I link in uscita sono la cosa più economica e più sottovalutata che puoi mettere in una pagina web. Non ti costano nulla, non ti tolgono niente e, contrariamente a una leggenda che circola dal 2005, non prosciugano l’autorevolezza del tuo sito. Questo articolo lo sostiene dal 15 ottobre 2007. Solo che nel 2007 avevo scritto una cosa incompleta, e ho impiegato diciannove anni per accorgermene: il punto non è decidere se linkare. Il punto è che ogni collegamento esterno che pubblichi apre un impegno di manutenzione che non si chiude più da solo, e che nessuno, nella tua azienda, sta presidiando. Qui trovi la versione completa, con la prova sperimentale ricavata da questa stessa pagina.
Che cosa sono i link in uscita, in una riga sola
Un link in uscita, in inglese outbound link, è un collegamento che parte da una pagina del tuo sito e punta a una risorsa che sta su un dominio diverso dal tuo. È la stessa identica cosa vista dall’altro lato dello specchio rispetto a un link in entrata: quello che per te è un outbound link, per chi lo riceve è un inbound link. Se la prospettiva speculare ti incuriosisce, ne ho scritto in L’importanza dei link in entrata, articolo gemello di questo e coetaneo.
Attenzione a non confondere tre categorie che vengono spesso mescolate: il link interno collega due pagine dello stesso dominio, il collegamento esterno porta l’utente fuori, il backlink è un link in uscita di qualcun altro che arriva verso di te. Sono tre oggetti con logiche, rischi e responsabilità completamente diverse. Il primo lo governi tu al cento per cento. Il terzo non lo governi quasi per niente. Il secondo, quello di cui parliamo qui, è l’unico dei tre che sia contemporaneamente sotto il tuo controllo e fuori dal tuo controllo: decidi tu se metterlo, ma non decidi tu cosa ci sarà dall’altra parte fra tre anni.
Linkare fuori fa male al posizionamento? La risposta breve e quella lunga
La risposta breve è no. La risposta lunga merita qualche riga in più, perché la paura che circola nelle aziende italiane ha una radice storica precisa e ormai priva di senso.
Negli anni Duemila il ragionamento era aritmetico: una pagina ha un tot di PageRank, ogni link in uscita ne porta via una fetta, quindi meno link metti e più ne trattieni. Da lì nacque la moda del PageRank sculpting e l’abitudine, ancora viva in molti reparti marketing, di considerare un link esterno come una perdita secca. Quel modello è morto due volte: la prima quando Google ha cambiato il trattamento del nofollow, la seconda quando ha spento la barra pubblica del PageRank nel 2016. Oggi ragionare in termini di “quanto PageRank perdo” è come ottimizzare i consumi guardando il contachilometri.
Il modello corretto è un altro. Citare fonti pertinenti e verificabili è un segnale editoriale, non una tassa. Colloca il tuo contenuto in un contesto semantico riconoscibile, dice a chi legge da dove arrivano le tue affermazioni e ti costringe a scrivere cose controllabili. È, in pratica, la parte più economica di una strategia E-E-A-T: la Trust non si dichiara, si dimostra mostrando le carte.
E i link “sbagliati”? Anche qui vale la pena ridimensionare. Un pugno di collegamenti verso pagine mediocri non affossa un sito sano: ne ho scritto anni fa in pochi bad link in uscita non possono danneggiarti, e la sostanza regge ancora. Il problema non è mai il singolo link infelice. Il problema è il pattern: centinaia di link commerciali non dichiarati, scambi sistematici, sezioni del sito che esistono solo per ospitare collegamenti altrui.
Dove Google traccia davvero la riga
Vale la pena leggere cosa dice la fonte primaria invece di ripetere quello che si legge nei blog. Nelle norme relative allo spam, Google definisce spam di link “il creare link a o da un sito principalmente allo scopo di manipolare i ranking di ricerca”, ed elenca fra gli esempi l’acquisto o la vendita di link per scopi di ranking, lo scambio eccessivo di link, i link con anchor text ottimizzato dentro articoli, guest post o comunicati stampa retribuiti, e i link diffusi nei piè di pagina o nei template di più siti. C’è anche un caso che quasi nessuno cita e che riguarda moltissime PMI: la richiesta di un link inserita nei termini di servizio o in un contratto “senza consentire a un proprietario di contenuti di terze parti di qualificare il link in uscita”, come documentato nelle norme relative allo spam per la Ricerca Google. Tradotto: se il tuo fornitore di gestionale ti obbliga contrattualmente a tenere il suo link in follow nel footer di tutte le pagine, quella clausola è un problema suo, ma il link sta sul tuo sito.
Nella stessa pagina Google ha aggiunto una norma più recente e molto meno conosciuta in Italia, quella sull’abuso della reputazione del sito: pubblicare contenuti di terzi su un dominio ospite “principalmente a causa degli indicatori di ranking già affermati dell’host”. Gli esempi ufficiali sono impietosi e riconoscibilissimi: un sito di medicina che ospita una pagina pubblicitaria di terze parti sui migliori casinò, un sito di notizie che ospita coupon forniti da un servizio white-label. Se qualcuno ti ha proposto di ospitare una sezione “partner” scritta da altri sul tuo dominio storico, sappi che stai leggendo la definizione del rischio che ti sei assunto.
Come si qualifica un collegamento esterno: nofollow, sponsored, ugc
Dal 2019 l’attributo rel non è più un interruttore acceso o spento. Sono tre etichette che descrivono la natura del collegamento, e Google le tratta come suggerimenti per capire il contesto, non come comandi assoluti. La documentazione ufficiale su come rendere i link in uscita idonei per la SEO le riassume così:
| Valore | Quando si usa | Caso tipico in una PMI |
|---|---|---|
rel="sponsored" | link nati da pubblicità, sponsorizzazioni o accordi con compenso | banner testuale di un partner, articolo pagato, link di affiliazione |
rel="ugc" | link dentro contenuti generati dagli utenti | commenti al blog, recensioni, forum, sezione domande e risposte |
rel="nofollow" | non vuoi essere associato a quella pagina né passarle segnali | fonte citata per contestarla, sito di cui non rispondi |
| nessun valore | citazione editoriale spontanea | la fonte istituzionale da cui hai preso un dato |
I valori si possono combinare, per esempio rel="sponsored nofollow", e non è vietato essere ridondanti. Il contesto storico di come nacque tutto questo è un bel pezzo di archeologia SEO, e chi lavora con i collegamenti commerciali trova nei criteri di valutazione della destinazione la parte più utile: li ho messi in ordine in come analizzare la qualità di un link.
Un’ammissione, perché tanto vale essere onesti: nella pratica quotidiana l’errore più diffuso non è mettere l’attributo sbagliato. È metterlo a tappeto. Ho visto siti aziendali con il nofollow applicato via plugin a ogni singolo collegamento esterno, ministeri compresi. Non è prudenza, è rumore.
Diciannove anni dopo: cosa è successo ai quattro link di questo articolo
Qui arriva la parte che non troverai altrove, e che è il motivo per cui questa pagina esiste ancora. Quando scrissi questo articolo, il 15 ottobre 2007, inserii quattro collegamenti verso siti terzi. Li scelsi con cura, erano risorse valide, alcune erano lo stato dell’arte del settore. Il 26 luglio 2026 li ho ricontrollati uno per uno, a mano, con una richiesta HTTP e una lettura della pagina di destinazione. Ecco il verdetto, che è un piccolo esperimento longitudinale involontario:
- Il primo, un tool desktop per la scansione dei broken link, risponde ancora. La pagina però è ferma alla versione 1.3.8 del 2010 e vive tuttora su una URL in
http://, dentro un articolo che il mio sito serve inhttps://. - Il secondo, il checker di link exchange che consigliavo, risponde 200 ma non è più il servizio che descrivevo: la pagina è cambiata di funzione e il contesto attorno non ha più nulla a che vedere con quello del 2007.
- Il terzo, l’articolo di approfondimento su quel tool, restituisce un errore HTTP 406. È morto, semplicemente.
- Il quarto, il pezzo di un blog internazionale sul valore SEO degli outbound link, risponde ancora correttamente. Uno su quattro.
C’era anche un quinto collegamento, questa volta interno, verso un mio vecchio articolo. Risponde 404. Me lo sono portato dietro per anni senza accorgermene, dentro una pagina che nel frattempo continuava a ricevere visite.
Questo è il dato che cambia la conversazione. Tutti gli articoli sull’argomento ti spiegano come sceglierli. Nessuno ti dice che il tasso di sopravvivenza reale di un collegamento editoriale, su orizzonti lunghi, è drammaticamente basso, e che il degrado è silenzioso: nessun alert, nessuna email, nessun avviso in bacheca. La pagina resta identica, il link resta blu, l’utente ci clicca e finisce su un errore, su una redirezione strana o su un sito che nel frattempo si occupa di tutt’altro. In diciannove anni di archivio ho imparato che il contenuto invecchia bene e i link invecchiano malissimo.
Il valore di un link
Un link non costa nulla e rende molto.
Arricchisce chi lo riceve, senza impoverire chi lo dona.
Non dura che un istante, ma il suo ricordo a volte è eterno.
Nessuno è così ricco da poterne fare a meno.
Nessuno è così povero da non poterlo donare.
Crea felicità a chi scrive, è sostegno ai siti web,
è segno sensibile dell’amicizia profonda.
Un link dà riposo alla stanchezza,
nello scoraggiamento rinnova il coraggio,
nella tristezza è consolazione, d’ogni pena è naturalmente rimedio.
È un bene che non si può comprare, prestare o rubare,
poiché esso ha valore solo nell’istante in cui si dona.
E se poi incontrerete chi non vi dona l’atteso link,
siate generosi e donategli il vostro:
perché nessuno ha tanto bisogno di un link come chi non sa regalarlo agli altri.
La poesia la lascio dov’era nel 2007, con una sola correzione: dove c’era scritto PageRank oggi c’è scritto ricordo, perché il PageRank pubblico non esiste più e il resto invece è ancora vero.
Il rischio tecnico che nessuno associa ai collegamenti esterni
Questa sezione nasce dall’altro cappello che porto, quello della sicurezza informatica, e copre un vuoto che nella letteratura SEO italiana è quasi totale. Un collegamento esterno non è solo un fatto editoriale: è un punto in cui il tuo sito cede il controllo a un dominio che non amministri.
Il caso più elementare riguarda target="_blank". Aprire il link in una nuova scheda senza aggiungere rel="noopener" significa consegnare alla pagina di destinazione un riferimento JavaScript alla finestra che l’ha aperta. Da lì la pagina di destinazione può riscrivere l’indirizzo della scheda originale, tipicamente verso una copia della tua pagina di login. È una tecnica nota come reverse tabnabbing, non è teorica, e i browser moderni la mitigano di default solo nelle versioni recenti. Aggiungere rel="noopener noreferrer" costa diciotto caratteri e chiude la questione per sempre, anche per gli utenti che navigano con browser vecchi, che nelle PMI italiane sono ancora tanti.
Il caso più insidioso è il dominio che scade. Immagina di aver citato, nel 2019, lo studio di un’associazione di categoria. L’associazione chiude, il dominio va in scadenza, qualcuno lo ricompra all’asta proprio perché ha ancora backlink da siti seri come il tuo, e ci monta sopra un sito di scommesse. Tu non hai fatto niente. La tua pagina però ora linka un sito di scommesse, con un anchor text che parla di dati di settore, e quel link è in follow perché nel 2019 era una citazione perfettamente legittima. Non serve immaginare uno scenario esotico: le stesse norme sullo spam di Google contemplano esplicitamente l’abuso dei domini scaduti come pratica manipolatoria.
Il terzo caso è il mixed content, cioè i link e le risorse in http:// dentro pagine servite in https://. Sui link ipertestuali non causa il blocco che si ha sulle risorse incorporate, ma resta un segnale di trascuratezza e, per l’utente, un salto verso una connessione non cifrata. Nel mio archivio ne ho trovati parecchi, tutti pubblicati in buona fede in un’epoca in cui l’HTTPS era un’eccezione.
Nella pratica, quando facciamo un audit dei collegamenti esterni su un sito aziendale con qualche anno di storia, i tre pattern ricorrenti sono sempre gli stessi: target="_blank" senza noopener a tappeto, collegamenti verso domini che hanno cambiato proprietario e link in http:// ereditati dalla migrazione al certificato. Nessuno dei tre è colpa di chi scrive oggi. Tutti e tre sono responsabilità di chi pubblica.
Quando un collegamento retribuito smette di essere un fatto SEO
Qui il discorso cambia registro, e conviene dirlo apertamente perché quasi nessuno lo fa. Un collegamento retribuito e non dichiarato non è soltanto una violazione delle norme di Google, che nel peggiore dei casi ti costa posizioni. È una comunicazione commerciale non riconoscibile, e questo è un terreno su cui non decide un algoritmo.
Le linee guida adottate da AGCOM nel 2025 per chi produce contenuti online, pur nascendo nel perimetro degli influencer, sono il documento italiano più leggibile sul principio generale: richiamano il divieto di pubblicità occulta e rinviano espressamente al Regolamento Digital Chart sulla riconoscibilità della comunicazione commerciale diffusa attraverso Internet. Puoi leggere il testo integrale nell’Allegato A alla Delibera n. 197/25/CONS. Il principio che ne esce è semplice e vale ben oltre i creator: chi legge deve poter capire, senza sforzo, che quel collegamento è lì perché qualcuno ha pagato.
Nella mia esperienza di consulente e di consulente tecnico, il punto dolente non è quasi mai la malafede. È l’assenza di tracciabilità. L’azienda pubblica un articolo con un link commerciale, tre anni dopo cambia il responsabile marketing, cambia l’agenzia, e non esiste più nessuno in grado di dire se quel link fosse pagato o spontaneo. Se un giorno qualcuno lo contesta, la difesa si costruisce sui documenti, e i documenti o ci sono o non ci sono. Non sto dando un parere legale, che non mi compete: sto dicendo che tenere un registro di quali collegamenti esterni del tuo sito hanno una controparte economica è un’attività da venti minuti al mese che ti evita una discussione da avvocati.
Una nota di realismo, per non fare allarmismo. Nella stragrande maggioranza dei siti di PMI italiane non esiste nessun link retribuito, e tutto questo capitolo si riduce a una riga: se non paghi e non sei pagato, non hai nulla da dichiarare. Il capitolo serve a chi fa digital PR, affiliazione, guest posting o campagne di link building, dove invece la questione è quotidiana.
Outbound link, AI Overview e AI Mode
La SERP italiana per questa stessa keyword mostra oggi un AI Overview in prima posizione assoluta, sopra il primo risultato organico. È un ottimo promemoria del fatto che il contesto in cui vivono i tuoi link è cambiato mentre nessuno guardava.
La posizione ufficiale di Google è tranquillizzante e la riporto senza filtri: le funzionalità di AI come AI Overview e AI Mode “mostrano link pertinenti”, non ci sono requisiti aggiuntivi né ottimizzazioni speciali rispetto alle best practice SEO di base, come si legge nella guida su funzionalità dell’AI e il tuo sito web. Detto questo, un’osservazione onesta sui limiti: la citabilità di un contenuto da parte di un sistema generativo dipende da quanto quel contenuto è verificabile e attribuibile. Un testo che afferma dati senza mostrare da dove arrivano è più difficile da citare con sicurezza di un testo che li aggancia a fonti primarie. Non ho prove sperimentali pulite che questo si traduca in più citazioni, e chi te le promette sta vendendo. Ma la direzione è quella, e costa poco muoversi in quel senso.
C’è poi il rovescio della medaglia, ed è la ragione per cui questa sezione sta qui e non in un articolo separato. Se il tuo contenuto viene citato dentro una risposta generata, i tuoi collegamenti esterni rotti non spariscono: restano nella pagina che l’utente raggiunge dopo aver cliccato la citazione, cioè esattamente nel momento in cui stai giocando la tua credibilità con un visitatore nuovo. La manutenzione dei collegamenti non è mai stata glamour. Adesso è anche il primo biglietto da visita.
Il protocollo di manutenzione: come si fa SEO dei link in uscita nel tempo
Chiudiamo con la parte operativa, che è poi la vera differenza fra sapere una cosa e applicarla. Questo è il protocollo che usiamo sui siti che seguiamo, ridotto all’osso perché un processo complicato non lo esegue nessuno.
Al momento della pubblicazione. Verifica che la pagina di destinazione risponda e sia in https://. Scegli un anchor text descrittivo, che dica dove porta il link anche se lo leggi fuori contesto, e mai formule come “clicca qui”. Applica rel="noopener noreferrer" a tutto ciò che apri in una nuova scheda. Applica sponsored se c’è di mezzo del denaro, ugc se il link lo ha scritto un utente. Se hai dubbi sulla qualità della destinazione, applica il principio più semplice: linkeresti quella pagina a un cliente in una email? Se la risposta è no, non linkarla nemmeno da un articolo.
Ogni trimestre. Passa un crawler sul sito e tira fuori l’elenco dei link esterni con il loro codice di stato. Qualunque strumento serio lo fa, incluso Screaming Frog nella versione gratuita entro i cinquecento URL. Correggi i 4xx e i 5xx, aggiorna i 301 puntando direttamente alla destinazione finale, e trasforma in testo semplice i link verso risorse che non esistono più e non hanno un equivalente.
Una volta l’anno. Questa è la parte che salta sempre, ed è quella che conta. Prendi i link che rispondono 200 e guarda dove portano davvero. Un codice 200 non significa che la pagina sia ancora quella che avevi citato: significa solo che un server ha risposto. Il controllo del cambio di proprietario o di tema del dominio si fa a occhio, e su un sito normale sono un paio d’ore all’anno.
Sempre. Tieni un registro, anche solo un foglio di calcolo, dei collegamenti esterni che hanno una controparte economica: data, pagina, destinazione, accordo, attributo rel applicato. È la cosa più noiosa di questo articolo ed è quella che un giorno ti farà comodo.
Riepilogo dei punti chiave
I link in uscita, o outbound link, sono collegamenti che dal tuo sito portano a domini esterni. Non danneggiano il posizionamento: la teoria della dispersione del PageRank è superata da oltre un decennio, e citare fonti pertinenti è oggi uno dei modi più economici di dimostrare affidabilità editoriale. Google traccia la riga sulla manipolazione, non sulla quantità: sono spam l’acquisto e la vendita di link, lo scambio sistematico, i link retribuiti con anchor ottimizzato dentro guest post e comunicati, e l’ospitare contenuti di terzi per sfruttare la reputazione del proprio dominio. Gli attributi rel sponsored, ugc e nofollow servono a qualificare la natura del collegamento. Il rischio vero, però, non è il singolo link sbagliato: è la manutenzione. Questa pagina, online dal 2007, aveva quattro collegamenti esterni: diciannove anni dopo uno restituisce un errore HTTP, uno non è più il servizio che descriveva, due erano ancora scritti in http, e un link interno era diventato un 404. A questo si aggiungono un rischio tecnico (reverse tabnabbing su target blank, domini scaduti e ricomprati, mixed content) e un rischio normativo (un link retribuito e non dichiarato è comunicazione commerciale non riconoscibile). La soluzione è un protocollo: controlli alla pubblicazione, crawl trimestrale dei codici di stato, revisione annuale delle destinazioni, registro dei link con controparte economica.
Domande frequenti sui link in uscita
Cosa sono i link in uscita?
I link in uscita, chiamati anche outbound link o link esterni, sono collegamenti ipertestuali che partono da una pagina del tuo sito e puntano a una risorsa ospitata su un dominio diverso. Sono l’immagine speculare dei link in entrata: lo stesso collegamento è un link in uscita per il sito che lo pubblica e un link in entrata per il sito che lo riceve. Non vanno confusi con i link interni, che collegano fra loro pagine dello stesso dominio.
I link in uscita danneggiano la SEO?
No. L’idea che ogni link esterno sottragga autorevolezza nasce dal modello aritmetico del PageRank degli anni Duemila ed è superata da oltre un decennio. Citare fonti pertinenti e verificabili è un segnale editoriale positivo. Il danno arriva da un pattern manipolatorio, non dal singolo collegamento: acquisto o vendita di link per il ranking, scambi sistematici, link retribuiti con anchor text ottimizzato inseriti in guest post o comunicati stampa. Un pugno di link verso pagine mediocri non affossa un sito sano.
Qual è la differenza fra link interni ed esterni?
Il link interno collega due pagine dello stesso dominio e serve a distribuire rilevanza e a guidare la navigazione: lo controlli interamente tu. Il link esterno, o in uscita, porta l’utente su un dominio che non amministri: decidi tu se pubblicarlo, ma non decidi cosa ci sarà dall’altra parte fra qualche anno. È questa asimmetria a rendere i collegamenti verso l’esterno un impegno di manutenzione e non solo una scelta editoriale.
Quanti link in uscita si possono mettere in un articolo?
Non esiste un numero massimo stabilito da Google. Il criterio corretto è funzionale, non numerico: metti un link ogni volta che affermi qualcosa che il lettore potrebbe voler verificare, e non metterlo mai per riempire. In un articolo di duemila parole, da due a sei collegamenti esterni verso fonti primarie sono una densità del tutto normale. Un elenco di venti link in fondo alla pagina, senza contesto, è invece un segnale di scarsa cura.
Quando serve il rel nofollow su un link esterno?
Serve quando non vuoi essere associato alla pagina di destinazione né passarle segnali, per esempio se la citi per contestarla. Per i collegamenti nati da pubblicità, sponsorizzazioni o accordi con compenso il valore corretto è rel=”sponsored”; per i link inseriti dagli utenti in commenti, recensioni o forum è rel=”ugc”. I valori si possono combinare. L’errore più comune non è scegliere l’etichetta sbagliata, ma applicare il nofollow a tappeto su ogni link esterno del sito, comprese le fonti istituzionali.
Gli outbound link vanno aperti in una nuova scheda?
È una scelta di esperienza utente, non di SEO, e non ha effetti sul posizionamento. Se usi target=”_blank” aggiungi però sempre rel=”noopener noreferrer”: senza noopener la pagina di destinazione riceve un riferimento JavaScript alla scheda che l’ha aperta e può riscriverne l’indirizzo, una tecnica di phishing nota come reverse tabnabbing. I browser recenti la mitigano di default, quelli più vecchi ancora in uso nelle aziende no.
Ogni quanto vanno controllati i link esterni di un sito?
Un crawl trimestrale per intercettare errori 4xx e 5xx e catene di redirect, più una revisione annuale delle destinazioni che rispondono correttamente. Il secondo controllo è quello che quasi tutti saltano ed è il più importante: un codice 200 dice solo che un server ha risposto, non che la pagina sia ancora quella che avevi citato. Un dominio può essere scaduto ed essere stato ricomprato da qualcun altro, che ora ospita contenuti completamente diversi.
Un link a pagamento va dichiarato anche fuori dalle regole di Google?
Sì. Al di là dell’attributo rel=”sponsored”, che risolve il problema verso il motore di ricerca, resta il principio di riconoscibilità della comunicazione commerciale: chi legge deve poter capire senza sforzo che quel collegamento è lì perché qualcuno ha pagato. Le linee guida AGCOM del 2025 per i creator di contenuti online richiamano il divieto di pubblicità occulta e il Regolamento Digital Chart. Questa non è una consulenza legale: se gestisci volumi rilevanti di link retribuiti, il consiglio è farti assistere e intanto tenere un registro degli accordi.
Cosa portare a casa da diciannove anni di questa pagina
Se dovessi riscrivere in una riga quello che ho imparato dal 2007 a oggi, direi questo: linkare fuori resta la cosa giusta, ma la decisione di linkare è il cinque per cento del lavoro. Il novantacinque per cento è quello che succede dopo, quando nessuno guarda più quella pagina e il web sotto di essa continua a muoversi.
Il passo successivo, se hai un sito con qualche anno di storia, è banale e nessuno lo fa: estrai l’elenco completo dei tuoi collegamenti esterni e guarda in faccia il risultato. Nella maggior parte dei casi la sorpresa non è quanti siano rotti. È quanti puntino a posti che non riconosci più.
Prenota una consulenza strategica se vuoi che questo controllo lo faccia qualcuno per te: possiamo partire da un audit dei link in uscita del tuo sito e capire insieme quanto debito tecnico hai accumulato senza saperlo.
