Le tipologie di e-commerce si riassumono in poche sigle, B2B, B2C, C2C, ma quelle sigle non sono etichette di marketing: sono il contratto che firmi con chi compra da te. Cambiano il diritto di recesso, la garanzia, il modo in cui fatturi, l’IVA che applichi, quello che devi comunicare al fisco e persino come va costruito il checkout. In trentatré anni di lavoro sul web, dal 1993, ho visto aziende scegliere la piattaforma prima di aver deciso il modello, e pagare quella scelta per anni. Questa guida mette in fila tutti i modelli, quelli classici e quelli ibridi, spiega cosa cambia davvero tra uno e l’altro sul piano operativo e legale, e chiude con un test in sei domande per capire quale fa per la tua impresa.
Cosa sono le tipologie di e-commerce e perché la sigla conta
Ogni vendita online ha due attori: chi vende e chi compra. Le tipologie di e-commerce classificano il commercio elettronico proprio in base alla natura di questi due soggetti. La prima lettera indica chi vende, la seconda chi compra, e la cifra 2 sta per “to”. Business è un’impresa, con partita IVA; Consumer è una persona fisica che compra per fini estranei alla propria attività professionale; Government è una pubblica amministrazione.
Sembra una distinzione da manuale, e invece è la prima decisione strategica di qualsiasi progetto di vendita online. Il motivo è semplice: la legge italiana ed europea non tratta allo stesso modo un’impresa che vende a un privato e un’impresa che vende a un’altra impresa. La direttiva europea sui diritti dei consumatori definisce il consumatore come “qualsiasi persona fisica che agisca per fini che non rientrano nel quadro della sua attività commerciale, industriale, artigianale o professionale” e riserva a quella persona una serie di tutele, a partire dal diritto di recesso di quattordici giorni, che a un acquirente professionale non spettano. Quando scegli tra le tipologie di e-commerce stai scegliendo anche quale insieme di regole si applica al tuo negozio.
C’è poi un secondo motivo, meno giuridico e più pratico. Il modo in cui un’impresa compra non ha nulla a che vedere con il modo in cui compra un privato: quantità, tempi, listini, forme di pagamento, chi approva l’ordine. Un negozio online costruito per uno dei due pubblici funziona male con l’altro, e in Italia ho visto più volte portali B2B con il carrello di un negozio di scarpe, dove l’ufficio acquisti di un cliente doveva inserire cinquanta righe a mano.
I tre modelli classici: B2C, B2B e C2C
Partiamo dalle tre tipologie di e-commerce che tutti nominano. Sono quelle che coprono la stragrande maggioranza delle vendite online, e sono anche quelle che vengono confuse più spesso.
B2C, Business to Consumer
Tra le tipologie di e-commerce, il B2C è la vendita da un’impresa a un consumatore finale. È il modello che tutti hanno in mente quando dicono “aprire un e-commerce”: il negozio di abbigliamento, la farmacia online, il produttore di olio che vende ai privati. Prezzi esposti al pubblico e comprensivi di IVA, acquisto immediato, pagamento con carta o wallet, spedizione a casa.
È anche il modello più regolamentato, perché dall’altra parte c’è la parte debole del contratto. Recesso entro quattordici giorni senza dover dare spiegazioni, garanzia legale di conformità di due anni, informazioni precontrattuali obbligatorie, pulsante d’ordine che deve dire chiaramente che si sta pagando. Ne ho scritto per esteso nella guida alla normativa italiana sugli e-commerce, e vale la pena leggerla prima di mettere online il primo prodotto.
I numeri di questo segmento sono i più noti. Secondo l’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano, nel 2026 gli acquisti online dei consumatori italiani tra prodotti e servizi valgono 66,6 miliardi di euro, in crescita del 6%, di cui 42,6 miliardi di soli prodotti, con un’incidenza sul totale dei consumi che sfiora l’11,5%. Vale la pena notare che nell’informatica ed elettronica di consumo la quota online arriva al 45%: in alcune categorie il B2C non è più un canale aggiuntivo, è il canale.
B2B, Business to Business
Il B2B è la vendita tra imprese: il produttore che rifornisce i rivenditori, il grossista che serve i negozi, il fornitore di componenti che vende ai laboratori. Fino a pochi anni fa passava quasi tutto per agenti, telefonate e fax. Oggi passa sempre più da portali riservati, dove ogni cliente entra con le proprie credenziali e vede il proprio listino.
Le differenze rispetto al B2C non sono di facciata. Prezzi al netto dell’IVA e spesso personalizzati per cliente o per fascia di volume, quantità minime, ordini ricorrenti, pagamento a trenta o sessanta giorni con fido, più persone che partecipano allo stesso acquisto (chi richiede, chi approva, chi paga). Nessun diritto di recesso, perché il compratore non è un consumatore; la garanzia segue il codice civile e non il Codice del Consumo. E la fattura elettronica è obbligatoria per ogni transazione, con trasmissione al Sistema di Interscambio.
È un mondo meno visibile ma molto più grande. L’Osservatorio B2b Digital Commerce del Politecnico di Milano stima che nel 2024 le transazioni tra imprese gestite su canali digitali abbiano raggiunto 278 miliardi di euro, in crescita del 5%, e che rappresentino appena il 22% del transato B2B complessivo. Tradotto: quattro scambi su cinque tra imprese italiane passano ancora da canali non digitali. Per chi produce o distribuisce è un’indicazione chiara di dove sta lo spazio.
C2C, Consumer to Consumer
Il C2C è la terza delle tipologie di e-commerce classiche: lo scambio tra privati mediato da una piattaforma, l’usato, il vintage, il collezionismo, la bicicletta del figlio che è cresciuto. La piattaforma non vende nulla di suo, ma gestisce l’incontro, il pagamento e spesso la spedizione, trattenendo una commissione. La differenza rispetto al vecchio sito di annunci è tutta qui: il denaro passa dalla piattaforma, che protegge entrambe le parti e in cambio conosce ogni transazione.
Quel “conosce ogni transazione” ha una conseguenza che pochi articoli sulle tipologie di e-commerce spiegano. Dal 2023, con il recepimento della direttiva europea nota come DAC7, i gestori delle piattaforme sono tenuti a comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati dei venditori e i corrispettivi incassati, con un’esclusione per chi resta sotto le trenta vendite e i duemila euro nell’anno. Il testo della direttiva (UE) 2021/514 definisce con precisione chi è “venditore escluso” e chi no. Non significa che vendere l’usato sia tassato: significa che il confine tra il privato che svuota l’armadio e chi fa attività d’impresa senza dichiararla è diventato visibile. Se vendi con continuità e a scopo di profitto, sei nel B2C, con tutto quello che comporta, anche se lo fai da un profilo personale.
I modelli che il manuale dimentica: C2B, B2G, D2C, B2B2C
Le tre sigle classiche non bastano più a descrivere il mercato. Le tipologie di e-commerce che contano oggi includono almeno altri quattro modelli, e su due di questi passa una parte crescente del fatturato delle piccole e medie imprese.
C2B, Consumer to Business
Nel C2B è il privato a offrire qualcosa a un’impresa, che paga. Le foto vendute a una banca immagini, il freelance che propone un servizio su una piattaforma, il creator che riceve un compenso per una collaborazione, l’utente che rivende il proprio dispositivo usato a un’azienda che lo ricondiziona. È un modello marginale nei volumi ma centrale per capire i marketplace di servizi. Attenzione al lato fiscale: quando il “consumer” incassa con regolarità smette di essere tale, e valgono le stesse riflessioni fatte per il C2C.
B2G, Business to Government
Il B2G è la vendita alla pubblica amministrazione. In Italia non è un e-commerce nel senso comune: passa dal Mercato Elettronico della Pubblica Amministrazione e dagli altri strumenti di acquisto centralizzato, con cataloghi, gare telematiche, fattura elettronica verso la PA obbligatoria dal 2015 e regole di pagamento specifiche. Per molte piccole imprese, però, è il primo vero canale di vendita digitale che abbiano mai usato, e chi ha già un catalogo strutturato per un portale B2B parte con un vantaggio evidente.
D2C, Direct to Consumer
Il D2C è un B2C in cui a vendere è direttamente chi produce, saltando distributori e rivenditori. Il caseificio che spedisce a casa, l’azienda di cosmetici che vende dal proprio sito invece che in profumeria, il produttore di arredi che apre il negozio online. Le regole sono quelle del B2C, ma cambia tutto il resto: margini, logistica, servizio clienti, e soprattutto il rapporto con la rete di vendita tradizionale, che raramente accoglie con entusiasmo il produttore che vende ai suoi stessi clienti finali. È il caso in cui la gestione del valore del cliente nel tempo diventa la vera differenza tra un progetto che regge e uno che si spegne dopo il primo anno.
B2B2C, il modello a due passaggi
Nel B2B2C un’impresa vende a un’altra impresa che a sua volta vende al consumatore, ma il primo anello resta visibile fino in fondo. È il produttore che gestisce il negozio online in nome del rivenditore, o il marketplace in cui il marchio è presente con il proprio spazio ma la vendita è intestata al gestore della piattaforma. È anche il modello più delicato dal punto di vista contrattuale, perché bisogna chiarire chi è il venditore ai fini del recesso, della garanzia e del trattamento dei dati personali del cliente finale. Quando questo punto non è scritto, prima o poi finisce sul tavolo di un giudice, e come consulente tecnico d’ufficio ne ho visti più di uno.
Il marketplace: non è un modello, è un luogo
I marketplace vengono spesso elencati tra le tipologie di e-commerce, ma sono un’altra cosa: un luogo in cui più venditori operano dentro un’unica interfaccia, con un solo account e un solo checkout per il compratore. Dentro un marketplace convivono B2C, C2C e, nei marketplace industriali, B2B. Amazon vende in proprio e ospita venditori terzi nello stesso scaffale; una piattaforma dell’usato è un marketplace C2C; i portali di forniture per l’industria sono marketplace B2B.
Per le imprese italiane il marketplace è il punto di accesso al commercio elettronico più usato in assoluto. Nelle statistiche europee più recenti, elaborate su dati 2024, l’Italia si distingue per la quota di imprese con vendite via web che passano dai marketplace: il 63,6%, secondo Eurostat, una delle percentuali più alte dell’Unione. È un dato che parla di praticità ma anche di dipendenza: chi vende solo su un marketplace ha un canale, non un asset.
Dal 2024 i marketplace hanno anche obblighi precisi. Il regolamento europeo sui servizi digitali, all’articolo 30, impone loro di raccogliere e verificare l’identità dei venditori professionali prima di lasciarli vendere e di mostrarla in modo chiaro al compratore. Il testo del regolamento (UE) 2022/2065 vale la pena averlo letto se il tuo piano prevede di vendere tramite terzi: la richiesta di documenti e dati fiscali che arriverà dal marketplace non è un capriccio, è legge. Per chi vuole presidiare anche quel canale con metodo, ho raccolto i fattori di ranking su Amazon in una guida dedicata.
Cosa cambia davvero tra le tipologie di e-commerce: la tabella
Definizioni a parte, quello che serve a chi deve decidere è una vista affiancata. Questa tabella riassume le differenze che incidono su costi, piattaforma e obblighi. Non sono un avvocato né un commercialista, e per i casi specifici vanno interpellati; ma questi sono i punti che in trent’anni ho visto fare la differenza tra un progetto ben impostato e uno da rifare.
| Aspetto | B2C (e D2C) | B2B | C2C |
|---|---|---|---|
| Chi compra | Persona fisica per uso personale | Impresa o professionista con partita IVA | Persona fisica da persona fisica, tramite piattaforma |
| Prezzi | Pubblici, IVA inclusa, uguali per tutti | Riservati, IVA esclusa, per cliente o per volume | Liberi, decisi dal venditore privato |
| Diritto di recesso | 14 giorni, senza motivazione | Solo se previsto dal contratto | Non previsto per legge tra privati; regole della piattaforma |
| Garanzia | Legale di conformità, 2 anni | Per vizi secondo il codice civile, termini più brevi | Nessuna garanzia legale del venditore privato |
| Documento fiscale | Scontrino o fattura se richiesta; fattura obbligatoria in molti casi transfrontalieri | Fattura elettronica obbligatoria via Sistema di Interscambio | Nessuno per il privato occasionale; comunicazione DAC7 sopra soglia |
| Pagamento | Immediato: carta, wallet, rateale | Bonifico, fido, scadenze a 30/60 giorni, talvolta RiBa | Gestito dalla piattaforma con fondi trattenuti fino alla consegna |
| Catalogo | Schede prodotto persuasive, immagini, recensioni | Codici articolo, varianti tecniche, disponibilità, listini multipli | Annunci con foto e descrizione libera |
| Accesso | Aperto, acquisto anche senza registrazione | Riservato, con credenziali e ruoli aziendali | Profilo personale con sistema di reputazione |
| Dati personali | Consenso e informativa verso il consumatore, marketing profilato regolato | Dati di contatto aziendali e dati dei referenti, ruoli da chiarire | La piattaforma è titolare; i privati non hanno obblighi GDPR tra loro |
| Integrazioni | Pagamenti, corriere, marketing automation | Gestionale, listini, magazzino, fatturazione, agenti | Nessuna: tutto dentro la piattaforma |
Due righe di questa tabella sulle tipologie di e-commerce meritano un commento. La prima è quella sul documento fiscale: l’obbligo di fattura elettronica tra imprese è il motivo per cui un portale B2B senza integrazione con il gestionale è un portale che genera lavoro doppio, non risparmio. La seconda è quella sui dati personali. Nel B2C il cliente è la persona fisica e le regole del GDPR si applicano per intero, dal consenso al marketing alla profilazione; nel B2B i dati riguardano l’azienda ma anche i suoi referenti, che restano persone fisiche. Su questo punto, che seguo come consulente certificato Federprivacy, rimando alla guida al GDPR per chi vende online: il modello di e-commerce determina anche quale informativa devi scrivere.
Come scegliere tra le tipologie di e-commerce: sei domande prima della piattaforma
Il metodo che uso con le imprese che seguo parte sempre dalla stessa serie di domande, e la piattaforma arriva per ultima. Rispondere per iscritto a queste sei costa un pomeriggio e fa risparmiare mesi.
- Chi compra davvero oggi, e chi vorrei che comprasse domani? Se il 90% del fatturato viene da rivenditori, il primo negozio online è un portale B2B, non un sito vetrina per i privati. Il D2C può venire dopo, con regole e prezzi separati.
- Come compra quel cliente? Un ordine da trecento righe con codici articolo non si fa con un carrello pensato per tre magliette. Un privato non compilerà mai un modulo di registrazione con partita IVA e codice destinatario.
- Come vuole pagare? Carta e wallet per il consumatore; bonifico, fido e scadenze per l’impresa. Se il tuo cliente ha bisogno di comprare a sessanta giorni, la piattaforma deve saperlo gestire dal primo giorno.
- Quali obblighi legali e fiscali accetto? Recesso e garanzia biennale nel B2C, fattura elettronica e listini riservati nel B2B, vendita alla PA con le sue regole. Ogni modello ha i suoi, e sommarli senza progettarli è la strada più veloce verso un contenzioso.
- Con cosa deve parlare il negozio? Gestionale, magazzino, fatturazione, agenti, corriere, marketing. Nel B2B le integrazioni sono il progetto; nel B2C sono un complemento.
- Chi si occupa della sicurezza? Un portale B2B con credenziali, listini riservati e fidi è un bersaglio più interessante di un negozio al dettaglio. Questa domanda quasi nessuno se la fa prima, e ci torno tra poco.
Se le risposte descrivono due pubblici diversi con esigenze incompatibili, la soluzione è quasi sempre separare: due esperienze, o due negozi, con un catalogo condiviso a monte. Provare a servire imprese e privati con lo stesso carrello, gli stessi prezzi e la stessa informativa è l’errore più costoso che vedo ripetersi. Per chi deve mettere in fila anche il resto della digitalizzazione, la roadmap di digital transformation per le PMI dà l’ordine con cui affrontare i cantieri.
Gli errori che ho visto in 2.500 progetti
Trentatré anni di siti aziendali, 2.500 clienti in dodici paesi, tutte le tipologie di e-commerce viste da vicino, e una lista di errori che si ripete con una regolarità quasi confortante. Li elenco perché il modo migliore per scegliere tra le tipologie di e-commerce è sapere come va a finire quando la scelta è sbagliata.
Il B2B travestito da B2C. Un distributore di ricambi apre un negozio online con la stessa piattaforma e lo stesso tema grafico di un negozio di scarpe. Prezzi al pubblico, nessun listino riservato, carrello da un articolo alla volta. I rivenditori, che erano il vero cliente, continuano a ordinare per telefono; i privati comprano un pezzo e chiedono il recesso. Dopo un anno il negozio viene chiuso “perché l’e-commerce non funziona nel nostro settore”. Funzionava il settore; non funzionava il modello.
Il negozio misto senza interruttore. Vendere a imprese e privati dallo stesso negozio si può fare, ma serve un interruttore: la registrazione con partita IVA che cambia prezzi, documento fiscale, condizioni e informativa. Senza, si finisce a mostrare prezzi IVA inclusa a chi la scarica, a emettere scontrini a chi vuole la fattura elettronica, o peggio a negare un recesso a un consumatore perché “aveva la partita IVA nel profilo”. Ho visto quest’ultimo caso arrivare in tribunale.
Il privato che vende come impresa. Con le comunicazioni DAC7 delle piattaforme, chi vende centinaia di articoli l’anno da un profilo personale non è più invisibile. Non è un problema di chi svuota la cantina; è un problema per chi ha costruito una vera attività sul C2C senza mai dichiararla, e oggi si trova nel B2C senza le regole del B2C.
Il portale B2B senza sicurezza. Questo è l’errore che mi sta più a cuore, per la certificazione che ho come Certified Professional Ethical Hacker. Un portale B2B contiene listini riservati, condizioni commerciali, fidi, dati dei referenti di decine o centinaia di aziende. Eppure viene spesso protetto da una password condivisa via email e mai cambiata, senza autenticazione a due fattori, con ruoli aziendali che permettono a chiunque di modificare l’indirizzo di spedizione. Nel B2C un account violato compromette un cliente; nel B2B compromette un’azienda intera, e un ordine dirottato su un altro indirizzo vale quanto un furto in magazzino. Le verifiche periodiche di sicurezza, in un portale B2B, non sono un lusso: sono parte del modello.
Il marketplace come unico canale. Il 63,6% delle imprese italiane che vende via web lo fa attraverso marketplace, e per molte è l’unico canale. Il marketplace è un ottimo acceleratore, ma le regole le scrive qualcun altro: commissioni, visibilità, sospensioni dell’account, richieste di documenti ai sensi del regolamento sui servizi digitali. Chi ha anche un proprio negozio, magari D2C, con un proprio elenco clienti, tratta da una posizione diversa.
Dove stanno andando le tipologie di e-commerce tra imprese e privati
Un articolo sulle tipologie di e-commerce scritto nel 2026 non può fermarsi alle definizioni, perché due tendenze stanno spostando i confini tra i modelli. La prima è che il compratore B2B si aspetta l’esperienza del B2C: ricerca veloce, disponibilità in tempo reale, riordino in un clic, spedizione tracciata. La stessa ricerca del Politecnico di Milano segnala che sei acquirenti professionali su dieci si dicono a proprio agio con le piattaforme digitali per gli acquisti aziendali, mentre solo il 16% delle imprese italiane dispone di un proprio canale digitale di vendita B2B: la domanda corre più dell’offerta.
La seconda tendenza è l’intelligenza artificiale applicata al catalogo e al servizio: descrizioni generate a partire dai dati tecnici, ricerca in linguaggio naturale, assistenti che rispondono alle domande sui prodotti, previsioni di riordino nel B2B. Come Business AI Strategist accompagno le PMI in un’adozione concreta e misurabile di questi strumenti, e il commercio elettronico è il terreno dove i risultati si vedono prima. Ho raccolto i casi d’uso più maturi nella pagina sull’intelligenza artificiale per l’e-commerce, e nel frattempo vale la regola di sempre: l’AI accelera un modello ben scelto, non ripara un modello sbagliato.
Da dove partire, in pratica
Se stai per aprire un negozio online, o se ne hai uno che non rende, il percorso più sensato ha tre passi. Primo: rispondi alle sei domande della sezione precedente e scrivi nero su bianco quale delle tipologie di e-commerce descrive il tuo cliente reale. Secondo: verifica gli obblighi che ne derivano, dalla normativa sui consumatori alla fatturazione, prima di scegliere la piattaforma. Terzo: solo a quel punto confronta le soluzioni tecniche, giudicandole per quello che sanno fare con il tuo modello, non per la grafica della demo. Chi ha già un negozio attivo e vuole capire perché non converte può partire dalle leve per aumentare le vendite di un e-commerce e dalla scheda prodotto ottimizzata, che nel B2C e nel D2C è il punto in cui si decide quasi tutto.
Riepilogo dei punti chiave
Le tipologie di e-commerce classificano la vendita online in base a chi vende e chi compra: B2C (impresa a consumatore), B2B (impresa a impresa), C2C (privato a privato tramite piattaforma), più i modelli C2B, B2G (vendita alla pubblica amministrazione), D2C (il produttore che vende direttamente) e B2B2C. Il marketplace non è un modello ma un luogo che li ospita tutti. La sigla determina le regole: nel B2C valgono recesso di 14 giorni e garanzia legale di due anni; nel B2B prezzi riservati, fattura elettronica obbligatoria e nessun recesso; nel C2C le piattaforme comunicano al fisco i venditori sopra le 30 vendite o i 2.000 euro annui (DAC7). Nel 2026 il B2C italiano vale 66,6 miliardi di euro (Politecnico di Milano), mentre il B2B digitale ha raggiunto 278 miliardi ma copre solo il 22% del transato tra imprese; il 63,6% delle imprese italiane che vende via web usa marketplace (Eurostat). Prima di scegliere la piattaforma vanno risolte sei domande: chi compra, come compra, come paga, quali obblighi comporta, con cosa deve integrarsi il negozio e chi ne cura la sicurezza. Gli errori più frequenti sono il B2B costruito come un B2C, il negozio misto senza distinzione tra imprese e privati, e il portale B2B senza protezioni adeguate.
Domande frequenti sulle tipologie di e-commerce
Che differenza c’è tra e-commerce B2B e B2C?
Nel B2C un’impresa vende a consumatori privati, con prezzi pubblici IVA inclusa, pagamento immediato, diritto di recesso di 14 giorni e garanzia legale di due anni. Nel B2B un’impresa vende ad altre imprese, con listini riservati al netto dell’IVA, quantità minime, pagamenti dilazionati, fattura elettronica obbligatoria e nessun diritto di recesso, salvo accordo contrattuale. Cambiano anche la piattaforma e le integrazioni necessarie.
Cosa significa C2C nell’e-commerce?
C2C significa Consumer to Consumer: la compravendita tra privati mediata da una piattaforma che gestisce annunci, pagamento e spesso spedizione, trattenendo una commissione. È il modello dell’usato e del vintage online. Tra privati non si applicano il diritto di recesso né la garanzia legale del Codice del Consumo, ma dal 2023 le piattaforme comunicano all’Agenzia delle Entrate i venditori che superano le 30 vendite o i 2.000 euro annui (direttiva DAC7).
Quante tipologie di e-commerce esistono?
I modelli principali sono tre: B2C, B2B e C2C. A questi si aggiungono C2B (il privato che vende a un’impresa), B2G (la vendita alla pubblica amministrazione, in Italia tramite il mercato elettronico della PA), D2C (il produttore che vende direttamente al consumatore) e B2B2C (vendita a un’impresa che rivende al consumatore, con il primo venditore visibile). Il marketplace non è una tipologia ma una piattaforma che può ospitare più modelli insieme.
Amazon è un e-commerce B2C o B2B?
Entrambi, ed è per questo che è un marketplace e non una singola tipologia. Vende in proprio ai consumatori (B2C), ospita venditori terzi che vendono ai privati (B2C in forma di marketplace) e ha una sezione dedicata agli acquisti aziendali con prezzi al netto dell’IVA e fatturazione (B2B). Per il venditore che vi opera, le regole applicabili dipendono da chi compra, non dalla piattaforma.
Un privato può vendere online senza partita IVA?
Sì, se la vendita è occasionale e non organizzata, come cedere oggetti usati di proprietà. Quando le vendite diventano abituali, con acquisto di merce per rivenderla e finalità di profitto, si configura un’attività d’impresa che richiede partita IVA e comporta gli obblighi del B2C verso i compratori. Le piattaforme comunicano al fisco i venditori sopra le 30 operazioni o i 2.000 euro annui, quindi il confine è verificabile. Per il proprio caso specifico è opportuno sentire un commercialista.
Cos’è l’e-commerce B2B2C?
Nel B2B2C un’impresa vende a un’altra impresa che rivende al consumatore finale, ma il primo venditore resta riconoscibile in tutto il percorso: per esempio il produttore che gestisce il negozio online per conto del rivenditore, o il marchio presente con un proprio spazio dentro un marketplace. È un modello utile per allargare la distribuzione, ma va definito per contratto chi è il venditore ai fini del recesso, della garanzia e del trattamento dei dati del cliente finale.
Si può vendere a imprese e privati dallo stesso negozio online?
Sì, a condizione che il negozio distingua i due pubblici. Serve una registrazione che riconosca il cliente con partita IVA e attivi listini riservati, prezzi al netto dell’IVA, fattura elettronica, condizioni di vendita e informativa privacy dedicate; ai privati vanno invece garantiti prezzi IVA inclusa, recesso e garanzia legale. Senza questo meccanismo si rischia di applicare regole sbagliate a uno dei due gruppi, con conseguenze fiscali e legali.
Quale tipologia di e-commerce conviene a una piccola impresa?
Quella che rispecchia il cliente reale di oggi. Un’impresa che vende a rivenditori dovrebbe partire da un portale B2B integrato con il gestionale; un produttore con un marchio riconoscibile può valutare il D2C; chi ha già clienti privati in negozio parte dal B2C, eventualmente affiancando un marketplace per la visibilità iniziale. La scelta va fatta rispondendo a sei domande su chi compra, come compra, come paga, quali obblighi comporta, quali integrazioni servono e chi gestisce la sicurezza, prima di scegliere la piattaforma.
La sigla giusta prima della piattaforma giusta
Le tipologie di e-commerce, B2B, B2C, C2C e i modelli che li affiancano, non sono categorie astratte: sono il perimetro legale, fiscale e tecnico dentro cui il tuo negozio online dovrà vivere per anni. Conoscere le tipologie di e-commerce serve a una cosa sola, scegliere quella che descrive il cliente che hai davvero, e da lì far discendere piattaforma, integrazioni, contratti e sicurezza. Chi fa il percorso al contrario, partendo dal software, prima o poi lo rifà.
Richiedi una consulenza gratuita: se stai decidendo quale modello di vendita online adottare, o se il tuo negozio attuale serve male il suo pubblico, raccontami il tuo caso e vediamo insieme da dove partire. Se invece vuoi prima capire quanto è in salute il sito che hai, puoi scaricare gratis il libro Siti da Incubo.
