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Google quality rater: cosa dicono davvero le nuove linee guida

Google quality rater: cosa dicono davvero le nuove linee guida

Le linee guida per i Google quality rater sono il documento pubblico che ci dice più di ogni altro cosa Google intende davvero per “pagina di qualità”, eppure quasi nessuno in Italia lo ha letto per intero. Circolano riassunti di riassunti, tabelle copiate da articoli in inglese, definizioni ferme al 2015. Io il file l’ho scaricato: si chiama General Guidelines, porta la data dell’11 settembre 2025 ed è lungo 182 pagine. Dentro c’è una cosa che nella SERP italiana non trovi quasi mai spiegata: i tre modi più rapidi per far valutare una pagina come “Lowest” non hanno niente a che vedere con quanto scrivi bene. Hanno a che vedere con come produci i contenuti, con la salute tecnica del tuo sito e con la provenienza del tuo dominio.

Chi sono i google quality rater e cosa valutano davvero

I google quality rater sono valutatori umani esterni, collaboratori distribuiti in tutto il mondo, che Google incarica di giudicare la qualità dei risultati di ricerca seguendo un manuale operativo dettagliatissimo. Non sono dipendenti di Google, non hanno accesso all’algoritmo, non toccano la posizione del tuo sito. I quality rater ricevono un compito, aprono un URL, esplorano la pagina e il sito che la ospita, poi assegnano un punteggio compilando una griglia.

La differenza fra questo e ciò che molti si immaginano è enorme, e vale la pena chiarirla subito perché è la fonte di metà dei fraintendimenti che sento nelle riunioni con i clienti.

I quality rater non penalizzano il tuo sito

Le valutazioni dei quality rater servono a Google per capire se una modifica agli algoritmi migliora o peggiora i risultati. Funzionano come un termometro, non come un giudice. Google effettua test comparativi affiancando la versione attuale della ricerca a una versione modificata e chiede ai quality rater quale delle due risponde meglio all’intento dell’utente. Il punteggio finisce in un aggregato statistico, non in un file collegato al tuo dominio.

Questo significa che nessun quality rater può declassare il tuo sito, e che nessuna azione correttiva ha senso se parte dal presupposto “un valutatore mi ha bocciato”. Il valore delle linee guida è un altro, ed è molto più utile: sono la descrizione più precisa e più aggiornata che esista di ciò che Google sta cercando di misurare con i suoi sistemi automatici. Se un quality rater umano deve poter riconoscere una pagina di bassa qualità leggendo quel manuale, allora l’algoritmo sta provando ad approssimare gli stessi segnali. Ecco perché ha senso studiarle.

Nella mia pratica quotidiana uso il documento esattamente così: non come una checklist per compiacere un valutatore immaginario, ma come la mappa dei rischi che Google ha deciso di rendere pubblica. Quando un cliente arriva dopo un crollo di traffico legato a un core update di Google, la prima cosa che faccio è cercare la sua situazione nelle sezioni 4.0 e 5.0 delle linee guida. Nove volte su dieci ci trovo il problema descritto quasi parola per parola.

Il documento vero: 182 pagine, non 36

Qui va fatta una precisazione tecnica che spiega perché tanti articoli italiani sono imprecisi. Google pubblica due file diversi e chi non li distingue finisce per citare quello sbagliato.

Il primo è una panoramica divulgativa di 36 pagine intitolata Search Quality Rater Guidelines: An Overview, ferma al novembre 2023. È un documento di comunicazione, pensato per giornalisti e curiosi. Il secondo è il manuale operativo vero, quello che i rater usano davvero, e si chiama General Guidelines: 182 pagine, ultima revisione datata 11 settembre 2025, scaricabile direttamente dal server di Google. Puoi verificarlo tu stesso aprendo il PDF ufficiale delle General Guidelines: la data è stampata sulla copertina.

Ogni volta che leggi un articolo che parla di “36 pagine” o che cita ancora l’acronimo E-A-T senza la seconda E, sai che chi lo ha scritto non ha aperto il file giusto. E se non ha aperto il file, difficilmente potrà dirti qualcosa di nuovo su cosa è cambiato.

Come lavora concretamente un google quality rater

Vale la pena spendere qualche riga su come si svolge il lavoro, perché è una delle domande più cercate su questa keyword e perché capirlo cambia il modo in cui leggi il resto del manuale.

Un compito di valutazione della qualità della pagina consiste in un URL e in una griglia su cui registrare le osservazioni mentre si esplora la pagina di destinazione e il sito che la ospita. Il manuale elenca tre requisiti per fare bene questo lavoro, e sono disarmanti nella loro semplicità: l’esperienza di uso del web come utente ordinario nel proprio contesto locale, una conoscenza approfondita delle linee guida e, cosa indicata come la più importante, la pratica nel fare le valutazioni.

Il google quality rater non è quindi un tecnico SEO né un esperto del settore che sta valutando. È, per progetto, una persona normale addestrata a osservare in modo sistematico. Le linee guida insistono su questo aspetto in una sezione dedicata, che chiede ai quality rater di rappresentare le persone del proprio contesto linguistico e geografico: un quality rater italiano valuta risultati italiani, con la sensibilità di un utente italiano.

Ci sono anche prescrizioni operative concrete. Il manuale definisce i requisiti del browser, chiede ai quality rater di non usare estensioni per bloccare la pubblicità (perché la pubblicità fa parte di ciò che va valutato) e dedica un paragrafo alla sicurezza durante la navigazione, visto che il lavoro comporta l’apertura di siti potenzialmente pericolosi. Chiede infine di diventare “detective ed esploratori di siti web”, cioè di modificare gli URL nella barra degli indirizzi per risalire alle sezioni superiori di un sito.

Quest’ultimo dettaglio ha una conseguenza pratica sottovalutata. Se un google quality rater atterra su un tuo articolo, non si ferma lì: risale alla home, cerca la pagina “Chi siamo”, verifica i contatti, guarda altre pagine del sito. La valutazione di una singola URL passa quasi sempre attraverso un giudizio sull’intero dominio.

Si può diventare quality rater?

Sì, ma non lavorando per Google. Le selezioni sono gestite da società terze che conducono i programmi di valutazione per conto suo, con posizioni che variano nel tempo e per Paese, contratti a ore e vincoli di riservatezza. Il percorso tipico prevede una candidatura, un test basato sulle linee guida e controlli di qualità continui sulle valutazioni prodotte.

Non entro nel merito di compensi o di condizioni contrattuali perché variano fra fornitori e nel tempo, e riportare cifre non verificabili sarebbe esattamente il tipo di contenuto che questo articolo critica. Il dato utile per chi lavora sul web è un altro: non serve diventare rater per accedere alle informazioni, perché il manuale su cui i quality rater vengono formati è pubblico e scaricabile da chiunque.

Come è strutturato il manuale dei quality rater

Il documento si divide in tre parti che rispondono a tre domande diverse. Confonderle è l’errore concettuale più comune, perché porta a ottimizzare la cosa sbagliata.

Parte 1, Page Quality (PQ). Quanto bene questa pagina raggiunge lo scopo per cui è stata creata? È una valutazione della pagina in sé, indipendente da qualsiasi ricerca. Copre le sezioni da 1.0 a 11.0 e occupa circa metà del manuale.

Parte 2, Understanding Search User Needs. Cosa vuole davvero l’utente che ha digitato questa query? Qui si parla di interpretazione della query, di intenti multipli, di localizzazione, di query Know, Do, Website e Visit-in-Person.

Parte 3, Needs Met. Quanto questo risultato specifico soddisfa quella specifica query? È una valutazione relazionale: la stessa identica pagina può essere ottima per una query e inutile per un’altra.

La conseguenza pratica è che una pagina può avere Page Quality altissima e Needs Met bassissima, e viceversa. Un articolo scientifico impeccabile è “Highest” come qualità di pagina, ma se qualcuno cerca l’orario di apertura di una farmacia quel risultato “Fails to Meet”. Quando qualcuno mi dice che il suo contenuto è ottimo ma non si posiziona, il problema è quasi sempre in Parte 2 e Parte 3, non in Parte 1.

La scala di Page Quality

I livelli sono cinque, con la possibilità di posizionarsi anche a metà fra due gradini: Lowest, Low, Medium, High, Highest. Non è una scala simmetrica. Salire da Medium a High richiede lavoro, ricerca, competenza dimostrabile. Scendere a Lowest può bastare un singolo attributo, e il manuale è esplicito su questo: un solo elemento della lista basta per assegnare il voto più basso, a prescindere da tutto il resto.

È esattamente questa asimmetria a rendere le sezioni 4.0 e 5.0 le più importanti del documento, e le meno raccontate in italiano.

La scala Needs Met

Anche qui cinque livelli, dal migliore al peggiore: Fully Meets, che si applica solo a query con un intento chiarissimo e un unico risultato corretto; Highly Meets, risultato molto utile per l’interpretazione dominante o comune della query; Moderately Meets, risultato utile; Slightly Meets, risultato poco utile oppure utile solo per un’interpretazione improbabile; Fails to Meet, risultato che manca completamente il bersaglio per tutti o quasi tutti gli utenti.

Vale la pena notare che “Fully Meets” è un caso rarissimo. Riguarda ricerche come il nome esatto di un sito o una domanda con una sola risposta possibile. Per la stragrande maggioranza delle query informative il massimo realisticamente ottenibile è “Highly Meets”, e ci si arriva rispondendo in modo completo senza costringere l’utente ad aprire altre schede.

Come i quality rater scompongono una pagina: MC, SC e Ads

Prima di assegnare qualsiasi voto, il quality rater deve saper distinguere tre parti di ogni pagina, e la sezione 2.4 dedica diverse pagine proprio a questo esercizio. È un passaggio apparentemente banale che invece spiega molti fraintendimenti su cosa Google consideri “il contenuto”.

Il Main Content, il contenuto principale, è qualsiasi parte della pagina che contribuisce direttamente al raggiungimento del suo scopo. Può essere testo, ma anche immagini, video, funzionalità come calcolatori e giochi, e persino contenuti creati dagli utenti: recensioni, commenti, risposte in un thread. Il manuale precisa una cosa che quasi nessun articolo italiano riporta: anche il titolo in cima alla pagina fa parte del contenuto principale, e i titoli descrittivi sono quelli che permettono alle persone di decidere consapevolmente quali pagine visitare.

C’è di più. Nel caso di una scheda prodotto, il contenuto dietro le schede “Recensioni”, “Spedizione” e “Informazioni sulla sicurezza” viene considerato parte del contenuto principale. Il che significa che, agli occhi di un google quality rater, la tua scheda prodotto non finisce dove finisce la descrizione: comprende anche le condizioni di reso scritte male e la sezione recensioni lasciata vuota.

Il Supplementary Content contribuisce a una buona esperienza sulla pagina ma non aiuta direttamente a raggiungerne lo scopo: menu di navigazione, articoli correlati, box laterali, link ad approfondimenti. Non è un elemento decorativo. Un contenuto supplementare ben progettato aiuta la valutazione, uno che distrae o interrompe la lettura è esplicitamente elencato fra gli attributi di bassa qualità alla sezione 5.3.

Gli Ads, o più correttamente la monetizzazione, sono la terza componente. Qui va corretto un altro luogo comune: le linee guida dicono chiaramente che la presenza o l’assenza di pubblicità di per sé non è un criterio di valutazione della qualità della pagina, e ricordano che molti siti hanno bisogno di monetizzare per poter condividere contenuti. Ciò che conta è se la pubblicità blocca o interferisce in modo significativo con il contenuto principale.

Il manuale chiede infine ai quality rater di esplorare davvero la pagina: cliccare, aprire le schede, provare le funzionalità interattive. Perché il contenuto nascosto dietro un accordion può essere MC, SC o pubblicità a seconda di cosa contiene, e non si può stabilirlo senza guardare. Traduzione operativa per chi progetta siti: se un’informazione essenziale è raggiungibile solo dopo tre click, hai spostato il tuo contenuto principale in una zona dove nessuno lo troverà.

E-E-A-T nella versione 2025: perché Trust sta al centro

L’acronimo è passato da E-A-T a E-E-A-T nel dicembre 2022 con l’aggiunta di Experience, l’esperienza diretta. Ma la modifica concettualmente più importante non è l’aggiunta della E: è la gerarchia. Le linee guida dicono, alla sezione 3.4, che il membro più importante al centro della famiglia E-E-A-T è il Trust.

La formulazione originale merita di essere riportata perché è netta: “Trust is the most important member of the E-E-A-T family because untrustworthy pages have low E-E-A-T no matter how Experienced, Expert, or Authoritative they may seem”. E l’esempio che segue è volutamente brutale: una truffa finanziaria resta inaffidabile anche se chi l’ha scritta è un truffatore espertissimo e considerato il punto di riferimento del settore.

Le altre tre componenti, nelle parole del manuale, non sono fini a sé stesse: servono a sostenere la valutazione di affidabilità. Ho approfondito la meccanica di ciascuna nella guida dedicata a E-E-A-T, qui mi interessa il punto operativo.

Cosa guardano concretamente i rater

La sezione 3.4 elenca tre fonti di evidenza, e sono tutte verificabili dall’esterno del tuo sito.

  1. Cosa il sito o l’autore dicono di sé. La pagina “Chi siamo”, il profilo dell’autore, le informazioni di contatto. Il quality rater parte da qui e si chiede se, sulla base di queste informazioni, la fonte appaia affidabile.
  2. Cosa gli altri dicono del sito o dell’autore. Recensioni indipendenti, riferimenti, articoli di stampa, fonti credibili esterne. Il manuale chiede esplicitamente di cercare evidenze indipendenti sia positive che negative.
  3. Cosa è visibile sulla pagina stessa. Fonti citate, dati, trasparenza sul metodo.

Il secondo punto è quello che le aziende sottovalutano di più. Puoi scrivere quello che vuoi nella tua pagina “Chi siamo”: se non esiste una sola fonte esterna e indipendente che confermi quello che dichiari, il quality rater deve considerare l’informazione non verificata. Nella mia esperienza con le PMI italiane questo è il gap più frequente e anche il più economico da colmare, perché spesso le evidenze esistono già (albi professionali, associazioni di categoria, rassegna stampa locale, atti di convegni) ma non sono linkate da nessuna parte.

Esperienza o competenza? Dipende dal tema

La sezione 3.4.1 affronta un caso che in Italia genera confusione: sui temi YMYL serve l’esperienza diretta o la competenza formale? La risposta del manuale è che dipende dallo scopo della pagina. Per un consiglio su come gestire una terapia serve competenza medica. Per il racconto di come si convive con una diagnosi serve esperienza vissuta. Sono due pagine diverse, entrambe legittime, con due profili di affidabilità diversi.

Il problema nasce quando si prova a spacciare la seconda per la prima. Ne avevo parlato analizzando la qualità dei contenuti in campo medico, ed è un tema che negli anni non è cambiato di una virgola: il settore continua a produrre articoli sanitari firmati da redazioni anonime.

Reputazione: la ricerca che i quality rater devono fare sempre

La sezione 3.3 contiene una prescrizione che vale la pena leggere due volte: la ricerca sulla reputazione è obbligatoria per tutti i compiti di valutazione della qualità della pagina. Non è un controllo facoltativo da fare quando qualcosa non torna. È un passaggio previsto sempre, per ogni URL.

E il criterio con cui va condotta è preciso: la reputazione si ricerca in rapporto al tema della pagina. Se la pagina contiene informazioni mediche, il quality rater deve indagare la reputazione del sito e dell’autore nel fornire informazioni mediche. Il manuale porta un esempio che chiarisce la logica: un sito può essere il punto di riferimento per i video divertenti e allo stesso tempo una fonte inaffidabile per le informazioni finanziarie. La reputazione non è un punteggio unico, è contestuale.

La frase che dovrebbe far riflettere ogni marketer

Nella sottosezione 3.3.1 c’è un’istruzione che mette in discussione buona parte del copywriting aziendale italiano. Il manuale osserva che molti siti sono ansiosi di raccontare agli utenti quanto sono bravi, e poi dice testualmente ai rater di essere scettici verso le affermazioni che i siti fanno su sé stessi, in particolare quando esiste un evidente conflitto di interesse.

Al posto delle autodichiarazioni, il quality rater deve cercare recensioni indipendenti, riferimenti, raccomandazioni di esperti, articoli di stampa e altre fonti credibili. Con una precisazione tecnica interessante: deve cercare informazioni scritte da una persona o da un’organizzazione, non statistiche o informazioni compilate automaticamente da una macchina. Un badge “sito certificato” generato da un widget non vale nulla. Un articolo su una testata locale che parla di te vale.

Per i temi YMYL il criterio si stringe ulteriormente: la reputazione di un sito va giudicata in base a ciò che dicono gli esperti del settore. Non i clienti, non il pubblico generico: gli esperti.

Recensioni dei clienti: come vanno lette

Le linee guida trattano le recensioni dei clienti come informazione sulla reputazione, ma con parecchia cautela. Chiedono di leggere il dettaglio delle recensioni negative e dei voti bassi prima di concludere che un’attività abbia una reputazione complessivamente negativa, e ricordano che qualche recensione negativa sul servizio clienti è normale per attività come negozi o ristoranti.

Questo smonta due paure opposte che incontro spesso. La prima è quella dell’imprenditore terrorizzato dalla singola recensione a una stella, convinto che gli stia distruggendo il posizionamento. La seconda è quella di chi compra recensioni positive a pacchetti: se il criterio è la lettura qualitativa del contenuto delle recensioni e non la media aritmetica, cinquanta recensioni generiche a cinque stelle scritte tutte nello stesso mese producono l’effetto opposto a quello sperato.

Quando la reputazione non esiste

La sottosezione 3.3.5 affronta il caso più comune per le piccole imprese: cosa fare quando non si trova alcuna informazione sulla reputazione. La risposta è ragionevole e va conosciuta, perché è rassicurante. L’assenza di informazioni non è di per sé un segnale negativo: moltissimi siti piccoli, locali o di nicchia semplicemente non hanno una copertura esterna, e questo non li rende inaffidabili.

La conseguenza pratica per una PMI italiana è che non serve una pagina Wikipedia. Serve che, quando qualcuno cerca il nome dell’azienda o della persona, trovi qualcosa di coerente e verificabile: un profilo professionale aggiornato, l’iscrizione a un albo o a un’associazione, la partecipazione documentata a un evento di settore, una rassegna stampa anche modesta. È lavoro di mesi, non di settimane, ma è l’investimento con il rendimento più lungo che conosca.

Il confine fra “raccontarsi bene” e “esagerare”

La sezione 5.6 introduce una categoria che vale una riflessione: informazioni esagerate o lievemente fuorvianti sul sito o sull’autore. Il manuale la descrive come rivendicazioni di esperienza o competenza che sembrano gonfiate o inserite solo per impressionare i visitatori, e conclude che in quel caso va usato il voto Low.

Poi aggiunge la regola generale: la valutazione E-E-A-T deve basarsi sul contenuto stesso, sulle informazioni trovate durante la ricerca di reputazione e su credenziali verificabili, non semplicemente su affermazioni del tipo “sono un esperto”. Se il tuo sito dichiara vent’anni di esperienza, quei vent’anni devono essere ricostruibili da fuori. Altrimenti stai lavorando contro te stesso.

Aggiungo un’osservazione che nasce dall’attività peritale: nei contenziosi che riguardano comunicazione commerciale online, il punto su cui si concentra sempre l’analisi è esattamente questo, cioè se una qualifica dichiarata sia documentabile. Le linee guida di Google e il buon senso giuridico, su questo specifico punto, chiedono la stessa cosa.

YMYL nel manuale di settembre 2025: quattro categorie, non cinque

Se hai letto un articolo italiano sul tema, con buona probabilità ti ha elencato cinque aree YMYL: shopping, finanza, medicina, legale, altro. Quella classificazione risale al 2015 e non esiste più. La versione attuale, sezione 2.3, ne elenca quattro e sono organizzate per tipo di danno, non per settore merceologico.

  • YMYL Health or Safety. Temi che possono danneggiare la salute mentale, fisica ed emotiva, o qualsiasi forma di sicurezza, inclusa quella online.
  • YMYL Financial Security. Temi che possono compromettere la capacità di una persona di mantenere sé stessa e la propria famiglia.
  • YMYL Government, Civics & Society. Temi che possono impattare negativamente gruppi di persone, questioni di interesse pubblico, la fiducia nelle istituzioni, le informazioni su elezioni e voto.
  • YMYL Other. Tutto il resto che può danneggiare le persone o il benessere della società.

La terza categoria è la novità sostanziale, ed è quella che nella SERP italiana su questa keyword non viene praticamente mai citata. Non riguarda solo i siti di informazione politica: riguarda chiunque pubblichi contenuti su normative, obblighi, adempimenti, diritti dei cittadini. Un articolo che spiega male un adempimento normativo oggi ricade in YMYL, con tutto lo scrutinio che ne consegue.

YMYL è uno spettro, non un interruttore

Il manuale è esplicito anche su questo, e la sfumatura conta. La valutazione YMYL è descritta come uno spettro: ci sono temi chiaramente YMYL, temi chiaramente non YMYL, e una zona intermedia. Serve a evitare l’errore opposto, quello di chi tratta ogni pagina come se fosse un bugiardino farmaceutico.

C’è poi una precisazione che smonta un’obiezione ricorrente. Le linee guida osservano che è sempre possibile immaginare una pagina dannosa su qualunque tema, anche sulla scienza degli arcobaleni o sull’acquisto di matite, per esempio ospitando un download infetto. Ma perché un tema sia YMYL deve essere il tema in sé a poter impattare salute, stabilità economica, sicurezza o benessere sociale. Il rischio tecnico è un’altra cosa, e la vedremo fra poco.

Le due domande per capirlo in trenta secondi

Se hai un dubbio su una pagina specifica, il manuale offre un test rapido in due domande, e funziona meglio di qualsiasi tabella.

La prima: una persona prudente cercherebbe esperti o fonti altamente affidabili per evitare un danno? Anche imprecisioni minori potrebbero causare un danno? Se la risposta è sì, il tema è probabilmente YMYL. La seconda, che è il controllo speculare: è un tema su cui la maggior parte delle persone si accontenterebbe di chiedere casualmente a un amico? Se sì, probabilmente non è YMYL.

Provale su una delle tue pagine adesso. Nella mia esperienza almeno un contenuto per sito, in quasi tutti i settori, passa il primo test senza che il proprietario se ne fosse mai accorto.

Effort, originalità, talento: i quattro criteri della qualità del contenuto

La sezione 3.2 è probabilmente la più citata a sproposito e la meno letta. Definisce come si valuta la qualità del contenuto principale (Main Content, MC) attraverso quattro criteri, e il primo ha cambiato il modo in cui ha senso ragionare sui contenuti.

Effort. La definizione letterale è “la misura in cui un essere umano ha attivamente lavorato per creare contenuto soddisfacente”. L’esempio positivo del manuale è una persona che traduce una poesia da una lingua all’altra. L’esempio negativo è la creazione automatica di migliaia di pagine facendo passare contenuti liberamente disponibili attraverso un software di traduzione, senza supervisione né curatela. Nota bene: lo sforzo può anche essere progettuale, non solo redazionale. Costruire una funzionalità utile in pagina conta come effort.

Originality. Quanto il contenuto offre qualcosa che non è già disponibile altrove. E se contenuti simili esistono su altri siti, il quality rater deve chiedersi se la pagina che sta valutando sia la fonte originale.

Talent or Skill. Quanto il contenuto è realizzato con abilità sufficiente a fornire un’esperienza soddisfacente.

Accuracy. Per le pagine informative, quanto il contenuto è fattualmente accurato. Per i temi YMYL, quanto è coerente con il consenso degli esperti consolidato.

Detto questo, il manuale aggiunge un’indicazione operativa che vale come diagnosi del perché tanti contenuti “ottimizzati” non funzionano: chiede al quality rater di dedicare qualche minuto a esaminare davvero il contenuto principale prima di trarre conclusioni. Leggere l’articolo, guardare il video, usare il calcolatore, mettere almeno un prodotto nel carrello per verificare che funzioni. La qualità non è un attributo del testo, è un attributo dell’esperienza completa. Su quanto debba essere lungo quel testo ho scritto un pezzo a parte, perché la lunghezza del contenuto è una delle metriche più fraintese in assoluto.

I tre modi per finire “Lowest” senza accorgertene

Arriviamo al punto per cui vale la pena leggere il documento originale invece dei riassunti. Le sezioni 4.6 e seguenti descrivono le pagine spam, e la logica è diversa da tutto il resto del manuale: qui non si valuta quanto una pagina sia buona, si verifica se scatta una condizione. Se scatta, il voto è Lowest, punto.

Ho ordinato le tre condizioni che nella mia esperienza colpiscono più spesso i siti delle PMI italiane, e che nella SERP su questa keyword sono trattate poco o per niente. Nessuna delle tre riguarda quanto scrivi bene.

1. Scaled content abuse, sezione 4.6.5

Definizione letterale: si verifica quando molte pagine vengono generate allo scopo principale di beneficiare il proprietario del sito e non di aiutare gli utenti. La pratica è tipicamente focalizzata sulla creazione di grandi quantità di contenuto non originale che fornisce poco o nessun valore ai visitatori rispetto ad altre pagine simili sul web, no matter how it’s created: a prescindere da come è stato creato.

Quel “a prescindere da come è stato creato” è la chiave, e va letto insieme alla frase che chiude la sezione: anche se non sei sicuro del metodo di creazione, per esempio se la pagina sia stata prodotta o meno con strumenti di AI generativa, devi comunque usare il voto Lowest quando sospetti fortemente uno scaled content abuse dopo aver guardato diverse pagine del sito.

Traduco in italiano operativo. Il segnale non è “questo testo sembra scritto dall’AI”. Il segnale è il pattern a livello di sito: decine o centinaia di pagine simili, prodotte in poco tempo, che non aggiungono nulla rispetto a ciò che esiste già. Un blog aziendale alimentato a trenta articoli al mese generati in serie ricade esattamente qui, e ci ricade anche se ogni singolo articolo, letto da solo, sembra decoroso.

Le stesse pratiche sono codificate anche fuori dalle linee guida dei rater, nelle policy antispam ufficiali di Google Search, dove lo scaled content abuse è definito come la generazione di molte pagine con lo scopo primario di manipolare il posizionamento e non di aiutare gli utenti. Il fatto che compaia in entrambi i documenti dice quanto Google ci tenga.

2. Hacked, defaced o spammed pages, sezione 4.6.2

Questa è la sezione che in trent’anni di lavoro sul digitale ho visto ignorare più sistematicamente, e ha una spiegazione banale: chi scrive di SEO raramente si occupa di sicurezza, e chi si occupa di sicurezza raramente legge le linee guida dei quality rater. Io ci sono capitato in mezzo, perché la certificazione da ethical hacker e l’attività peritale mi hanno portato a guardare i siti anche da un’altra angolazione.

Il manuale dei quality rater dice che un sito violato o deturpato è un sito modificato senza il permesso del proprietario, e che queste pagine vanno valutate Lowest perché falliscono nel raggiungere il loro scopo originale. Poi aggiunge una cosa che riguarda moltissimi siti perfettamente sani dal punto di vista editoriale: se una pagina specifica ha molti commenti “spammed”, cioè commenti non pertinenti pubblicati per pubblicizzare un prodotto o creare un link, quella pagina va valutata Lowest. Non “penalizzata un po’”. Lowest.

Pensa a cosa significa per un blog WordPress con dieci anni di archivio e i commenti aperti senza moderazione. Non serve un attacco: basta l’incuria. E il manuale lo dice esplicitamente, chiedendo ai proprietari responsabili di controllare regolarmente i propri siti per comportamenti sospetti.

Nella pratica professionale il pattern che vedo più spesso non è nemmeno il commento spam. È il plugin abbandonato che apre una backdoor, l’iniezione di pagine in una lingua diversa dentro una sottocartella dimenticata, il redirect condizionale che si attiva solo per lo user agent di Googlebot o solo per il traffico da mobile. Il proprietario del sito non se ne accorge perché navigando dal proprio browser vede tutto normale. Se ti riconosci in questa descrizione, la guida a Google Search Console spiega dove cercare i primi segnali, a partire dal rapporto sulle pagine indicizzate che non riconosci.

Il punto che voglio lasciarti è questo: nel manuale dei quality rater la sicurezza informatica non è un capitolo a parte, è un criterio di qualità del contenuto. Un sito compromesso è un sito di bassa qualità per definizione, indipendentemente da chi ci scrive e da quanto è bravo.

3. Expired domain abuse, sezione 4.6.3

Definizione: l’abuso di dominio scaduto si verifica quando un nome a dominio scaduto viene acquistato e riutilizzato principalmente a beneficio del nuovo proprietario, ospitando contenuti che forniscono poco o nessun valore agli utenti. Il manuale precisa che spesso il dominio scaduto apparteneva a un sito molto affidabile, come un ente pubblico, un’associazione benefica o una scuola, e che il nuovo proprietario spera di posizionarsi bene sfruttandone la reputazione.

Qui tocco una pratica scomoda che nel mercato italiano esiste, viene venduta apertamente e raramente viene raccontata per quello che è. Una parte non trascurabile dei pacchetti di link building offerti alle PMI italiane si appoggia a domini scaduti riacquistati e riempiti di contenuti generici, spesso ex siti istituzionali, scolastici o associativi. Chi compra il servizio non lo sa quasi mai, perché nel preventivo c’è scritto “articolo su portale tematico ad alta autorevolezza”.

La conseguenza è doppia. Il sito che ospita il link viene valutato Lowest, quindi l’autorevolezza che stavi comprando semplicemente non esiste. E se il tuo sito compare in modo massiccio in quel tipo di network, il profilo di link diventa un problema di cui prima o poi dovrai occuparti. Ne ho scritto in modo più esteso parlando di penalizzazioni di Google e di come riconoscerle.

La verifica preventiva è banale e nessuno la fa: prima di comprare un link, guarda la storia del dominio sulla Wayback Machine. Se due anni fa quel sito era la pagina di una scuola media e oggi pubblica articoli su assicurazioni, prestiti e casinò, hai la risposta.

Il quarto caso: site reputation abuse, sezione 4.6.4

Lo aggiungo perché sta diventando rilevante anche in Italia. Si tratta della pubblicazione di contenuti di terze parti su un sito ospite principalmente per sfruttare i segnali di posizionamento già consolidati di quell’ospite. È il fenomeno che in gergo si chiama parasite SEO: la sezione “offerte” o “sponsorizzato” di una grande testata, riempita di contenuti che con quella testata non c’entrano nulla.

Se hai un sito con buona autorevolezza e qualcuno ti propone di affittargli una sottocartella, adesso sai come Google classifica quella pratica.

Cosa dicono davvero le linee guida sull’AI generativa

È il tema su cui circola più disinformazione, quindi vale la pena andare al testo. Le linee guida definiscono l’AI generativa alla sezione 2.1 come un tipo di modello di machine learning capace di creare nuovi contenuti a partire dagli esempi da cui ha imparato, e aggiungono che può essere uno strumento utile per la creazione di contenuti, ma che come qualsiasi strumento può anche essere usato male.

Poi, alla sezione 4.6.6, arriva la frase che dovrebbe chiudere il dibattito: “the use of Generative AI tools alone does not determine the level of effort or Page Quality rating”. L’uso di strumenti di AI generativa, da solo, non determina il livello di sforzo né il voto di qualità della pagina. E il manuale continua spiegando che gli stessi strumenti possono servire a produrre contenuti di alta e di bassa qualità: un alto livello di effort può essere coinvolto nella creazione di opere originali di alta qualità con strumenti generativi, così come è possibile usarli per produrre contenuti Lowest con poco o nessun sforzo, originalità e valore aggiunto.

Google non vieta l’AI. Google misura lo sforzo umano, l’originalità e il valore aggiunto, e non gli interessa quale tastiera li abbia prodotti. Questa è una posizione coerente anche con la documentazione pubblica su come creare contenuti utili e affidabili, dove la domanda centrale non è “chi ha scritto” ma “perché è stato scritto”.

Il dettaglio operativo che fa la differenza

Detto questo, c’è un passaggio che dovrebbe far riflettere chiunque gestisca un blog aziendale. Fra i segnali che il manuale elenca per riconoscere contenuti copiati o parafrasati compaiono, testualmente, “parole o altre indicazioni di sintesi o parafrasi da strumenti di AI generativa, come le parole ‘As an AI language model'”.

Sì, hai letto bene: Google ha messo nero su bianco che il residuo di prompt lasciato in pagina è un indizio di contenuto Lowest. Se ti sembra assurdo che qualcuno pubblichi un articolo con dentro quella frase, prova a cercarla su Google limitando la ricerca ai domini italiani. Ti passerà la voglia di ridere.

Il contesto italiano, con i numeri

Questa parte non è teorica. Secondo i dati Istat sulle imprese e le tecnologie dell’informazione, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava tecnologie di intelligenza artificiale, contro l’8,2% del 2024: la quota è raddoppiata in un anno. E fra le imprese che adottano l’AI, il 59,1% usa proprio l’AI generativa per produrre testo, voce, immagini o video, come documenta il report Istat “Imprese e ICT” del dicembre 2025.

Lo stesso report segnala un divario enorme fra grandi imprese e piccole, 53,1% contro 15,7%, e indica la mancanza di competenze come primo ostacolo, al 58,6%. Metti insieme i tre dati e ottieni la fotografia del rischio: molte aziende stanno iniziando a generare contenuti con l’AI, la maggior parte sono piccole, e la competenza per governare il processo spesso non c’è. Non è un problema di strumento. È un problema di curatela, ed è esattamente la variabile che le linee guida misurano.

Chi vuole capire come impostare il processo senza finire nella casella 4.6.5 trova un inquadramento più ampio nell’articolo su intelligenza artificiale e SEO.

Low quality: i sei attributi che bastano da soli

Sotto la soglia dello spam c’è la fascia Low, sezione 5.0, e la regola è la stessa: un singolo attributo basta. Il manuale lo scrive senza ambiguità, precisando che pagine di bassa qualità possono comparire su qualunque tipo di sito, inclusi siti accademici, no profit e istituzionali.

Gli attributi sono sei e li riporto nella loro logica originale, perché tradotti male perdono precisione.

  • Qualità del contenuto principale. Il MC è creato senza sforzo, originalità, talento o abilità adeguati a raggiungere lo scopo della pagina in modo soddisfacente.
  • Titolo della pagina. Il titolo è leggermente fuorviante, scioccante o esagerato. Vale la pena rileggere i propri titoli con questo criterio: metà del clickbait italiano ricade qui.
  • Ruolo di pubblicità e contenuti supplementari. Annunci o contenuti di contorno che distraggono significativamente o interrompono l’uso del contenuto principale.
  • Informazioni sul sito e sull’autore. Quantità insoddisfacente di informazioni sul sito o su chi ha creato il contenuto, in rapporto allo scopo della pagina.
  • Reputazione. Reputazione lievemente negativa del sito o del creatore del contenuto.
  • Affidabilità, cioè E-E-A-T. Livello inadeguato di E-E-A-T per lo scopo della pagina.

Su quest’ultimo punto c’è una nota che vale come avvertimento: il voto Low va usato se la pagina manca di E-E-A-T adeguato per il suo scopo, e nessun’altra considerazione, nemmeno una reputazione positiva o il tipo di sito, può compensare quella mancanza. Non esiste credito accumulato che ti salvi su una pagina specifica.

Il “filler” e l’esperienza utente

La sezione 5.2.2 introduce un concetto che chiunque abbia mai cercato una ricetta online riconoscerà: il contenuto di riempimento come cattiva esperienza utente. Sono i tremila caratteri di introduzione autobiografica prima di arrivare al punto, i paragrafi che ripetono la domanda invece di rispondere, le premesse infinite. Nel manuale è un attributo di bassa qualità.

Ho una teoria poco popolare su questo: buona parte del filler italiano non nasce dall’AI, nasce da vent’anni di consigli sbagliati sul conteggio parole. Prima si diceva “scrivi almeno mille parole”, poi duemila, e il risultato è stato un web pieno di articoli gonfiati. Il criterio corretto è un altro, ed è quello che uso quando riscrivo un contenuto: ogni paragrafo deve aggiungere un’informazione che il lettore non aveva prima di leggerlo. Se non lo fa, si taglia.

Informazioni sul sito: la regola che fa scattare Low da sola

La sezione 5.5 merita un paragrafo a parte perché contiene una prescrizione operativa immediata. Il manuale si aspetta di trovare qualche forma di informazione sul sito per la maggior parte dei siti, e informazioni chiare su chi ha creato il contenuto principale, a meno che non esista un buon motivo per l’anonimato. Un alias o uno pseudonimo consolidato può bastare a identificare un autore, e per siti personali o discussioni non YMYL può essere sufficiente un indirizzo email o un link a un profilo social.

Poi arriva la parte netta. Le pagine che offrono funzionalità di pagamento o che processano transazioni finanziarie devono ricevere un voto Low se le informazioni sul servizio clienti o i contatti sono insoddisfacenti. E le pagine su temi YMYL, o comunque quelle che richiedono un alto livello di fiducia, devono ricevere un voto Low se le informazioni su chi è responsabile del sito o su chi ha creato il contenuto sono insufficienti.

Detto in italiano: se hai un e-commerce con solo un form di contatto e nessun numero di telefono, nessuna partita IVA visibile, nessuna informazione sulla gestione dei resi, quella pagina è Low per definizione, indipendentemente da quanto sia bella la scheda prodotto. Ed è forse la correzione più rapida ed economica dell’intero elenco.

High e Highest: cosa serve davvero per salire di livello

Fin qui abbiamo guardato verso il basso. Ha senso guardare anche verso l’alto, perché la struttura delle sezioni 7.0 e 8.0 chiarisce un equivoco diffuso: per essere valutati High non serve eccellere su tutto.

Le linee guida dicono che una pagina di alta qualità deve dimostrare almeno uno dei seguenti requisiti: contenuto principale creato con alto livello di effort, originalità, talento o abilità, tale da raggiungere bene lo scopo della pagina; reputazione positiva del sito per il tema della pagina o dell’autore per il tema del contenuto; alto livello di E-E-A-T rispetto allo scopo della pagina. Una sola di queste tre condizioni, se soddisfatta pienamente e in assenza di attributi negativi, porta il voto a High.

Il livello Highest funziona con la stessa logica, alzando l’asticella: contenuto creato con un livello molto alto di sforzo e originalità, reputazione molto positiva, o livello molto alto di E-E-A-T. Il manuale descrive il contenuto principale di qualità massima come qualcosa che rappresenta il meglio disponibile online su quel tema o per quel tipo di contenuto.

La calibrazione che dovresti rubare ai rater

C’è un consiglio nella sezione 7.1 che considero il singolo suggerimento più utile dell’intero documento per chi produce contenuti. Il manuale dice ai quality rater: se non sei sicuro che un contenuto sia di alta qualità, prova a cercare altre pagine sullo stesso tema per calibrare la tua valutazione. E aggiunge la frase che fa male: le pagine “tipiche” e “medie” su un tema hanno generalmente qualità del contenuto principale Medium, non High.

Rileggi bene. Fare un buon lavoro, un lavoro nella media alta del settore, produce un voto Medium. Non High. Per arrivare a High devi essere sensibilmente sopra il tipico, non allineato al tipico. Ed è il motivo per cui gli articoli costruiti guardando i primi dieci risultati e riassumendone i contenuti sono strutturalmente condannati alla mediocrità: partono dalla media e alla media tornano.

L’implicazione operativa la applico così: prima di scrivere qualsiasi cosa, mi chiedo quale sia l’elemento che io posso mettere in pagina e che nessuno dei primi dieci risultati ha. Se non trovo risposta, il contenuto non si fa. Vale per me e vale per i clienti, ed è un filtro che riduce drasticamente il volume di produzione, migliorando i risultati.

Forum, Q&A e pagine di errore: i casi speciali

La sezione 9.0 raccoglie criteri specifici per tipi di pagina particolari, e due meritano attenzione perché toccano situazioni molto italiane.

Sui forum e le pagine di domande e risposte (sezione 9.3), il contenuto principale comprende la domanda, le risposte e la discussione che ne deriva. La valutazione va fatta dal punto di vista di chi visita la pagina, non di chi partecipa alla conversazione. E le linee guida chiariscono che una pagina di forum può essere High o addirittura Highest anche se gli utenti sono identificati solo da un nickname: l’E-E-A-T di una discussione si giudica spesso dai post stessi.

Per i quality rater, le pagine di forum di qualità massima sono descritte come conversazioni estremamente soddisfacenti, con partecipanti che hanno investito molto impegno nei propri interventi e che portano esperienza o competenza reali, offrendo approfondimenti unici o il racconto di esperienze a cui difficilmente si accederebbe nella propria comunità reale. Quelle di bassa qualità mancano di impegno, hanno poche risposte superficiali, oppure mostrano una significativa mancanza di rispetto fra i partecipanti tale da scoraggiare gli altri dal partecipare.

C’è anche una regola sensata sulle discussioni nuove: un thread che consiste solo nella domanda iniziale va valutato generalmente Medium, perché quelle pagine hanno bisogno di tempo per raggiungere il loro scopo. Ma nel tempo, l’assenza di partecipazione o di una risposta significativa può diventare motivo di voto Low. Se gestisci una community, questo è un dato prezioso: le domande senza risposta non sono neutre, invecchiano male.

Sulle pagine di errore o senza contenuto principale (sezione 9.2) il criterio è diverso e riguarda soprattutto la manutenzione tecnica. Vale la pena controllare periodicamente quante pagine del proprio sito rientrano in questa categoria: nei siti con qualche anno di vita sono quasi sempre più di quante il proprietario immagini.

Needs Met: la scala che misura la risposta, non la pagina

Torniamo alla Parte 3, perché è dove si gioca la differenza fra un contenuto che esiste e un contenuto che si posiziona. Il quality rater riceve una query e un risultato, e deve valutare quanto quel risultato sia utile e soddisfacente per gli utenti che hanno fatto quella ricerca.

Le linee guida chiedono di ragionare per interpretazioni: qual è il significato dominante della query, quali significati comuni esistono, quali interpretazioni minori sono ragionevoli e quali sono da escludere. Poi distinguono i tipi di intento, e la classificazione è più fine di quella che si usa di solito in Italia. Le Know Simple Query sono ricerche a cui si può rispondere in una o due frasi o con un breve elenco, e per le quali esiste una risposta accettata dalla maggior parte delle persone. Le Know Query sono tutto il resto delle ricerche informative, quelle che richiedono risposte complesse o che ammettono molte risposte diverse. Poi ci sono le Do Query (l’utente vuole compiere un’azione), le Website Query (l’utente cerca un sito preciso) e le Visit-in-Person Query (l’utente vuole andare fisicamente da qualche parte).

La conseguenza pratica per chi scrive: prima di produrre un contenuto, stabilisci a quale di queste categorie appartiene la query, perché il formato corretto cambia completamente. Una Know Simple Query vuole una risposta secca nei primi cento caratteri utili. Una Know Query vuole profondità e struttura. Una Visit-in-Person Query vuole indirizzo, orari e mappa, e nessuna quantità di prosa la soddisferà mai.

Come si arriva a “Highly Meets”

Il criterio è che l’utente trovi sulla pagina tutto ciò che gli serve senza dover visitare altre pagine o altri siti per ottenere una risposta esauriente. Da qui discende una regola che nella pratica funziona: se il tuo articolo costringe il lettore ad aprire una seconda scheda per capire un passaggio, o gli integri quel passaggio o hai già perso.

Attenzione però a non confondere completezza con lunghezza. Un contenuto che risponde in modo esauriente in ottocento parole batte un contenuto che gira attorno alla domanda per cinquemila. Il manuale valuta la soddisfazione dell’utente, non il conteggio caratteri.

Come usare le linee guida in pratica: l’autovalutazione che faccio ai clienti

Passiamo dalla teoria alla procedura. Questo è il percorso che seguo quando devo capire se un sito ha un problema di qualità percepita, ed è costruito seguendo l’ordine delle sezioni del manuale, dalle condizioni bloccanti verso l’alto.

Primo passaggio: le condizioni che valgono Lowest. Prima di guardare qualsiasi contenuto, verifico se scatta una delle condizioni della sezione 4.6. Il sito è stato compromesso? Ci sono pagine indicizzate che il proprietario non riconosce? I commenti sono moderati? Il dominio ha una storia coerente con l’attività attuale? Esistono sottocartelle affittate a terzi? Se qui trovo qualcosa, non ha senso passare oltre: nessun miglioramento editoriale compensa una condizione bloccante.

Secondo passaggio: il pattern di produzione. Guardo il ritmo di pubblicazione degli ultimi dodici mesi e la varianza fra gli articoli. Trenta pezzi pubblicati in due settimane, tutti della stessa lunghezza, tutti con la stessa struttura, tutti senza un dato originale, sono un pattern riconoscibile. Non serve un rilevatore di AI: serve guardare l’archivio.

Terzo passaggio: le informazioni sul sito e sull’autore. Esiste una pagina “Chi siamo” che dica chi c’è dietro, con nomi e ruoli? Gli articoli hanno una firma? La firma porta a un profilo con credenziali verificabili? Esistono fonti esterne indipendenti che confermano quelle credenziali? È il lavoro più noioso e quello con il ritorno più alto.

Quarto passaggio: la corrispondenza fra intento e formato. Per ogni pagina importante, identifico il tipo di query e verifico se il formato è coerente. Qui trovo la maggior parte dei problemi di posizionamento dei contenuti tecnicamente sani.

Quinto passaggio: effort, originalità, accuratezza. Solo alla fine entro nel merito editoriale, chiedendomi cosa contiene questa pagina che non esiste già altrove. Se la risposta è “niente, ma è scritta meglio”, il contenuto va ripensato, non ritoccato.

Chi preferisce partire dalla teoria della qualità prima che dalla procedura può leggere il pezzo su cosa intende Google per contenuti di qualità, che affronta lo stesso tema da un’altra angolazione.

Gli errori che vedo più spesso sui siti delle PMI italiane

Metto insieme il pattern ricorrente, senza fare nomi e senza raccontare casi riconoscibili. Sono situazioni che ho incontrato ripetutamente e che rientrano tutte in sezioni precise del manuale.

Il primo è il sito che ha investito tutto sulla home e sulle pagine servizio, tenendo un blog abbandonato con l’ultimo articolo di tre anni fa e i commenti pieni di spam. Il proprietario pensa che il blog “non faccia danni perché tanto non lo guarda nessuno”. Il manuale dice il contrario: la reputazione del sito si valuta anche guardando altre pagine dello stesso sito.

Il secondo è l’azienda con competenze reali e verificabili che non le espone da nessuna parte. Certificazioni, iscrizioni ad albi, anni di attività documentabili: tutto esiste, niente è online. È il caso in cui il divario fra qualità reale e qualità percepita è più ampio, e anche quello più rapido da correggere.

Il terzo è il blog affidato a un fornitore che produce a volume. Gli articoli arrivano puntuali, sono grammaticalmente corretti e non contengono un singolo dato che l’azienda possiede e nessun altro ha. Su questo dico sempre la stessa cosa, e non piace: se il contenuto che pubblichi potrebbe essere pubblicato identico dal tuo concorrente, non ti sta costruendo nulla.

Il quarto riguarda i siti che trattano temi oggi classificati YMYL senza rendersene conto, di solito nella categoria Government, Civics & Society. Uno studio professionale che spiega adempimenti, un’azienda che pubblica guide su normative di settore, un consulente che commenta scadenze: tutti contenuti che oggi richiedono lo scrutinio più alto e che spesso sono firmati “Redazione”.

Il quinto è più sottile e riguarda gli e-commerce. Schede prodotto curate nella descrizione, fotografie professionali, e poi zero informazioni sul servizio clienti, condizioni di reso nascoste in un PDF, nessun numero di telefono. Abbiamo visto che per le pagine che processano transazioni finanziarie questa carenza vale il voto Low da sola, senza bisogno di altro. Un google quality rater che apre quella scheda prodotto non deve nemmeno valutarne il contenuto: la condizione è già scattata. E il paradosso è che si tratta della correzione più economica dell’intero elenco, perché richiede di scrivere tre pagine che l’azienda ha già in testa.

Una precisazione doverosa: quanto scritto qui riguarda la qualità percepita dei contenuti e il modo in cui Google descrive i propri criteri di valutazione. Non è consulenza legale, e le implicazioni normative di ciò che pubblichi vanno valutate con chi ha titolo per farlo.

Dieci anni di linee guida: cosa è cambiato davvero

Questo articolo, nella sua prima versione, commentava le linee guida del novembre 2015. Le ho riscritte da capo perché di quel testo oggi non è rimasto quasi niente di valido, e il confronto fra le due versioni dice più di molte analisi sull’evoluzione della ricerca.

Nel 2015 il documento pubblico contava 160 pagine e la conversazione ruotava attorno a tre temi: l’acronimo E-A-T con tre lettere, il mobile friendly, e il fatto che un sito non ottimizzato per smartphone potesse ricevere il voto più basso sulla scala Needs Met. Le aree YMYL erano cinque e organizzate per settore merceologico: shopping, finanza, medicina, legale, altro. Si parlava molto di banner sopra la piega e di reindirizzamenti ingannevoli verso programmi di affiliazione.

Nella versione di settembre 2025 il mobile friendly non è più un tema, semplicemente perché è diventato il presupposto. Le categorie YMYL sono quattro e sono classificate per tipo di danno, con l’aggiunta della dimensione civica e sociale. L’acronimo ha una E in più, e soprattutto ha una gerarchia interna che nel 2015 non esisteva: il Trust al centro, il resto come supporto.

Ma il cambiamento strutturale è un altro, ed è il vero motivo per cui vale la pena rileggere il documento oggi. Nel 2015 il manuale era prevalentemente un testo su come riconoscere un contenuto scritto male. Nel 2025 è diventato in buona parte un testo su come riconoscere un sistema di produzione industriale di contenuti. Le sezioni sull’abuso di dominio scaduto, sull’abuso della reputazione del sito, sullo scaled content abuse e sul contenuto creato con poco sforzo non esistevano dieci anni fa. Sono state aggiunte fra il 2024 e il 2025, e descrivono modelli di business, non errori di scrittura.

Chi lavora nel digitale italiano da abbastanza tempo riconosce il pattern. Ogni volta che una tecnica di produzione a volume diventa economicamente accessibile, il web si riempie di quella cosa e Google reagisce codificandola come abuso. È successo con le directory, con gli article marketing network, con i siti satellite, con i contenuti a pagamento per posizionare parole chiave. Sta succedendo adesso con la generazione automatica su larga scala.

La lezione che ne traggo, dopo aver visto ripetersi il ciclo diverse volte, è poco entusiasmante ma affidabile: qualsiasi vantaggio derivi dal produrre più contenuti degli altri con meno sforzo degli altri ha una durata limitata e un costo differito. Il vantaggio che dura è quello che deriva da qualcosa che hai tu e che gli altri non possono replicare, che si tratti di dati proprietari, esperienza sul campo o accesso a informazioni di prima mano. Non è un discorso morale, è una lettura di come il documento si è evoluto in dieci anni.

Risorse per approfondire

Se vuoi lavorarci sul serio, l’ordine che consiglio è questo. Scarica il PDF delle General Guidelines e leggi almeno le sezioni 3.2, 3.4, 4.6 e 5.0: sono una sessantina di pagine e coprono l’80% di ciò che serve. Poi confronta quello che hai letto con le policy antispam ufficiali, che descrivono le stesse pratiche dal lato delle regole. Infine tieni d’occhio la cronologia degli aggiornamenti dell’algoritmo, perché è lì che le valutazioni descritte nel manuale si traducono in movimenti reali: ho raccolto le principali novità degli ultimi anni nella panoramica sugli aggiornamenti di Google e il loro impatto sui siti.

Un avvertimento sulle traduzioni: circolano versioni italiane non ufficiali del documento, spesso ferme a revisioni vecchie di anni. Google pubblica il manuale solo in inglese. Se una traduzione non riporta la data della versione da cui è tratta, non usarla.

Riepilogo dei punti chiave

Le linee guida per i google quality rater sono un manuale operativo di 182 pagine, aggiornato all’11 settembre 2025, che descrive come valutatori umani esterni giudicano la qualità delle pagine web. Le valutazioni non incidono direttamente sul posizionamento del singolo sito: servono a Google per misurare i propri algoritmi, ma sono la descrizione più precisa disponibile di ciò che quegli algoritmi cercano di riconoscere. Il documento si articola su tre assi: Page Quality (quanto bene una pagina raggiunge il suo scopo), comprensione della query e Needs Met (quanto un risultato soddisfa una ricerca specifica). Al centro di E-E-A-T c’è il Trust, e senza affidabilità esperienza, competenza e autorevolezza non compensano. YMYL è oggi diviso in quattro categorie per tipo di danno, inclusa quella su istituzioni e società. La qualità del contenuto principale si misura su effort, originalità, talento e accuratezza. Il rischio maggiore per le PMI non è scrivere male: sono le tre condizioni che valgono automaticamente il voto Lowest, cioè la produzione di contenuti in serie senza valore aggiunto (4.6.5), il sito compromesso o pieno di commenti spam (4.6.2) e l’uso di domini scaduti riciclati (4.6.3). Sull’AI generativa il manuale è esplicito: l’uso dello strumento da solo non determina né lo sforzo né il voto di qualità.

Domande frequenti su google quality rater

Chi sono i google quality rater e da chi dipendono?

I google quality rater sono valutatori umani esterni, distribuiti in tutto il mondo, che giudicano la qualità dei risultati di ricerca seguendo un manuale operativo pubblico chiamato General Guidelines. Non sono dipendenti di Google e non hanno accesso all’algoritmo: lavorano tipicamente tramite società terze che gestiscono i contratti. Ogni rater valuta risultati relativi al proprio Paese e alla propria lingua, perché le linee guida richiedono esplicitamente che rappresenti gli utenti del proprio contesto locale.

I quality rater possono penalizzare il mio sito?

No. Le valutazioni dei quality rater non incidono direttamente sul modo in cui una pagina o un sito compaiono nella ricerca. Google le usa in forma aggregata per misurare se i propri sistemi funzionano bene e per confrontare la versione attuale dell’algoritmo con eventuali modifiche in test. Un voto basso assegnato da un quality rater non produce quindi alcuna azione manuale né alcun declassamento del tuo dominio. Il valore delle linee guida per chi lavora sul web è diverso: descrivono con precisione i segnali che gli algoritmi cercano di riconoscere in automatico.

Qual è la versione attuale delle linee guida dei quality rater?

La revisione più recente delle General Guidelines porta la data dell’11 settembre 2025 e conta 182 pagine. Attenzione a non confonderla con il documento divulgativo intitolato “Search Quality Rater Guidelines: An Overview”, che è lungo 36 pagine, risale al novembre 2023 e ha finalità di comunicazione. Il manuale operativo completo è scaricabile in PDF direttamente dai server di Google, in lingua inglese, e riporta la data della revisione sulla copertina: è il modo più semplice per verificare se l’articolo che stai leggendo è aggiornato.

Le linee guida vietano i contenuti scritti con l’intelligenza artificiale?

No, e il manuale lo dice esplicitamente: l’uso di strumenti di AI generativa da solo non determina né il livello di sforzo né il voto di qualità della pagina. Gli stessi strumenti possono servire a produrre contenuti di altissima qualità o contenuti valutati Lowest. Ciò che viene misurato è lo sforzo umano reale, l’originalità e il valore aggiunto rispetto a quanto già esiste sul web. Il rischio concreto non è usare l’AI, è generare molte pagine in serie senza curatela: quella pratica si chiama scaled content abuse ed è descritta alla sezione 4.6.5.

Che differenza c’è fra Page Quality e Needs Met?

Page Quality misura quanto bene una pagina raggiunge lo scopo per cui è stata creata, ed è una valutazione indipendente da qualsiasi ricerca. Needs Met misura quanto quel risultato specifico soddisfa una specifica query, ed è quindi relazionale. Una stessa pagina può avere Page Quality altissima e Needs Met bassissima: un articolo scientifico impeccabile è un ottimo contenuto, ma se qualcuno cerca l’orario di apertura di un negozio quel risultato fallisce completamente. Quando un contenuto ben fatto non si posiziona, il problema è quasi sempre di Needs Met, non di Page Quality.

Cosa significa YMYL e quali categorie esistono oggi?

YMYL sta per “Your Money or Your Life” e indica i temi che possono impattare in modo significativo la salute, la stabilità economica o la sicurezza delle persone, oppure il benessere della società. La versione attuale delle linee guida ne elenca quattro categorie organizzate per tipo di danno: Health or Safety, Financial Security, Government Civics & Society, e Other. La suddivisione in cinque aree merceologiche che si trova in molti articoli italiani risale al 2015 e non è più quella in uso. Le linee guida precisano inoltre che YMYL è uno spettro e non una classificazione binaria.

Come si diventa search quality rater di Google?

Le selezioni non passano da Google direttamente ma da società terze che gestiscono i programmi di valutazione per conto suo, e le posizioni aperte variano nel tempo e per Paese. Il percorso tipico prevede una candidatura, un test basato sulle linee guida e un periodo di prova con controlli di qualità sulle valutazioni prodotte. Si tratta di collaborazioni a ore, spesso da remoto, con vincoli di riservatezza. Dal punto di vista di chi lavora sul web il dato utile è un altro: il manuale su cui i rater vengono formati è pubblico e chiunque può studiarlo.

Ogni quanto Google aggiorna le linee guida dei quality rater?

Non esiste una cadenza fissa. Storicamente gli aggiornamenti sono stati più o meno annuali, con revisioni sostanziali nel dicembre 2022 (introduzione della seconda E per Experience), nel novembre 2023, nel gennaio 2025 (definizioni su AI generativa, scaled content abuse ed expired domain abuse) e nel settembre 2025. Google non annuncia sempre le modifiche minori, quindi il metodo più affidabile è controllare periodicamente la data stampata sulla copertina del PDF ufficiale e confrontare l’indice delle sezioni con quello della versione precedente.

Un sito con i commenti pieni di spam può davvero essere valutato Lowest?

Sì, e la sezione 4.6.2 è esplicita: se una pagina presenta molti commenti non pertinenti pubblicati per pubblicizzare prodotti o creare link, quella pagina va valutata Lowest. Lo stesso vale per i siti violati o deturpati, che falliscono nel raggiungere il loro scopo originale. È il motivo per cui la manutenzione tecnica e la moderazione non sono attività accessorie rispetto alla SEO: nel manuale dei rater la salute del sito è un criterio di qualità a tutti gli effetti, alla pari del contenuto.

Cosa farne, adesso

Se dovessi ridurre 182 pagine a una sola indicazione, sarebbe questa: smetti di chiederti come piacere a Google e comincia a chiederti quali condizioni bloccanti sono attive sul tuo sito. Sono poche, sono descritte con precisione chirurgica nelle sezioni 4.6 e 5.0, e nella maggior parte dei casi si risolvono con manutenzione e trasparenza, non con altro contenuto.

L’ordine ragionevole è quello: prima verifica che il sito non ricada in una delle condizioni Lowest, poi metti in chiaro chi c’è dietro i contenuti e quali evidenze esterne lo confermano, poi allinea formato e intento di ricerca, e solo alla fine lavora sulla profondità editoriale. Fare il contrario, che è quello che fanno quasi tutti, significa investire sul quinto passaggio mentre il primo è ancora rotto.

Un ultimo suggerimento di metodo, che ti farà risparmiare tempo. Quando leggi un articolo sulle linee guida per i google quality rater, controlla due cose prima di dargli credito: se cita la data della versione a cui si riferisce e se indica i numeri di sezione. Un pezzo che parla genericamente di linee guida dei quality rater senza mai scrivere 3.4, 4.6.5 o 5.5 è quasi sempre un riassunto di secondo grado. Le sezioni sono il modo più rapido per verificare qualsiasi affermazione, inclusa ognuna di quelle che hai letto qui: apri il PDF ufficiale, cerca il numero, leggi il paragrafo. Se qualcosa non torna, la fonte primaria vince sempre sull’articolo, anche quando l’articolo è il mio. È così che ho costruito questa riscrittura, ed è il metodo che consiglio a chiunque voglia studiare sul serio il lavoro dei quality rater.

Nessuno può garantirti un posizionamento, e diffida di chi lo fa. Quello che puoi controllare è che il tuo sito non regali a Google motivi per considerarlo di bassa qualità, e questo sì che è alla tua portata.

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Max Valle, Business AI Strategist
L'autore

Max Valle

Business AI Strategist

Dal 1993 aiuto imprese e professionisti a crescere online in sicurezza: sviluppo siti web, strategie di marketing digitale e intelligenza artificiale per studi e PMI. Oltre 2.500 aziende seguite in 12 paesi, 6 libri pubblicati e la certificazione di consulente privacy GDPR, senza mai mettere a rischio i dati dei clienti.

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