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Core web vitals: cosa sono, come misurarli e quanto pesano sulla SEO

Core web vitals: cosa sono, come misurarli e quanto pesano sulla SEO

Se gestisci un sito aziendale, prima o poi qualcuno ti ha detto che devi sistemare i core web vitals, magari mostrandoti una schermata piena di rosso e verde che non spiega nulla. Lavoro nel digitale italiano dal 1993 e in questi anni ho visto imprenditori spendere budget interi per inseguire un punteggio, senza che il loro posizionamento su Google si muovesse di un centimetro. Il problema quasi mai è la buona fede: è che la maggior parte delle informazioni che circolano su questo tema è vecchia, confusa o scritta da chi ha interesse a venderti qualcosa. In questa guida ti spiego cosa sono davvero i core web vitals oggi, come si misurano con i dati che contano, quanto pesano nel ranking senza esagerazioni, e dove si nasconde il problema tecnico che quasi nessuno ti racconta.

Cosa sono i core web vitals, spiegati senza giri di parole

I core web vitals sono un gruppo di tre metriche con cui Google prova a misurare l’esperienza reale di chi visita una pagina. Non misurano quanto è bello il tuo sito, né quanto sono buoni i tuoi contenuti: misurano tre cose molto concrete, cioè quanto velocemente compare il contenuto principale, quanto in fretta la pagina risponde quando l’utente ci interagisce, e quanto è stabile mentre si carica. La definizione ufficiale è netta: come scrive la documentazione di Google, si tratta di “un insieme di metriche che misurano l’esperienza utente reale relativa a prestazioni di caricamento, interattività e stabilità visiva della pagina”, come puoi leggere direttamente nella documentazione di Google Search Central.

Le tre metriche hanno nomi tecnici e sigle che sembrano fatte apposta per intimidire, ma il concetto dietro ciascuna è semplice. Vale la pena conoscerle una per una, perché quando capisci cosa misurano capisci anche cosa devi chiedere a chi lavora sul tuo sito.

Il Largest Contentful Paint (LCP) misura la velocità di caricamento percepita: è il tempo che passa da quando la pagina inizia a caricarsi a quando compare a schermo l’elemento più grande, che di solito è l’immagine in evidenza o il blocco di testo principale. Secondo Google, un LCP buono resta sotto i 2,5 secondi. Se il tuo sito impiega cinque o sei secondi a mostrare qualcosa di significativo, l’utente lo percepisce come lento anche se poi il resto arriva.

Il Cumulative Layout Shift (CLS) misura la stabilità visiva. Ti è mai capitato di stare per toccare un pulsante sullo smartphone e vedertelo scappare via perché sopra si è caricata un’immagine o un banner? Ecco, quel movimento imprevisto è esattamente ciò che il CLS penalizza. Il valore va tenuto sotto lo 0,1: più basso è, più il tuo layout è solido mentre si carica.

La terza metrica è quella su cui devi stare più attento, perché è cambiata da poco e moltissimi articoli in circolazione riportano ancora la versione sbagliata. Si chiama Interaction to Next Paint (INP) e misura la reattività della pagina alle interazioni dell’utente lungo tutta la visita, non solo al primo clic. Google fissa la soglia buona sotto i 200 millisecondi. Se hai letto altrove di una metrica chiamata FID, sappi che non esiste più tra i core web vitals: è la cosa che rende obsoleta gran parte del materiale che trovi online, e merita un discorso a parte. Per approfondire il rapporto tra prestazioni e posizionamento puoi vedere anche la mia guida su come ottimizzare il sito internet nel suo complesso.

FID non esiste più: cosa è cambiato il 12 marzo 2024

Fino a marzo 2024 la terza metrica dei core web vitals era il First Input Delay, il FID, che misurava soltanto il ritardo della primissima interazione dell’utente con la pagina. Il limite era evidente: un sito poteva rispondere in fretta al primo clic e poi impallarsi su tutto il resto, e il FID non se ne accorgeva. Google ha lavorato per anni a una metrica migliore, l’ha tenuta in fase sperimentale, poi in attesa, e infine l’ha promossa. Il 12 marzo 2024 l’INP ha ufficialmente sostituito il FID come core web vital, come Google ha annunciato sul suo blog tecnico ufficiale, che puoi consultare nella nota su web.dev.

Perché ti sto insistendo su una data? Perché è il modo più rapido per capire se una fonte è affidabile. Se leggi una guida all’argomento pubblicata nel 2023 e mai aggiornata, oppure un articolo che elenca ancora “LCP, FID e CLS” come le tre metriche attuali, hai la prova che stai leggendo materiale scaduto. E qui devo essere onesto anche sul mio stesso sito: la versione precedente di questa pagina raccontava ancora il FID come metrica valida. È esattamente il motivo per cui l’ho riscritta da zero. Un contenuto tecnico che non viene aggiornato quando la realtà cambia non è neutro, è dannoso, perché manda le persone a lavorare sulla metrica sbagliata.

La differenza pratica tra FID e INP non è un dettaglio da nerd. L’INP guarda tutte le interazioni della sessione e restituisce sostanzialmente la peggiore, il che significa che un menù a tendina lento, un filtro prodotto che si blocca o un modulo che risponde in ritardo pesano davvero. Nella mia esperienza, questo ha spostato l’attenzione dal semplice “quanto è veloce a caricare” al più insidioso “quanto rimane reattivo mentre lo usi”, e ha reso improvvisamente critici gli script che prima passavano inosservati.

Dati sul campo e dati di laboratorio: l’errore che vedo fare da trent’anni

Arriviamo al malinteso più costoso che incontro nel mio lavoro, quello che fa buttare via tempo e denaro anche ad aziende serie. Esistono due tipi completamente diversi di dati sui core web vitals, e confonderli porta a decisioni sbagliate. I dati di laboratorio sono quelli che ottieni quando lanci uno strumento come Lighthouse o PageSpeed Insights: il servizio carica la tua pagina in un ambiente controllato, una sola volta, e ti dà un punteggio. Sono utili per fare diagnosi, ma sono una simulazione. I dati sul campo, invece, sono quelli veri, raccolti dai browser degli utenti che hanno davvero visitato il tuo sito nelle ultime settimane.

Google, per valutare questi segnali ai fini dell’esperienza sulla pagina, usa i dati sul campo, non quelli di laboratorio. Il report Core Web Vitals dentro Search Console attinge al database CrUX, il Chrome User Experience Report, e ragiona su una finestra mobile di 28 giorni. Non solo: la soglia va rispettata per il 75% delle visite, non in media. Sono numeri che trovi confermati nella guida ufficiale di Search Console, e cambiano tutto il modo in cui devi leggere i tuoi risultati.

Ti faccio l’esempio che vivo più spesso. Un cliente ottimizza la pagina, ricarica PageSpeed Insights, vede il punteggio di laboratorio schizzare a 95 su 100 ed è convinto di aver risolto. Poi apre Search Console e la trova ancora in rosso, e va nel panico pensando di aver sbagliato tutto. In realtà è tutto normale: i dati sul campo hanno bisogno di settimane per aggiornarsi, perché lavorano su quella finestra di 28 giorni e su utenti reali con smartphone economici e connessioni lente. Chi ha esperienza sa che dopo un intervento tecnico si aspetta, si misura sul campo e non si festeggia guardando il punteggio di laboratorio. È qui che un occhio allenato fa la differenza rispetto a chi insegue il numero verde. Se vuoi capire dove Google raccoglie e mostra questi segnali, ho scritto una guida dedicata agli strumenti di Google Search Console.

Quanto pesano davvero i core web vitals nel posizionamento

Adesso la domanda che conta per chi ha un’azienda: se sistemo i core web vitals, salgo su Google? La risposta onesta è: probabilmente aiuta, ma molto meno di quanto ti fanno credere. E qui devo dire ad alta voce una cosa scomoda. Gran parte delle guide entusiaste su queste metriche è scritta da chi vende hosting, CDN o plugin di ottimizzazione, e ha tutto l’interesse a presentarti queste metriche come l’interruttore magico che accende il tuo posizionamento. La realtà, raccontata dallo stesso Google, è più sfumata.

I core web vitals fanno parte dei segnali sull’esperienza della pagina, e Google li descrive come metriche “in linea con ciò che i nostri sistemi di ranking principali cercano di premiare”. È un endorsement reale, ma è anche molto lontano dal dire che sono un fattore di ranking dominante. Nella pratica funzionano più come un fattore di parità: a contenuti e autorevolezza comparabili, la pagina con l’esperienza migliore può avere un vantaggio. Ma nessuna quantità di millisecondi risparmiati fa scavalcare un concorrente che risponde meglio all’intento di ricerca, ha contenuti più profondi e un profilo di link più solido. Se il tuo obiettivo è salire in classifica, i core web vitals sono un tassello di una strategia SEO efficace, non la strategia intera.

Detto questo, c’è un secondo motivo per curarli che con il ranking c’entra poco e con il fatturato molto: la conversione. Un sito lento o instabile perde vendite a prescindere da Google, perché le persone abbandonano. In questo senso ottimizzarli conviene sempre, anche quando il beneficio in termini di posizionamento fosse minimo. Solo, sappi distinguere le due cose e non lasciarti vendere una velocizzazione tecnica come se fosse una consulenza SEO completa. Se questo confine ti interessa, ne parlo nel dettaglio nella pagina dedicata alla consulenza SEO e in quella sui fattori che incidono davvero sul ranking SEO.

Come misurare i core web vitals del tuo sito

Prima di intervenire devi sapere da dove parti, e per farlo bastano strumenti gratuiti e ufficiali. Il primo posto in cui guardare è il report Core Web Vitals dentro Google Search Console: è l’unico che ti mostra i dati sul campo del tuo sito reale, raggruppati per pagine simili, e ti dice quali URL sono “buoni”, quali “da migliorare” e quali “scarsi”. È il punto di verità, quello su cui Google si basa davvero.

Accanto a Search Console tieni PageSpeed Insights, che ha il pregio di combinare entrambe le viste: in alto ti mostra i dati sul campo degli ultimi 28 giorni se disponibili, e sotto la diagnosi di laboratorio con l’elenco dei problemi da correggere. Quest’ultima parte è preziosa perché ti dice cosa sistemare, mentre Search Console ti dice se hai un problema e su quante pagine. Per un’analisi più tecnica hai poi Lighthouse, integrato in Chrome, e il pannello Performance dei DevTools del browser, utili quando devi capire quale singolo script sta rallentando l’interazione. Esiste anche l’estensione gratuita Web Vitals per Chrome, che ti mostra i tre valori in tempo reale mentre navighi le tue pagine, comoda per un controllo veloce durante le modifiche. Non serve possederli tutti: per la maggior parte delle piccole e medie imprese, Search Console per la fotografia reale e PageSpeed Insights per la diagnosi sono più che sufficienti a impostare il lavoro.

Un avvertimento che risparmia frustrazione: guarda sempre i dati da mobile prima ancora che da desktop. La stragrande maggioranza delle visite arriva da smartphone, spesso con hardware modesto, ed è lì che i core web vitals crollano. Un sito che vola sul tuo computer da ufficio può essere un disastro sullo smartphone di un cliente in metropolitana, e quello è il dato che Google usa.

Come migliorare LCP, INP e CLS senza inseguire il punteggio

Passiamo alle azioni concrete, metrica per metrica. Ti anticipo la filosofia: non lavorare per fare felice il numerino, lavora per rendere il sito realmente più leggero e ordinato. Il punteggio seguirà da solo, sul campo, con i suoi tempi.

Per migliorare l’LCP, cioè la velocità con cui compare il contenuto principale, i colpevoli più frequenti sono le immagini pesanti e il codice che blocca il rendering. In pratica significa comprimere e servire le immagini in formati moderni, dimensionandole per lo spazio reale in cui appaiono, evitare temi e costruttori di pagina zeppi di funzioni inutili, e appoggiarsi a un hosting che risponda in fretta. Un buon sistema di cache aiuta molto, perché evita di ricostruire ogni pagina da capo a ogni visita. Sono interventi che spesso richiedono di mettere le mani sulla struttura del sito, ed è uno dei motivi per cui a volte conviene ripensarlo da zero: ne parlo nella pagina dedicata ai siti web.

Per migliorare l’INP, cioè la reattività, il lavoro è diverso e più subdolo. Qui il nemico numero uno è il JavaScript in eccesso, in particolare gli script di terze parti: chat, tracciamenti, pixel pubblicitari, widget di recensioni. Ognuno di questi aggiunge codice che il browser deve elaborare mentre l’utente prova a cliccare, e il risultato è quel senso di pagina che “non risponde”. Ridurre gli script non necessari, rimandarne il caricamento e alleggerire quelli pesanti è quasi sempre la mossa che sblocca l’INP. Vale la pena chiedersi, per ogni strumento installato, se il valore che porta giustifica il peso che aggiunge.

Per migliorare il CLS, cioè la stabilità, la regola d’oro è riservare lo spazio in anticipo. Immagini e video devono avere dimensioni dichiarate, in modo che il browser sappia quanto posto lasciare prima ancora di averli caricati. Font che arrivano in ritardo, banner che si inseriscono dall’alto, contenuti che compaiono dinamicamente: tutto ciò che spinge in giù ciò che l’utente sta guardando fa alzare il CLS. È un lavoro fatto di dettagli, ma dà soddisfazioni rapide perché, a differenza dell’LCP, spesso si risolve con interventi mirati sul modo in cui gli elementi vengono caricati.

Il convitato di pietra: banner di consenso, script di terze parti e GDPR

Ecco la parte che quasi nessuna guida ai core web vitals affronta, e che invece per me è centrale, perché mi occupo di sicurezza informatica e di privacy oltre che di SEO. Il singolo elemento che più spesso rovina l’INP e il CLS di un sito aziendale italiano non è un’immagine pesante: è il banner di consenso ai cookie. È paradossale, ma è così. Quel banner che sei obbligato a mostrare per rispettare il GDPR è tipicamente uno script di terze parti che si carica presto, occupa il browser proprio nei primi secondi, e sposta il layout mentre l’utente prova a interagire.

Si crea così una tensione reale, che nessuno ti spiega quando ti vende la velocizzazione. Da un lato la normativa, con il GDPR e le linee guida del Garante, ti impone di raccogliere il consenso prima di attivare cookie e tracciamenti non essenziali. Dall’altro proprio quel meccanismo di consenso, se implementato male, è la prima causa di core web vitals scadenti. Ho visto siti perfettamente ottimizzati sotto ogni altro aspetto restare in rosso solo per un banner configurato in modo pesante o per una piattaforma di consent management scelta senza guardare all’impatto sulle prestazioni. La soluzione non è togliere il banner, che sarebbe una scorciatoia illegale, ma sceglierne uno leggero e configurarlo con criterio.

C’è poi il tema sicurezza, che porto dalla mia esperienza come Certified Professional Ethical Hacker e come consulente tecnico del Tribunale. Ogni script di terze parti che aggiungi al sito, oltre a pesare sui core web vitals, è anche una superficie di rischio: è codice che gira nel browser dei tuoi utenti e che tu non controlli. Un widget abbandonato dal fornitore, una libreria non aggiornata, un tracciamento che raccoglie più dati del dovuto sono al tempo stesso un problema di prestazioni, di sicurezza e di conformità. Guardare i core web vitals con questa lente cambia le priorità: spesso ripulire il sito dagli script inutili migliora la velocità, riduce il rischio e semplifica la compliance in un colpo solo. Se il tema della conformità ti tocca da vicino, trovi un approfondimento nella pagina che dedico al GDPR.

Ti racconto un caso reale, ovviamente senza fare nomi. Un’azienda di servizi mi contatta convinta di avere un problema di hosting, perché il suo sito risultava “scarso” nel report di Search Console proprio sulla reattività. Il tema era leggero, le immagini a posto, l’hosting più che decoroso. Guardando i dati sul campo da mobile e poi il pannello Performance del browser, il colpevole è saltato fuori in pochi minuti: la piattaforma di gestione del consenso ai cookie, scelta anni prima e mai più toccata, caricava una libreria pesantissima nei primi secondi e bloccava il browser esattamente quando l’utente provava a scorrere il menù. Abbiamo sostituito lo strumento di consent management con uno più leggero, configurato per non attivare nulla prima del consenso, e nel giro di poche settimane i valori sul campo sono rientrati nel verde. Nessun cambio di hosting, nessuna spesa in plugin miracolosi. Solo aver capito che il problema non stava dove tutti guardano. È il tipo di diagnosi che si fa solo mettendo insieme prestazioni, privacy e sicurezza, e che raramente troverai in una guida generalista.

Quando conviene un intervento tecnico e quando puoi fare da solo

Non tutto richiede un professionista, ed è giusto dirlo. Se il tuo sito è su WordPress con un tema leggero, hai pochi plugin e un problema circoscritto, come un’immagine troppo grande in home o un banner mal configurato, puoi ottenere miglioramenti reali anche da solo, partendo dalla diagnosi di PageSpeed Insights e affrontando un problema alla volta. Molti interventi di base rientrano nella normale manutenzione di un sito curato.

Il discorso cambia quando i core web vitals sono cronicamente in rosso nonostante gli interventi, quando il sito è costruito su un tema o un page builder pesante che va ripensato alla radice, oppure quando entra in gioco quell’intreccio di prestazioni, script di terze parti e conformità di cui parlavo. In quei casi mettere le mani a caso peggiora le cose, e serve qualcuno che sappia leggere insieme il dato sul campo, il codice e il contesto normativo. È esattamente il tipo di analisi tecnica che offro, e la trasparenza con cui te lo dico fa parte del mio modo di lavorare: preferisco spiegarti cosa puoi fare da solo piuttosto che venderti ore che non ti servono.

Riepilogo dei punti chiave

I core web vitals sono tre metriche con cui Google misura l’esperienza reale su una pagina: LCP, la velocità con cui compare il contenuto principale (buono sotto i 2,5 secondi); INP, la reattività alle interazioni (buono sotto i 200 millisecondi); CLS, la stabilità visiva (buono sotto lo 0,1). Dal 12 marzo 2024 l’INP ha sostituito la vecchia metrica FID, quindi ogni guida che parla ancora di FID è da considerare superata. Google valuta questi segnali sui dati reali degli utenti raccolti dal database CrUX su una finestra di 28 giorni, chiedendo che la soglia sia rispettata per il 75% delle visite: per questo i miglioramenti visti in laboratorio impiegano settimane a comparire sul campo. Come fattore di posizionamento i core web vitals contano, ma agiscono più da elemento di parità che da leva decisiva, e curarli conviene soprattutto per non perdere conversioni. In un sito aziendale italiano la causa più frequente di INP e CLS scadenti è il banner di consenso ai cookie e gli script di terze parti, con un intreccio poco raccontato tra prestazioni, sicurezza e obblighi GDPR.

Domande frequenti sui core web vitals

Quali sono i core web vitals oggi?

I core web vitals attuali sono tre: il Largest Contentful Paint (LCP), che misura la velocità di caricamento del contenuto principale e va tenuto sotto i 2,5 secondi; l’Interaction to Next Paint (INP), che misura la reattività della pagina alle interazioni e va tenuto sotto i 200 millisecondi; e il Cumulative Layout Shift (CLS), che misura la stabilità visiva e va tenuto sotto lo 0,1. Attenzione a un errore diffuso: la vecchia metrica FID non fa più parte dei core web vitals dal 12 marzo 2024, quindi le guide che citano ancora LCP, FID e CLS sono superate.

Come posso misurare la velocità e i core web vitals del mio sito web?

Gli strumenti gratuiti e ufficiali sono due. Google Search Console, con il suo report Core Web Vitals, ti mostra i dati reali del tuo sito raccolti dai browser degli utenti ed è il punto di verità su cui Google si basa. PageSpeed Insights combina i dati sul campo degli ultimi 28 giorni con una diagnosi di laboratorio che ti dice cosa correggere. Per analisi più tecniche puoi usare Lighthouse e il pannello Performance dei DevTools di Chrome. Guarda sempre prima i dati da mobile, perché è lì che le metriche tendono a peggiorare ed è la vista che Google considera.

I core web vitals sono un fattore di ranking di Google?

Sì, ma con proporzioni realistiche. I core web vitals fanno parte dei segnali sull’esperienza della pagina e Google li descrive come allineati a ciò che i suoi sistemi di ranking cercano di premiare. Nella pratica agiscono più come un fattore di parità che come una leva decisiva: a contenuti e autorevolezza comparabili possono dare un vantaggio, ma non fanno scavalcare pagine che rispondono meglio all’intento di ricerca e hanno contenuti più solidi. Curarli conviene comunque, perché un sito veloce e stabile converte di più a prescindere dal posizionamento.

Che differenza c’è tra INP e il vecchio FID?

Il FID, First Input Delay, misurava soltanto il ritardo della primissima interazione dell’utente con la pagina, ignorando tutto il resto della navigazione. L’INP, Interaction to Next Paint, valuta invece la reattività lungo l’intera sessione e restituisce sostanzialmente l’interazione peggiore. È una misura molto più severa e realistica, perché fotografa anche i rallentamenti di menù, filtri e moduli che il FID non vedeva. Dal 12 marzo 2024 l’INP ha ufficialmente sostituito il FID tra i core web vitals.

Ho ottimizzato il sito ma i core web vitals sono ancora in rosso: perché?

Quasi sempre è una questione di tempo e di tipo di dato. Il punteggio che vedi subito dopo l’intervento in PageSpeed Insights è un dato di laboratorio, cioè una simulazione. Google però giudica sui dati sul campo raccolti dagli utenti reali su una finestra mobile di 28 giorni, e richiede che la soglia sia rispettata per il 75% delle visite. Serve quindi attendere alcune settimane perché i miglioramenti si consolidino nei dati reali. Se dopo un mese o più il rosso resta, il problema è strutturale e vale la pena indagare script di terze parti, banner di consenso e la costruzione del tema.

Sì, ed è una delle cause più frequenti e meno raccontate. Il banner di consenso è tipicamente uno script di terze parti che si carica nei primi secondi, tiene occupato il browser proprio mentre l’utente prova a interagire e sposta il layout, peggiorando sia l’INP sia il CLS. Il GDPR ti obbliga a raccogliere il consenso prima di attivare cookie e tracciamenti non essenziali, quindi non puoi togliere il banner, ma puoi sceglierne uno leggero e configurarlo con criterio per limitarne l’impatto sulle prestazioni.

Cosa fare adesso con i tuoi core web vitals

Riassumo la strada, così sai da dove partire lunedì mattina. Apri Google Search Console e guarda il report Core Web Vitals da mobile per capire quante pagine hanno un problema reale. Usa PageSpeed Insights per la diagnosi e affronta una metrica alla volta, ricordando che l’LCP è questione di peso e caricamento, l’INP di script e reattività, il CLS di spazi riservati in anticipo. Non festeggiare il punteggio di laboratorio: aspetta che i dati sul campo, su 28 giorni, confermino il miglioramento. E se trovi core web vitals cronicamente in rosso legati a banner di consenso, script di terze parti o a un sito costruito male, sai che lì si intrecciano prestazioni, sicurezza e conformità, e conviene farsi affiancare.

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Max Valle, Business AI Strategist
L'autore

Max Valle

Business AI Strategist

Dal 1993 aiuto imprese e professionisti a crescere online in sicurezza: sviluppo siti web, strategie di marketing digitale e intelligenza artificiale per studi e PMI. Oltre 2.500 aziende seguite in 12 paesi, 6 libri pubblicati e la certificazione di consulente privacy GDPR, senza mai mettere a rischio i dati dei clienti.

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