrido tra pubblicità e lotteria. Ogni pixel costava due dollari invece di uno, e la metà dell’incasso sarebbe andata a un utente estratto a caso tra quelli che, registrandosi gratuitamente, avevano cliccato sugli annunci. L’obiettivo dichiarato era un premio da un milione di dollari. Chiudevo il pezzo con una domanda: riuscirà Pixelotto a bissare il successo della Million Dollar Homepage? In un aggiornamento del 4 dicembre 2006 segnalai che, da un indirizzo interno emerso in rete, sembrava che nelle prime ore fossero già stati venduti pixel per quasi centomila dollari. L’entusiasmo iniziale c’era tutto.

Com’è finita davvero

Con il senno di poi, la risposta alla mia domanda fu no. Pixelotto vendette molto meno del previsto e il premio non arrivò mai al milione: il vincitore, un uomo kenyano, ricevette 153.000 dollari. Una cifra enorme per chi la incassa, ma lontanissima dalla promessa e dal clamore del primo progetto. Già al lancio diversi commentatori della stampa tecnologica avevano parlato di “sindrome del secondo album”: l’idea era la stessa, cambiava solo il prezzo, e mancava l’unica cosa che aveva fatto funzionare la prima, cioè la novità.

Tew continuò a sperimentare negli anni successivi, con un social network, un videogioco virale e un progetto fotografico da un milione di volti, prima di trovare la sua strada con Calm. Nessuno di questi progetti replicò il fenomeno del 2005. È una lezione che vale per qualsiasi startup, dove l’idea conta molto meno dell’esecuzione: la stessa idea, riproposta, non genera lo stesso risultato, perché il contesto che la rendeva speciale non esiste più.

Oggi la Million Dollar Homepage è ancora raggiungibile, e Tew ha mantenuto la promessa ben oltre i cinque anni. Il mosaico è intatto, con i colori saturi e gli slogan di un’altra epoca: casinò online, suonerie, programmi per copiare DVD, siti di incontri. Ma se si prova a cliccare, la sensazione è quella di camminare in una città fantasma.

Nel 2017 il Library Innovation Lab della Harvard Law School ha analizzato uno per uno i 2.816 link presenti sulla pagina: 547 non erano più raggiungibili e altri 489 portavano a un dominio diverso o a una pagina di vendita del dominio. Tra i link ancora attivi, molti puntavano a siti in vendita o praticamente vuoti. Negli anni successivi la quota di collegamenti morti ha continuato a crescere. È il fenomeno che gli archivisti chiamano link rot, il decadimento dei link, e la Million Dollar Homepage ne è diventata l’esempio da manuale: una pagina rimasta ferma mentre il web intorno a lei cambiava proprietari.

Qui entra in gioco il punto che mi interessa di più, e che nessuna delle storie celebrative racconta. Un link morto non è solo un link inutile. Se il dominio a cui puntava è scaduto, chiunque può ricomprarlo, e da quel momento il vecchio link porta i visitatori dove vuole il nuovo proprietario. Non è un’ipotesi da manuale: è un mercato vero e in piena espansione.

Secondo una ricerca della società di threat intelligence Infoblox, nella prima metà del 2026 sono stati ri-registrati circa 65.000 domini scaduti al giorno, quasi uno su cinque di tutte le nuove registrazioni. Un singolo gruppo criminale ne ha accumulati più di diecimila, spendendo secondo le stime circa sette milioni di dollari, per sfruttarne la reputazione, il traffico residuo e i link in entrata, e una parte di quei domini è stata usata come infrastruttura di comando per malware. Il valore che cercano è esattamente quello che un dominio accumula negli anni: anzianità, collegamenti da siti autorevoli, fiducia dei filtri di sicurezza.

C’è un dato ancora più eloquente. Nel 2014 finire su un dominio “parcheggiato”, cioè scaduto o inattivo e usato solo per mostrare annunci, portava a contenuti malevoli in meno del cinque per cento dei casi. Alla fine del 2025, come ha raccontato il giornalista investigativo Brian Krebs riportando nuovi esperimenti su larga scala, la situazione si è ribaltata: in oltre nove casi su dieci il visitatore di un dominio parcheggiato veniva indirizzato verso truffe, falsi antivirus o contenuti illegali.

Mettiamo insieme i pezzi. Ogni link morto della Million Dollar Homepage è una porta che qualcuno può riaprire. Lo stesso vale per i link che il tuo sito aziendale ha accumulato in quindici anni di articoli, pagine partner, vecchie campagne. E vale, al contrario, per il tuo dominio: se un giorno lo lasci scadere, tutti i link che altri siti avevano costruito verso di te diventano un regalo per chi lo ricompra.

Tre lezioni della Million Dollar Homepage per le PMI nel 2026

Dopo trent’anni passati a costruire e a volte a riparare siti aziendali, trovo che questa vecchia storia contenga tre insegnamenti molto pratici. Nessuno riguarda i pixel.

1. La viralità non si ripete a comando

La Million Dollar Homepage ha funzionato perché era la prima e perché il contesto (blog in piena espansione, stampa curiosa verso il web, link come moneta del posizionamento) era irripetibile. Pixelotto, con la stessa formula, ha incassato una frazione. Le aziende che mi chiedono “un’idea virale” spesso cercano una scorciatoia che non esiste: un colpo di fortuna non è una strategia. Detto questo, dalla storia si può estrarre un metodo replicabile, cioè costruire un racconto con un traguardo chiaro, far partire il passaparola dalla cerchia vicina e solo dopo investire per amplificarlo. È quello che fece Tew con il comunicato stampa, ed è ancora il modo sensato di lanciare qualcosa.

2. Comprare visibilità non significa possedere un asset

Chi comprò pixel nel 2005 pagò per un link permanente su una pagina famosa. Vent’anni dopo, gran parte di quei link porta nel vuoto o altrove, e i siti degli acquirenti non esistono più. È la differenza tra affittare attenzione e costruire qualcosa che resta. Oggi il tema si ripresenta con i link a pagamento: Google, nelle sue norme contro lo spam aggiornate ad agosto 2026, considera manipolazione i link comprati per influenzare il posizionamento se non sono dichiarati come sponsorizzati, e dal 2024 tratta come spam anche l’abuso di domini scaduti ricomprati per sfruttarne la reputazione. Una strategia seria di link building per aziende parte da qui: pochi collegamenti pertinenti, trasparenti e su siti che hanno una ragione di esistere, non quantità comprate a peso.

Lo stesso ragionamento vale per la pubblicità in generale. I formati cambiano, i banner nascono e muoiono, ma chi investe solo in spazi altrui si ritrova ogni volta a ricominciare da zero. Ne avevo scritto in un vecchio pezzo sul destino dei banner: la visibilità comprata finisce quando finisce il budget, quella costruita sul proprio sito continua a lavorare.

3. Il tuo dominio è un’infrastruttura, non una spesa da tagliare

È la lezione più concreta, ed è quella per cui questo articolo parla anche di sicurezza. Ho visto aziende lasciare scadere il dominio di un vecchio marchio o di una campagna conclusa per risparmiare poche decine di euro l’anno, senza pensare che quel dominio era ancora citato in cataloghi, articoli, firme email e magari configurazioni tecniche. Come consulente di sicurezza certificato CPEH, questi sono i controlli che suggerisco a ogni PMI:

  • Inventario dei domini: elenca tutti i domini dell’azienda, compresi quelli di marchi dismessi, eventi passati e siti satellite, con la data di scadenza e chi li gestisce.
  • Rinnovo automatico e contatti aggiornati: attiva il rinnovo automatico e verifica che l’email del registrar sia di una persona ancora in azienda, non di un ex fornitore.
  • Non lasciar cadere i domini storici: un dominio con anni di storia e link in entrata vale più da tenere, anche solo con un reindirizzamento, che da risparmiare.
  • Pulizia dei record DNS: elimina i record che puntano a servizi non più usati; un sottodominio che rimanda a una risorsa abbandonata può essere preso da altri.
  • Controllo periodico dei link in uscita: fai verificare una volta l’anno i link esterni del tuo sito; un collegamento a un partner che ha chiuso può oggi portare i tuoi clienti su una pagina malevola, con il tuo marchio a fare da garante.

L’ultimo punto merita una riflessione. Se un visitatore arriva a un sito truffa cliccando un link sul tuo sito, dal suo punto di vista sei tu ad averlo mandato lì. E se il tuo sito viene compromesso, il problema si capovolge: sono i tuoi contenuti a essere usati contro gli altri, come spiego nella guida su come rimuovere un malware da WordPress. La Million Dollar Homepage non ha colpe, è solo rimasta ferma. Un sito aziendale non può permetterselo.

Si potrebbe rifare oggi una Million Dollar Homepage?

Periodicamente qualcuno ci prova, con varianti che cambiano la valuta, il premio o la tecnologia, e periodicamente il risultato è lo stesso di Pixelotto: un piccolo picco di curiosità e poi il silenzio. Le ragioni sono strutturali. I link da una pagina del genere oggi non spostano il posizionamento, anzi rischiano di essere letti come schemi di link; l’attenzione vive dentro le piattaforme social e non su pagine esterne; la stampa ha già raccontato quella storia. Quello che resta replicabile non è il formato ma il ragionamento: individuare una forma di scarsità credibile, legarla a un traguardo che tutti capiscono in un secondo e renderla partecipabile.

Per una PMI, però, la domanda giusta non è come diventare virali, ma come costruire una presenza che duri. È la stessa differenza che c’è tra la Million Dollar Homepage e i siti che vi comparivano: la prima è ancora lì perché qualcuno ha continuato a pagarne il dominio e l’hosting per vent’anni, la maggior parte degli altri no. Se vuoi capire chi incassa davvero in questo ecosistema, trovi un’analisi in chi guadagna davvero con la pubblicità online.

Riepilogo dei punti chiave

La Million Dollar Homepage fu lanciata il 26 agosto 2005 da Alex Tew, studente inglese di ventun anni, per pagarsi l’università: un milione di pixel venduti a un dollaro in blocchi da cento, con un link per ogni blocco. Grazie al passaparola e a un comunicato stampa ripreso dalla BBC, in cinque mesi incassò 1.037.100 dollari, con gli ultimi mille pixel battuti su eBay a 38.100 dollari; nel frattempo subì anche un tentativo di estorsione con attacco DDoS. Nel dicembre 2006 Tew lanciò Pixelotto, pixel a due dollari e metà dell’incasso a un utente estratto a caso: il vincitore ricevette 153.000 dollari invece del milione promesso. Oggi la pagina è ancora online, ma nel 2017 un’analisi di Harvard contava 547 link irraggiungibili e 489 reindirizzati su 2.816. Il rischio attuale è che i domini scaduti vengano ricomprati: nel 2026 se ne ri-registrano circa 65.000 al giorno, spesso per scopi criminali, e oltre nove domini parcheggiati su dieci portano a truffe o malware. Le lezioni per le PMI: la viralità non si replica, comprare visibilità non crea asset, il dominio va trattato come infrastruttura da rinnovare e controllare.

Domande frequenti sulla Million Dollar Homepage

Cos’è la Million Dollar Homepage?

È un sito lanciato il 26 agosto 2005 dallo studente inglese Alex Tew: una griglia di mille per mille pixel in cui ogni pixel era in vendita a un dollaro, in blocchi minimi da dieci per dieci. Ogni acquirente inseriva una piccola immagine e un link al proprio sito. L’obiettivo era raccogliere un milione di dollari per pagarsi l’università.

Quanto ha guadagnato la Million Dollar Homepage?

L’incasso complessivo fu di 1.037.100 dollari in circa cinque mesi. Gli ultimi mille pixel furono venduti con un’asta su eBay iniziata il primo gennaio 2006 e chiusa a 38.100 dollari, cifra che portò il totale oltre il milione.

Cos’era Pixelotto e com’è finito?

Pixelotto fu il seguito lanciato da Alex Tew nel dicembre 2006: i pixel costavano due dollari e metà dell’incasso sarebbe andata a un utente estratto a caso tra chi cliccava sugli annunci, con un premio annunciato di un milione di dollari. Le vendite furono molto inferiori alle attese e il vincitore, un uomo kenyano, ricevette 153.000 dollari.

La Million Dollar Homepage esiste ancora?

Sì, la pagina è ancora online con il mosaico originale, ma molti link sono morti o portano altrove. Un’analisi del Library Innovation Lab di Harvard del 2017 contava 547 link irraggiungibili e 489 reindirizzati su 2.816 complessivi, e la quota di link non più funzionanti è cresciuta negli anni successivi.

Chi è Alex Tew oggi?

Dopo la Million Dollar Homepage e Pixelotto, Alex Tew ha provato diversi progetti online senza replicare quel successo, finché non ha cofondato Calm, una delle app di meditazione più diffuse al mondo.

Se il dominio a cui puntava un link scade, chiunque può ricomprarlo e usarlo per truffe o malware sfruttando i link che già esistono. Nel 2026 vengono ri-registrati circa 65.000 domini scaduti al giorno e oltre nove domini parcheggiati su dieci portano a contenuti malevoli. Per questo conviene controllare periodicamente i link in uscita del proprio sito e non lasciare scadere i propri domini storici.

Oggi funzionerebbe una nuova Million Dollar Homepage?

Difficilmente. Il successo del 2005 dipendeva dalla novità e da un’epoca in cui i link da pagine molto visitate influenzavano il posizionamento. Oggi Google considera spam i link comprati non dichiarati come sponsorizzati, l’attenzione si concentra sui social e la storia è già nota. Resta valido il principio: una scarsità credibile legata a un traguardo semplice e partecipabile.

Dai pixel al patrimonio digitale: cosa resta di quella storia

Quando nel 2006 mi chiedevo se Pixelotto avrebbe bissato il successo della Million Dollar Homepage, guardavo al fenomeno. Vent’anni dopo, la parte più interessante è quella che allora nessuno vedeva: la fragilità di ciò che si costruisce online quando nessuno se ne prende cura. I pixel sono ancora tutti lì, i siti che rappresentavano in buona parte no, e alcuni dei loro domini oggi lavorano per qualcun altro. Per un’azienda la lezione è semplice e poco spettacolare: il valore digitale va custodito, rinnovato e controllato nel tempo, esattamente come un immobile o un marchio.

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Max Valle, Business AI Strategist
L'autore

Max Valle

Business AI Strategist

Dal 1993 aiuto imprese e professionisti a crescere online in sicurezza: sviluppo siti web, strategie di marketing digitale e intelligenza artificiale per studi e PMI. Oltre 2.500 aziende seguite in 12 paesi, 6 libri pubblicati e la certificazione di consulente privacy GDPR, senza mai mettere a rischio i dati dei clienti.

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