Il direct marketing è la forma di comunicazione commerciale in cui un’azienda parla direttamente con una persona identificata, senza intermediari, aspettandosi una risposta misurabile. Fin qui siamo d’accordo tutti, ed è esattamente il punto: questa definizione la trovi identica su una dozzina di pagine, tradotta dagli stessi manuali americani. Quello che quasi nessuno racconta è cosa serve davvero per far partire una campagna di marketing diretto in Italia nel 2026. Non un’idea creativa. Una base giuridica che regga, un’infrastruttura tecnica che consegni il messaggio, e un numero che ti dica se è servito a qualcosa. Se manca uno di questi tre pezzi, il resto è teoria.
Direct marketing: significato e definizione operativa
Il direct marketing, in italiano marketing diretto o marketing a risposta diretta, comprende tutte le attività promozionali rivolte a un destinatario noto e raggiungibile con un messaggio personalizzato, costruito per provocare un’azione tracciabile. La differenza con la pubblicità tradizionale non sta nel canale ma nella struttura del rapporto: un cartellone parla a chiunque passi, una campagna di direct marketing parla a Marco Rossi, che ha 47 anni, ha comprato due volte negli ultimi otto mesi e non apre le email il lunedì.
Questa distinzione ha tre conseguenze pratiche che vale la pena esplicitare, perché sono quelle che poi determinano tutto il resto.
La prima riguarda l’identificabilità. Per fare direct marketing devi sapere chi stai contattando, il che significa che stai trattando dati personali. La seconda riguarda la reciprocità: il messaggio contiene una richiesta esplicita di risposta, che sia un clic, una chiamata, un acquisto o una richiesta di preventivo. La terza riguarda la memoria: la risposta, o la sua assenza, torna in un archivio e cambia il messaggio successivo. Senza questo terzo elemento non stai facendo direct marketing, stai facendo pubblicità con una lista di indirizzi.
La definizione classica e cosa lascia fuori
Le definizioni accademiche più citate, quelle di Kotler e Armstrong e quella di Stone e Jacobs, descrivono il direct marketing come uso interattivo dei media pubblicitari per stimolare una modifica del comportamento del consumatore, con tracciamento e memorizzazione delle risposte in un database. Sono definizioni corrette e hanno più di trent’anni. Nascono in un contesto, quello statunitense degli anni Ottanta e Novanta, in cui il possesso di una lista era il vantaggio competitivo e nessuno ti chiedeva conto di come l’avevi ottenuta.
Oggi in Europa quel contesto non esiste più. Il possesso della lista non è il vantaggio: la sua legittimità lo è. Una lista di 50.000 contatti raccolti male vale meno di zero, perché è un rischio patrimoniale iscritto a bilancio senza che nessuno se ne sia accorto. Vale la pena tenerlo a mente prima di leggere qualsiasi elenco di canali.
Direct marketing e direct response non sono sinonimi
Capita spesso di vedere i due termini usati come equivalenti, e non lo sono. Il direct marketing è il perimetro strategico, ossia la scelta di comunicare uno a uno con destinatari noti. Il direct response è una tecnica di scrittura e di costruzione dell’offerta, nata sulla vendita per corrispondenza, che si può applicare anche fuori dal direct marketing: una landing page pubblica scritta in stile direct response non è marketing diretto, perché non stai parlando a nessuno in particolare.
La confusione non è innocua. Molte aziende adottano il tono aggressivo del direct response, scadenze finte comprese, su liste di clienti fedeli che quel tono lo trovano offensivo. Se vuoi approfondire la parte di scrittura, abbiamo dedicato un pezzo intero a l’essenza del copywriting direct response e a quando ha senso usarlo.
Marketing diretto e marketing indiretto
Il marketing indiretto raggiunge il pubblico attraverso un intermediario: un distributore, un rivenditore, un editore, una piattaforma pubblicitaria che decide a chi mostrare cosa. Il marketing diretto salta l’intermediario e si assume in cambio due oneri che l’intermediario prima assorbiva. Deve costruirsi e mantenere il proprio archivio di contatti, e deve rispondere in prima persona della liceità di ogni singolo contatto. In pratica scambi dipendenza con responsabilità. È un buon affare, ma solo se sai gestire la responsabilità.
Come funziona il direct marketing: i canali e cosa serve per usarli
Ogni canale ha un profilo diverso su tre assi: costo per contatto, capacità di personalizzazione e onere normativo. L’errore più comune che vediamo nelle PMI è scegliere il canale guardando solo il primo asse. Vediamoli uno per uno, con quello che serve davvero per attivarli.
Email marketing e campagne DEM
L’email resta il canale con il miglior rapporto tra costo marginale e capacità di segmentazione, e per questo è il primo su cui quasi tutti si buttano. Va distinto l’email marketing verso la propria base, dove parli con persone che ti conoscono, dalla DEM in senso stretto, cioè l’invio pubblicitario su liste di terzi che ospitano il tuo messaggio. Sono due attività con regole, aspettative e tassi di risposta completamente diversi, e confonderle è il modo più rapido per bruciare la reputazione del proprio dominio. Sulla parte operativa abbiamo una guida dedicata alle campagne DEM e al direct email marketing.
Cosa serve per partire: una piattaforma di invio, un dominio configurato correttamente a livello DNS, una base contatti con prova documentale del consenso e un flusso di disiscrizione che funzioni al primo clic. L’ultimo punto non è cortesia, è un requisito tecnico dei provider.
Telemarketing e teleselling
Il telefono ha ancora tassi di conversione che nessun canale digitale avvicina, su target specifici e con liste piccole. È anche il canale con l’onere normativo più pesante in Italia, di gran lunga, e con il rischio sanzionatorio più concreto. Non è un caso che quasi tutte le sanzioni milionarie del Garante degli ultimi anni riguardino il telemarketing e non l’email.
Cosa serve per partire: consenso specifico e documentato, oppure una base contrattuale attiva, più la consultazione preventiva del Registro Pubblico delle Opposizioni prima di ogni ciclo di chiamate. Su questo torniamo tra poco, perché è il punto in cui si spezzano più campagne.
SMS e mobile marketing
Tassi di apertura altissimi, spazio espressivo minimo, tolleranza dell’utente bassissima. L’SMS funziona benissimo per la logistica di una relazione già in corso, quindi conferme, promemoria di appuntamento, avvisi di spedizione, e funziona male come strumento di acquisizione a freddo. La messaggistica istantanea in ottica business segue la stessa logica, con in più i vincoli contrattuali della piattaforma che si sommano a quelli di legge.
Direct mail cartaceo
Dato per morto da vent’anni, è tornato a essere interessante proprio perché la casella di posta fisica si è svuotata mentre quella elettronica è satura. Costo per contatto alto, ma su liste piccole e ad alto valore il conto può tornare eccome. Nella nostra pratica lo abbiamo visto funzionare soprattutto in due casi: riattivazione di clienti dormienti ad alto scontrino e primo contatto B2B verso figure apicali difficili da raggiungere via email.
Messaggistica diretta e social
Il messaggio privato su una piattaforma social è direct marketing a tutti gli effetti quando è personalizzato e cerca una risposta. È il canale con la peggiore documentabilità del consenso, perché la piattaforma sta in mezzo e non ti dà prova di nulla. Utile per il primo aggancio, inadatto come infrastruttura di una relazione commerciale continuativa.
Cataloghi, coupon e vendita diretta
Sono le forme storiche, tuttora vive nella grande distribuzione e nel retail specializzato. Hanno una caratteristica che le rende didatticamente utili: il tracciamento è esplicito e fisico, un codice coupon riscosso è una risposta inequivocabile. Molte aziende digitali farebbero bene a copiarne il rigore nella misurazione.
Il vincolo che nessuno racconta: la base giuridica del contatto
Qui arriviamo al punto per cui questo articolo esiste. Se cerchi “direct marketing” trovi decine di pagine che elencano canali e vantaggi, e nessuna che ti dica su quale base giuridica puoi legittimamente contattare quella persona. Non è una dimenticanza casuale: le fonti più autorevoli in quelle SERP sono manuali statunitensi tradotti, scritti in un ordinamento dove il modello è l’opt-out. Da noi il modello è l’opt-in, e cambia tutto.
Come consulente privacy certificato e membro Federprivacy, e come consulente tecnico d’ufficio presso il Tribunale di Lodi, questo problema lo vedo dai due lati: quando l’azienda progetta la campagna e quando il contenzioso è già iniziato. Il secondo scenario è sempre più costoso del primo, di ordini di grandezza.
Il consenso “omnibus” non esiste più
Nel provvedimento del 27 febbraio 2025 il Garante ha messo un punto fermo che riguarda chiunque raccolga contatti tramite form o cessione di liste. Il consenso alla comunicazione dei dati a terzi per finalità di marketing è realmente libero solo se all’interessato sono garantiti una scelta effettiva e il controllo sui propri dati. Tradotto: la casellina unica che copre “telefonia, energia, assicurazioni, moda, auto” non è un consenso valido, e non può neutralizzare gli effetti di un’iscrizione al Registro delle Opposizioni. La sanzione in quel caso è stata di 300.000 euro, come si legge nella comunicazione del Garante sui consensi omnibus.
Che cosa comporta operativamente? Che se hai acquistato una lista “profilata e con consenso”, il consenso che ti hanno venduto potrebbe non valere nulla. E la responsabilità del trattamento resta tua, non di chi te l’ha venduta.
Registro Pubblico delle Opposizioni: quindici giorni e nient’altro
Chiunque svolga campagne su numerazioni fisse o mobili nazionali deve iscriversi al sistema e comunicare preventivamente al Registro le liste che intende contattare. Il Registro restituisce la lista ripulita entro ventiquattro ore, e quella lista ha una validità di quindici giorni per il telemarketing, trenta per il marketing postale, secondo quanto specificato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.
Quindici giorni. Non quindici mesi. La lista pulita a gennaio e riutilizzata a marzo è, tecnicamente, una lista non conforme. È uno degli errori più frequenti che incontro nelle verifiche, e nasce quasi sempre da un fraintendimento in buona fede: l’azienda crede di aver fatto l’adempimento una volta per tutte.
Quanto costa sbagliare
Il 23 luglio 2026 il Garante ha sanzionato TIM per 9.516.000 euro. Le contestazioni non riguardavano un dettaglio formale: consensi acquisiti illecitamente attraverso call center, controllo inadeguato sulla rete di partner terzi, numeri chiamanti mascherati per far apparire spontanea una richiesta di contatto, procedure di disiscrizione complesse e non funzionanti. Il provvedimento è pubblico e consultabile sul sito del Garante per la protezione dei dati personali.
Obiezione legittima: TIM è un gigante, io ho quindici dipendenti. Vero, e le sanzioni sono proporzionate al fatturato. Ma il criterio con cui vengono valutate le violazioni è identico, e nel 2025 il Garante ha iniziato a sanzionare anche realtà molto piccole, agenzie immobiliari incluse. La soglia di attenzione si è abbassata parecchio.
Il soft spam e i suoi confini reali
Esiste una strada legittima per contattare via email un cliente senza un consenso marketing esplicito, ed è il cosiddetto soft spam. Funziona a condizioni precise e cumulative: l’indirizzo deve essere stato raccolto nel contesto della vendita di un prodotto o servizio, la comunicazione deve riguardare beni o servizi analoghi a quelli già acquistati, e l’utente deve poter rifiutare in modo semplice sia al momento della raccolta sia a ogni invio successivo.
Il punto debole è quasi sempre il secondo requisito. “Analoghi” non significa “tutto quello che vendo”: chi ha comprato un contratto di manutenzione non ha implicitamente accettato di ricevere l’offerta su una linea di prodotto diversa. Nel dubbio conviene ricostruire la base giuridica dei propri trattamenti, e su questo abbiamo raccolto il quadro completo nella guida al GDPR per le PMI.
Le liste comprate, e perché continuano a circolare
Ogni anno mi capita di vedere aziende serie acquistare database di contatti da fornitori che garantiscono per iscritto la conformità. La garanzia contrattuale sposta il rischio economico ma non quello sanzionatorio, che resta in capo a chi tratta i dati. Se stai valutando questa strada, prima leggi cosa succede quando la lista non regge: ne abbiamo parlato in modo esteso nel pezzo su le liste email per marketing e i limiti del GDPR.
Detto questo, non tutto è vietato e non serve la paralisi. Serve sapere che la domanda “posso contattare questa persona?” ha una risposta documentabile, e che quella risposta va prodotta prima della campagna, non dopo il reclamo.
Il secondo filtro invisibile: il messaggio arriva davvero?
Superato il vaglio giuridico, resta un ostacolo che nel 2021 quasi non esisteva e oggi ferma una quota enorme delle campagne email italiane. Dal 1° febbraio 2024 chi invia più di 5.000 messaggi al giorno verso account Gmail personali deve autenticare il proprio dominio con SPF, DKIM e DMARC contemporaneamente, mantenere il tasso di segnalazioni spam sotto lo 0,30% con soglia di sicurezza consigliata allo 0,10%, e offrire la disiscrizione con un clic. Non sono buone pratiche: sono requisiti di consegna, documentati nelle linee guida ufficiali di Google per i mittenti email.
Qui la mia formazione da ethical hacker certificato torna utile in un modo che sembra controintuitivo. Questi tre protocolli nascono per impedire a un terzo di spedire email fingendosi te. Un dominio senza DMARC è un dominio che chiunque può usare per truffare i tuoi clienti, e i provider di posta lo sanno: per questo lo trattano come sospetto a prescindere dal contenuto. La conseguenza è quasi comica. Un’azienda scrive la newsletter perfetta, la manda a una lista pulita e conforme, e finisce in spam perché nessuno ha mai toccato un record TXT sul DNS. Abbiamo dedicato un articolo intero a diagnosticare questo problema, in email deliverability: perché le tue email non arrivano.
Il parallelo telefonico esiste ed è ancora più severo: se le tue chiamate partono da numerazioni segnalate o mascherate, gli operatori le filtrano prima che squillino. In entrambi i casi il messaggio non viene rifiutato dal destinatario. Non lo raggiunge proprio.
Conviene fare direct marketing? I numeri per deciderlo
La risposta onesta è: dipende da quanto è denso il tuo archivio. Questa attività ha un costo fisso di impianto quasi indipendente dalla dimensione della lista, e un costo variabile bassissimo. Sotto una certa soglia di contatti utili non rientri mai; sopra, la curva si ribalta rapidamente a tuo favore.
Ed è qui che l’Italia ha un problema strutturale. Secondo la rilevazione ISTAT su imprese e ICT del 2025, solo il 21,1% delle piccole e medie imprese italiane utilizza un sistema CRM, contro il 56,5% delle grandi imprese, e il 42,7% delle imprese con almeno dieci addetti svolge analisi dei dati. Detto altrimenti: quattro PMI su cinque non hanno l’infrastruttura minima per fare direct marketing in modo sensato. Non è un problema di budget pubblicitario, è un problema di memoria aziendale.
Le metriche che contano davvero
Misurabilità è la parola più ripetuta in questi articoli e la meno spiegata. Queste sono le grandezze su cui ha senso costruire una decisione:
- Tasso di consegna reale: quante comunicazioni entrano in casella principale, non quante il tuo software dichiara “inviate”. Sono numeri diversi e la differenza può superare il 30%.
- Tasso di risposta utile: non aperture o clic, ma azioni che generano valore, quindi richieste, prenotazioni, acquisti. Un’apertura è un indizio, non un risultato.
- Costo per risposta utile: costo totale della campagna diviso per il numero di risposte utili. È il numero che ti dice se continuare.
- Tasso di disiscrizione e di reclamo: è l’indicatore di usura della lista, e va letto come un costo differito. Ogni campagna aggressiva consuma un asset.
- Valore del cliente nel tempo: senza questo, il costo per risposta utile non ha un termine di paragone e stai navigando a vista.
Il calcolo che quasi nessuno fa
Prendi il costo totale della campagna, includendo il tempo interno delle persone che ci hanno lavorato, non solo il costo della piattaforma. Dividilo per le risposte utili. Confronta il risultato con il margine medio di un cliente nuovo. Se il costo per risposta utile supera il margine, la campagna ha prodotto attività e non profitto. È un calcolo elementare che nella nostra pratica troviamo fatto correttamente in meno di un’azienda su cinque, perché quasi sempre il tempo interno viene considerato gratuito.
Da dove parte una PMI italiana: la sequenza operativa
Se dovessi ridurre a una sequenza quello che consiglio a un’impresa che vuole costruire direct marketing da zero, sarebbe questa. L’ordine non è negoziabile, perché ogni passo dipende dal precedente.
- Mappa quello che hai già. Contatti nel gestionale, nel software di fatturazione, nelle caselle commerciali, nei fogli di calcolo dei venditori. Quasi sempre esistono più contatti di quanti l’azienda creda, e sono sparsi.
- Verifica la base giuridica contatto per gruppo. Per ogni fonte: cosa è stato dichiarato al momento della raccolta, esiste prova, la finalità marketing era coperta. Quello che non regge si mette da parte, non si cancella.
- Sistema l’infrastruttura tecnica prima di scrivere una riga. Autenticazione del dominio, disiscrizione a un clic, registrazione al Registro delle Opposizioni se prevedi il canale telefonico.
- Scegli un solo canale e un solo obiettivo. Il multicanale simultaneo è la promessa che fa fallire più progetti nelle aziende sotto i cinquanta dipendenti.
- Costruisci una raccolta contatti conforme fin dall’inizio. È il momento in cui il direct marketing si salda con la lead generation: una lista che cresce con consensi granulari e documentati vale più del doppio di una lista comprata.
- Misura, poi automatizza. Solo quando una sequenza funziona a mano ha senso replicarla su scala, ed è a quel punto che entra in gioco la marketing automation per PMI. Automatizzare un processo che non funziona significa sbagliare più in fretta.
Gli errori che vediamo più spesso
In oltre trent’anni di lavoro sul digitale italiano, dal 1993, e con più di duemila aziende seguite in dodici paesi, alcuni pattern si ripetono con una regolarità quasi noiosa. Li riporto in forma anonima, perché sono situazioni ricorrenti e non casi singoli.
Un’azienda manifatturiera del nord con una base di 12.000 contatti raccolti in dieci anni di fiere. Nessuna prova di consenso, nessuna data di raccolta, nessuna indicazione di finalità. La direzione voleva lanciare una campagna di riattivazione. Abbiamo dovuto spiegare che quei 12.000 contatti erano, dal punto di vista del direct marketing, zero contatti: l’unica strada percorribile era una campagna di re-permission, che ne ha recuperati poco più di novecento. Novecento contatti veri valgono infinitamente più di dodicimila contatti inutilizzabili, ma è una conversazione difficile da avere con chi ha appena scoperto di aver perso il 92% di quello che credeva un patrimonio.
Uno studio professionale che inviava newsletter mensili da tre anni con tassi di apertura in caduta libera. La diagnosi non era il contenuto: il dominio non aveva mai avuto un record DMARC e circa il 40% degli invii non arrivava in casella principale. Sistemata l’autenticazione, le aperture sono tornate a valori normali in due invii, senza cambiare una parola dei testi.
Una società di servizi che aveva acquistato una lista B2B “certificata GDPR”. Dopo il terzo reclamo il fornitore era irreperibile e il contratto conteneva una clausola di limitazione della responsabilità che lo copriva quasi integralmente. Il rischio residuo era tutto sul committente.
Risorse per approfondire
Il direct marketing tocca aree che raramente stanno nella stessa testa: comunicazione, diritto, infrastruttura tecnica e analisi dei dati. Se vuoi scendere nel dettaglio di un singolo pezzo, questi sono i punti di partenza che consiglio più spesso. Sulla parte di recapito tecnico, la diagnosi della deliverability è quasi sempre il primo intervento a produrre risultati visibili. Sul fronte probatorio, capire il valore legale di email e SMS aiuta a impostare correttamente la documentazione dei consensi, che è poi ciò che ti salva in caso di contestazione.
Un’ultima nota di metodo. Nessuna di queste attività richiede strumenti costosi per iniziare. Richiede ordine, e l’ordine è la cosa che le aziende rimandano più volentieri perché non produce risultati visibili nel breve. È esattamente per questo che chi lo fa si ritrova, dopo diciotto mesi, con un vantaggio che i concorrenti non riescono a colmare comprando pubblicità.
Riepilogo dei punti chiave
Il direct marketing è la comunicazione commerciale rivolta a destinatari identificati, senza intermediari, con richiesta di risposta misurabile e memorizzazione del risultato. I canali principali sono email e DEM, telemarketing, SMS e mobile, direct mail cartaceo, messaggistica diretta, cataloghi e coupon. In Italia però la scelta del canale è il quarto problema, non il primo. Prima viene la base giuridica: il Garante ha stabilito nel 2025 che i consensi generici “omnibus” non sono validi, e il Registro Pubblico delle Opposizioni va consultato prima di ogni ciclo di chiamate con liste valide solo quindici giorni. Poi viene il recapito tecnico: dal febbraio 2024 chi supera i 5.000 invii giornalieri verso Gmail deve autenticare il dominio con SPF, DKIM e DMARC e restare sotto lo 0,30% di segnalazioni spam. Solo dopo contano il messaggio e la misurazione, che si giudica su un numero solo, il costo per risposta utile confrontato con il margine di un cliente nuovo. Con appena il 21,1% delle PMI italiane dotate di CRM, il vero collo di bottiglia non è creativo ma infrastrutturale.
Domande frequenti sul direct marketing
Cosa si intende per direct marketing?
Per direct marketing si intende l’insieme delle attività di comunicazione commerciale rivolte a destinatari identificati e raggiunti senza intermediari, con un messaggio personalizzato che chiede una risposta misurabile. Tre elementi lo distinguono dalla pubblicità di massa: il destinatario è noto e quindi si trattano dati personali, il messaggio contiene una richiesta esplicita di azione, e la risposta viene registrata per personalizzare i contatti successivi. In italiano si usa anche marketing diretto o marketing a risposta diretta.
Quali sono gli strumenti del direct marketing?
Gli strumenti principali sono sei: email marketing e campagne DEM, telemarketing e teleselling, SMS e mobile marketing, direct mail cartaceo, messaggistica diretta su piattaforme social, cataloghi e coupon con codice tracciabile. Ogni strumento ha un profilo diverso di costo per contatto, capacità di personalizzazione e onere normativo. In Italia il telemarketing è il canale con gli adempimenti più pesanti, perché richiede consenso specifico documentato e consultazione preventiva del Registro Pubblico delle Opposizioni.
Qual è la differenza tra marketing diretto e marketing indiretto?
Il marketing indiretto raggiunge il pubblico attraverso un intermediario, che può essere un distributore, un rivenditore, un editore o una piattaforma pubblicitaria che decide a chi mostrare il messaggio. Il marketing diretto elimina l’intermediario e in cambio si assume due oneri: costruire e mantenere il proprio archivio di contatti, e rispondere in prima persona della liceità di ogni contatto. Si scambia dipendenza dall’intermediario con responsabilità diretta sui dati.
Serve il consenso per fare direct marketing in Italia?
Nella maggior parte dei casi sì, e deve essere specifico, informato, documentabile e revocabile. Il Garante privacy ha chiarito nel 2025 che i consensi generici che non permettono di scegliere le singole categorie merceologiche non sono validi e non annullano l’iscrizione al Registro Pubblico delle Opposizioni. Esiste un’eccezione limitata, il soft spam, che consente di contattare via email un cliente per prodotti o servizi analoghi a quelli già acquistati, purché l’indirizzo sia stato raccolto nel contesto della vendita e l’utente possa rifiutare facilmente a ogni invio. Per una valutazione sul proprio caso specifico è opportuno rivolgersi a un consulente privacy.
Quanto costa fare direct marketing per una PMI?
Il direct marketing ha un costo fisso di impianto quasi indipendente dalla dimensione della lista, che comprende infrastruttura tecnica, adeguamento della raccolta consensi e strumenti di invio, e un costo variabile per contatto molto basso sui canali digitali. La metrica che determina la convenienza non è il costo assoluto ma il costo per risposta utile, cioè il costo totale della campagna, tempo interno incluso, diviso per il numero di azioni che generano valore. Se quel valore supera il margine medio di un cliente nuovo, la campagna produce attività ma non profitto.
Perché le mie email di direct marketing finiscono in spam?
Nella maggior parte dei casi il problema non è il contenuto ma l’autenticazione del dominio. Dal 1° febbraio 2024 chi invia oltre 5.000 messaggi al giorno verso account Gmail personali deve avere configurati contemporaneamente SPF, DKIM e DMARC, mantenere il tasso di segnalazioni spam sotto lo 0,30% e offrire la disiscrizione con un clic. Un dominio senza DMARC viene trattato come potenzialmente falsificabile e quindi sospetto a prescindere da cosa contiene il messaggio. La verifica dei record DNS è quasi sempre il primo intervento da fare.
Il direct marketing funziona ancora nel 2026?
Funziona, e per alcuni versi funziona meglio di prima, perché il costo della pubblicità sulle piattaforme è cresciuto mentre il costo di comunicare con la propria base è rimasto basso. Il vincolo si è però spostato: non è più la creatività o il budget, ma la qualità dell’archivio contatti e la conformità della sua raccolta. Con solo il 21,1% delle PMI italiane dotate di un CRM secondo ISTAT, la maggior parte delle aziende non ha ancora l’infrastruttura minima per sfruttarlo, il che rappresenta anche un’opportunità competitiva per chi la costruisce per primo.
Da dove partire domani mattina
Il direct marketing non è complicato da capire. È faticoso da fare bene, perché il lavoro vero sta nei tre strati che nessuno vede: la legittimità dei contatti, la salute tecnica del dominio e la disciplina nel misurare. La creatività è l’ultimo strato, ed è l’unico di cui parlano quasi tutti gli articoli su questo argomento.
Se vuoi un punto di partenza concreto, comincia da una verifica di due ore: da dove arrivano i tuoi contatti, che prova hai del consenso, e che record DNS ha il dominio da cui spedisci. Nella nostra esperienza quella verifica cambia la conversazione in modo radicale, perché sposta il tema da “cosa scriviamo” a “cosa possiamo effettivamente fare”. Sono due domande diverse, e la seconda viene prima.
Richiedi una consulenza gratuita se vuoi capire quale parte della catena si sta spezzando nel tuo caso: parliamo della tua situazione specifica e vediamo insieme se il collo di bottiglia è nei dati, nella tecnica o nel messaggio.
