Brand Positioning

Brand awareness: cos’è, come si misura e come si difende

Brand awareness: cos’è, come si misura e come si difende

La brand awareness è il grado di conoscenza che il tuo mercato ha del tuo marchio, e per la maggior parte delle PMI italiane resta la voce di marketing più citata e meno misurata di tutte. Se ne parla come di un obiettivo nobile e vago, qualcosa che cresce “facendo contenuti” e che si valuta a sensazione. In trent’anni di lavoro nel digitale ho visto aziende investire cifre importanti per farsi conoscere e poi scoprire tre cose sgradevoli: che non sapevano dire se stessero crescendo o no, che il nome su cui avevano costruito tutto non era legalmente loro, e che una volta diventate riconoscibili qualcun altro aveva iniziato a usare quel nome per truffare i loro clienti. Questa guida copre la teoria che serve, ma soprattutto le tre cose che quasi nessuno ti dice.

Brand awareness: cos’è e cosa non è

La brand awareness, che molti cercano anche nella forma branding awareness e che in italiano si traduce con notorietà di marca o consapevolezza del marchio, misura quante persone del tuo mercato di riferimento conoscono il tuo brand e sanno associarlo alla categoria giusta. Non è una metrica di gradimento: puoi essere notissimo e antipatico. Non è nemmeno una metrica di vendita, perché la notorietà precede l’acquisto e a volte lo precede di anni.

Il fraintendimento più comune che incontro nelle riunioni con le PMI è confondere la notorietà con la visibilità. La visibilità è quante volte il tuo messaggio è passato davanti a qualcuno. La notorietà è quanto di quel passaggio è rimasto attaccato. Sono due cose diversissime, e la seconda non si compra: si costruisce con la ripetizione coerente dello stesso segnale nel tempo. Un’azienda che cambia logo, tono di voce e promessa ogni diciotto mesi sta ripartendo da zero ogni diciotto mesi, indipendentemente da quanto spende.

C’è poi una distinzione che vale la pena chiarire subito, perché nel linguaggio comune i termini si sovrappongono. Il brand non coincide con il marchio, e il marchio non coincide con la marca: la differenza non è accademica, ha conseguenze legali molto concrete che vedremo più avanti. Se il tema ti interessa nel dettaglio, ho scritto una guida dedicata alla differenza tra brand, marca e marchio che entra anche nella parte di tutela.

I quattro livelli della notorietà di marca

Il modello di riferimento resta quello proposto da David Aaker alla fine degli anni Ottanta, ed è ancora valido perché descrive un fenomeno cognitivo, non una tecnologia. Ha resistito a internet, ai social e adesso agli assistenti conversazionali. Si legge dal basso verso l’alto.

LivelloCosa succede nella testa del clienteCome lo verifichi
Assenza di notorietàIl tuo nome non produce alcuna reazioneNessuno ti nomina, nessuno ti cerca per nome
Riconoscimento (brand recognition)Se ti vede in un elenco ti riconosce, da solo non ci arrivaRicordo assistito: “quali di questi nomi conosci?”
Ricordo spontaneo (brand recall)Pensando alla categoria, ti nomina senza aiutoRicordo spontaneo: “quali aziende ti vengono in mente per X?”
Top of mindSei il primo nome che dice, prima ancora di pensarciPrima menzione spontanea nel test

La differenza operativa tra riconoscimento e ricordo spontaneo è la più importante e la più sottovalutata. Il riconoscimento serve quando il cliente ti trova già dentro un contesto di scelta: uno scaffale, una SERP, un elenco fornitori. Il ricordo spontaneo serve quando il cliente parte da un bisogno e deve tirare fuori dei nomi dalla memoria. Nel B2B italiano, dove la maggior parte delle trattative nasce da una telefonata a qualcuno di cui ci si ricorda o da una segnalazione, il ricordo spontaneo vale molto più del riconoscimento. Eppure quasi tutte le campagne che vedo sono ottimizzate per il primo.

Brand awareness, brand image, brand equity e reputation

Questi quattro termini vengono usati come sinonimi anche da chi dovrebbe saperlo, e la confusione porta a misurare la cosa sbagliata. Vale la pena separarli una volta per tutte.

ConcettoRisponde alla domandaSe è basso cosa succede
Brand awarenessMi conoscono?Non entri nemmeno nella lista dei candidati
Brand imageCosa pensano che io sia?Ti cercano per il motivo sbagliato
Brand reputationCosa dicono di me quando non ci sono?Entri nella lista e poi ne esci
Brand equityQuanto vale economicamente il mio nome?Competi solo sul prezzo

La sequenza logica è quella: prima ti conoscono, poi si formano un’idea di te, poi quell’idea circola, e alla fine tutto questo si traduce in un margine che i concorrenti senza marca non possono permettersi. Lavorare sull’immagine quando l’awareness è a zero è come lucidare una vetrina in una via dove non passa nessuno. Sul rapporto tra notorietà e percezione ho raccolto qualche riflessione anche nell’articolo su come misurare brand e reputazione.

Come si costruisce la notorietà di marca senza budget enterprise

Le strategie che funzionano per una PMI italiana non sono quelle dei case study internazionali. Un’azienda che fa quattro milioni di fatturato con dodici dipendenti non compete per lo share of voice nazionale: compete per essere il primo nome che viene in mente dentro una nicchia geografica o merceologica precisa. È una partita completamente diversa, e per fortuna molto più vincibile.

Il primo punto è la scelta del perimetro. Meglio essere top of mind per “impianti di aspirazione per falegnamerie in Lombardia” che sconosciuti per “impianti industriali”. La notorietà è una risorsa che si concentra o si disperde, e le PMI che provano a coprire tutto finiscono per non essere ricordate da nessuno. Restringere il perimetro è la leva più economica che esista, ed è anche quella che ha più a che fare con il brand positioning che con la pubblicità.

Il secondo punto è la coerenza del canale. Secondo l’ultima rilevazione ISTAT su imprese e ICT, nel 2025 il 59,0% delle imprese italiane con almeno dieci addetti usa i social media e il 42,7% fa analisi dei dati, in netta crescita rispetto al 26,6% del 2023, come si legge nel comunicato ISTAT sulle imprese e le ICT. Il dato interessante non è la percentuale alta di presenza sui social, è il divario: molte più aziende pubblicano di quante misurino. Presidiare un canale senza leggere i numeri che produce significa fare awareness alla cieca per anni.

Il terzo punto riguarda le persone. Nelle PMI il brand aziendale e la reputazione del titolare o del commerciale storico sono spesso la stessa cosa, e fingere il contrario è un errore. Invece di combattere questa sovrapposizione conviene usarla, portando le persone in prima linea sui canali dove il tuo mercato passa davvero. Su questo tema specifico ho scritto una guida operativa al personal branding su LinkedIn pensata per professionisti e consulenti.

C’è infine il moltiplicatore che costa meno di tutti e che quasi nessuno struttura: i clienti che parlano di te spontaneamente. Trasformare la soddisfazione in menzione richiede un processo, non fortuna, e la differenza tra un cliente contento e un brand advocate è tutta lì. Vale lo stesso per i contenuti prodotti dagli utenti, che nelle categorie visive fanno più notorietà di qualunque campagna: il tema è approfondito nella guida sugli UGC content.

Come si misura la brand awareness con il budget di una PMI

Qui casca quasi tutto il settore. I manuali dicono di fare ricerche di mercato con panel rappresentativi, e hanno ragione: è il metodo corretto. Il problema è che una ricerca seria su un campione statisticamente valido non è alla portata dell’azienda media italiana, e allora si finisce per non misurare niente e dichiarare vittoria guardando i like. Esistono però quattro proxy che costano poco o nulla e che, letti insieme e nel tempo, danno un segnale onesto.

Share of search. È il rapporto tra le ricerche del tuo nome e la somma delle ricerche del tuo nome più quelle dei tuoi concorrenti diretti, sullo stesso periodo. Si calcola con Google Trends confrontando i termini brandizzati, oppure con qualunque strumento che dia volumi di ricerca per query brand. Non è perfetto, ignora chi ti conosce ma non ti cerca, e va letto come tendenza e non come valore assoluto. Detto questo, è l’unico indicatore quantitativo di notorietà accessibile gratuitamente a chiunque, e nella mia esperienza anticipa i movimenti di quota di mercato con qualche mese di margine.

Ricerche brandizzate in Search Console. Filtrando le query che contengono il tuo nome, o le sue storpiature ricorrenti, ottieni il numero di persone che ti hanno cercato per nome. È la misura più pulita di ricordo spontaneo che una PMI possa avere, perché chi digita il tuo nome ti ha già in memoria. Conviene salvare il dato mese per mese in un foglio: il valore assoluto dice poco, la curva su ventiquattro mesi dice moltissimo.

Traffico diretto e traffico di ritorno. Vanno letti con prudenza perché la voce “diretto” in analytics raccoglie anche parecchia spazzatura di attribuzione, ma un aumento stabile e non stagionale di visite dirette che coincide con un’attività di comunicazione è un segnale reale.

Il test di ricordo fatto in casa. Venti telefonate ben fatte a clienti e potenziali clienti del tuo settore, con due domande secche, valgono più di mille impression. Prima domanda, spontanea: quali fornitori ti vengono in mente per questa categoria? Seconda domanda, assistita: di questi nomi quali conosci? Il rapporto tra le due risposte è esattamente la distanza tra il tuo riconoscimento e il tuo ricordo spontaneo. Ripetuto ogni sei mesi sullo stesso tipo di interlocutore, è la misura più utile che ho visto usare in azienda.

Una formula elementare aiuta a rendere confrontabili i risultati nel tempo. Il tasso di notorietà spontanea è il numero di persone che ti nominano senza aiuto diviso il totale degli intervistati; il tasso di notorietà assistita è il numero di persone che ti riconoscono in elenco diviso lo stesso totale. Se il primo cresce e il secondo resta fermo, la tua comunicazione sta lavorando in profondità. Se cresce solo il secondo, stai facendo visibilità, non memoria.

Misurare la notorietà senza violare il GDPR

Questa sezione manca sistematicamente in tutte le guide italiane sul tema, ed è un problema, perché ogni singola tecnica descritta sopra tocca dati personali. Un sondaggio di ricordo è un trattamento. Una lista di contatti da chiamare è un trattamento. Un pixel che traccia il ritorno degli utenti sul sito è un trattamento. Come consulente privacy certificato e membro Federprivacy, la domanda che faccio sempre per prima non è “che tool usi” ma “su quale base giuridica”.

Il punto delicato per le PMI riguarda i contatti usati per le indagini di notorietà. Chiamare o scrivere a una lista comprata da un fornitore terzo, senza poter documentare il consenso di ciascun interessato, è una pratica ancora diffusissima e sanzionabile. Il Garante è intervenuto ripetutamente anche su realtà di dimensioni piccole, non solo sui grandi gruppi, e i provvedimenti recenti mostrano un’attenzione crescente all’intera filiera dei fornitori: nel luglio 2026 l’Autorità ha comminato una sanzione da 9.516.000 euro a un grande operatore di telecomunicazioni proprio per carenze di controllo sui partner e per la gestione difettosa delle richieste di opposizione, come documentato nel comunicato del Garante per la protezione dei dati personali.

Non serve un impianto complesso per essere in regola su un’indagine di brand awareness. Servono tre cose: contatti raccolti con consenso documentabile o una base giuridica solida per il legittimo interesse, un’informativa che spieghi davvero cosa fai con le risposte, e una conservazione a termine invece che eterna. Detto questo, va precisato che quanto scrivo qui è inquadramento generale e non sostituisce una valutazione sul caso concreto, che dipende sempre dalla filiera specifica di ogni azienda.

La notorietà che non puoi difendere non è tua

Arriviamo alla parte che nessun articolo sulla brand awareness in lingua italiana affronta, e che è la ragione per cui ho riscritto questa guida. Costruire notorietà su un nome che non hai registrato significa costruire un patrimonio intestato a nessuno.

La sequenza tipica l’ho vista decine di volte. Un imprenditore avvia l’attività con un nome scelto in fretta, lo usa per anni, investe in sito, insegne, cataloghi, campagne. Il nome funziona, il mercato lo riconosce. A quel punto, esattamente perché funziona, qualcuno lo nota: un concorrente, un ex fornitore, un ex collaboratore. Registra il marchio, che nessuno aveva mai depositato, e manda una diffida. L’imprenditore scopre che l’uso di fatto protegge molto meno di quanto immaginasse, che dimostrare il preuso richiede documentazione ordinata che quasi nessuno conserva, e che la contesa costa tempo e denaro proprio nel momento in cui l’azienda sta crescendo.

Nel mio ruolo di Consulente Tecnico d’Ufficio presso il Tribunale di Lodi mi sono trovato più volte a ricostruire proprio questo tipo di storia dal lato delle prove digitali: quando il nome è arrivato online, chi lo ha usato per primo, cosa dicono gli archivi. È un lavoro che si potrebbe risparmiare quasi sempre con un deposito fatto all’inizio, quando ancora non serviva a niente e sembrava una spesa rimandabile.

I numeri europei dicono che questa non è una preoccupazione teorica. Secondo l’analisi a livello di impresa pubblicata dall’EUIPO insieme all’EPO su un campione di oltre 119.000 aziende dei ventisette Stati membri, le PMI titolari di diritti di proprietà intellettuale registrati mostrano un fatturato per dipendente superiore del 44% rispetto alle PMI che non ne hanno, ma solo circa il 10% delle PMI europee possiede diritti registrati contro circa il 50% delle grandi imprese: i dati completi sono nel rapporto EUIPO sulla performance delle imprese e i diritti di proprietà intellettuale. La correlazione non prova da sola un rapporto di causa, e chi la presenta come una garanzia di crescita fa un salto logico che non mi sento di fare. Resta però il fatto che l’asimmetria tra grandi e piccole imprese sulla tutela è enorme, e che il divario si paga sempre nel momento peggiore.

La lezione operativa è semplice. Prima di investire in notorietà, verifica che il nome sia disponibile e depositalo nelle classi che ti servono davvero. Prima ancora, controlla che qualcun altro non ci sia già arrivato, perché scoprirlo dopo tre anni di campagne è la versione più cara di questo errore.

Il lato scomodo della notorietà: quando il tuo nome diventa un’esca

C’è un secondo effetto collaterale del successo di cui il marketing non parla mai, e che vedo invece continuamente dal lato tecnico. Più il tuo brand è riconoscibile, più diventa utile a qualcun altro per ingannare le persone.

Il meccanismo è banale e per questo efficace. Chi costruisce campagne di truffa ha bisogno di un nome di cui la vittima si fidi già: usa il tuo. Registra un dominio quasi identico al tuo cambiando una lettera o l’estensione, apre un profilo social con il tuo logo, manda email che sembrano le tue ai tuoi clienti. La notorietà che hai pagato tu diventa lo strumento con cui il tuo cliente viene derubato, e la telefonata arrabbiata arriva a te.

Le dimensioni del fenomeno in Italia sono documentate. Il CERT-AGID ha rilevato nel corso del 2025 oltre 3.620 campagne malevole sul territorio nazionale, di cui 1.922 di phishing, con 153 brand diversi sfruttati per l’impersonificazione in campagne di phishing e smishing, secondo il report annuale del CERT-AGID sulle campagne malevole. Centocinquantatré marchi sono quelli censiti in campagne di rilievo nazionale: la coda lunga delle PMI colpite localmente non entra in nessuna statistica, e per esperienza diretta è molto più larga di quanto il dato suggerisca.

Con la certificazione CPEH addosso guardo questa cosa da una prospettiva che al marketing di solito sfugge: l’abuso del brand è un attacco alla fiducia, e la fiducia è precisamente la cosa che stavi costruendo con la brand awareness. Un cliente truffato usando il tuo nome non distingue tra te e chi ti ha impersonato. Il danno reputazionale è tuo, i soldi li ha presi qualcun altro.

Le contromisure minime sono poche e non richiedono un reparto sicurezza. Registrare le varianti ovvie del dominio, quelle con l’errore di battitura più probabile e le estensioni principali del tuo mercato. Configurare correttamente i record di autenticazione della posta, perché un dominio senza protezione antispoofing è un dominio da cui chiunque può scrivere fingendo di essere te. Rivendicare i profili ufficiali su ogni piattaforma dove il tuo pubblico sta, anche quelle che non presidi, per impedire che qualcun altro li apra al posto tuo. E tenere un canale visibile dove i clienti possano verificare se una comunicazione arriva davvero da te. Sono attività che costano poco all’inizio e diventano molto costose quando le fai dopo l’incidente.

Brand awareness nell’era degli assistenti AI

La terza cosa che è cambiata, e che le guide ancora online sull’argomento ignorano quasi tutte, riguarda chi fa da intermediario tra il tuo brand e chi ti cerca. Per vent’anni la risposta era un elenco di dieci link blu. Oggi una parte crescente delle domande riceve una risposta sintetizzata, in cui i brand vengono citati o non vengono citati da un modello.

Questo sposta il problema dalla memoria umana alla memoria della macchina. Puoi essere perfettamente noto al tuo mercato e restare invisibile nel momento in cui un potenziale cliente chiede a un assistente quali fornitori considerare. Vale anche il contrario, e capita più spesso di quanto si creda: aziende poco note ma descritte in modo chiaro e coerente in fonti che il modello considera affidabili vengono tirate fuori più volentieri di concorrenti più grandi ma raccontati male.

Su cosa fare, conviene partire da quello che Google dichiara esplicitamente invece che dalle teorie in circolazione. Nella guida ufficiale all’ottimizzazione per le esperienze AI di Search si legge che le buone pratiche SEO restano valide, che non serve alcun markup schema.org speciale per la ricerca generativa e che la caccia a menzioni artificiose costruite ad arte non è utile quanto sembra: il testo integrale è nella documentazione di Google Search Central sull’ottimizzazione per le funzionalità AI. È una posizione scomoda per chi vende servizi con nomi nuovi ogni sei mesi, ed è il motivo per cui la ripeto ai clienti prima di qualunque proposta.

Il lavoro concreto assomiglia molto a costruire un’entità riconoscibile invece che una pagina ottimizzata. Significa che il nome dell’azienda, cosa fa, dove opera e per chi devono essere scritti in modo identico ovunque compaiano, dal sito ai profili alle schede di settore. Significa che le informazioni verificabili su di te devono esistere in posti che non controlli tu, perché una descrizione che vive solo sul tuo sito ha un peso diverso da una che trova conferma altrove. E significa accettare che parte di questo processo non è misurabile con la precisione a cui il marketing digitale ci aveva abituati. Chi ti promette un posizionamento garantito dentro le risposte di un modello ti sta vendendo qualcosa che nessuno può controllare.

Sul rapporto tra costruzione del marchio e visibilità organica, che è la parte di questo lavoro che si misura ancora bene, ho approfondito il meccanismo nell’articolo su come sfruttare il brand building come strategia SEO.

Gli errori che vedo ripetere dal 1993

Cambiano gli strumenti, gli errori no. Questi sono i quattro che ho visto più spesso ripetersi negli anni, in aziende di ogni dimensione.

Il primo è confondere il logo con il brand. Un restyling grafico non aumenta la notorietà, semmai la azzera per un po’, perché il mercato deve riassociare un segno nuovo a un nome vecchio. Ha senso quando c’è una ragione strategica, non quando il titolare si è stancato del colore.

Il secondo è misurare la notorietà con le metriche della pubblicità. Impression, copertura e frequenza dicono quanto hai speso, non quanto sei ricordato. Sono numeri di input travestiti da numeri di risultato, e le agenzie li usano nei report proprio perché sono gli unici che salgono sempre.

Il terzo è la fretta. La notorietà si accumula con una lentezza che nessuna dashboard rende accettabile a un consiglio di amministrazione. Le aziende che vedo vincere su questo terreno sono quelle che hanno tenuto lo stesso posizionamento per cinque o dieci anni annoiandosi mortalmente, mentre i concorrenti cambiavano direzione ogni stagione e ripartivano ogni volta da capo. È interessante notare che i marchi che generano attaccamento emotivo vero, quelli che vengono chiamati lovemarks, sono quasi sempre marchi che hanno ripetuto la stessa cosa per decenni: ne ho raccolti diversi nell’articolo sui lovemarks e i loro esempi.

Il quarto è costruire notorietà su una promessa che l’azienda non mantiene. Funziona per un ciclo, poi la reputazione recupera il ritardo e il risultato netto è negativo: hai speso per far conoscere a più persone un’esperienza che le delude. In quel caso la cosa onesta da fare è smettere di comunicare e sistemare il prodotto.

Da dove partire concretamente

Se stai leggendo perché devi impostare un lavoro sulla notorietà e non sai da che parte cominciare, l’ordine che suggerisco è controintuitivo ma regge alla prova dei fatti. Prima verifica e proteggi il nome, perché è l’unica attività che se fatta dopo può risultare impossibile. Poi definisci il perimetro in cui vuoi essere ricordato, che è una decisione di posizionamento prima che di comunicazione: la logica di fondo è quella descritta nella guida al posizionamento marketing. Poi metti in piedi la misurazione, anche grezza, perché senza baseline non saprai mai se quello che stai per spendere ha funzionato. Solo a quel punto inizia a comunicare.

Il contesto europeo aiuta a inquadrare le priorità di canale: nel 2025 il 63,6% delle imprese UE con almeno dieci addetti utilizzava i social media, in crescita rispetto al 61,1% del 2023, secondo i dati pubblicati nell’approfondimento Eurostat sull’uso dei social media nelle imprese. Essere presenti non è più un vantaggio competitivo, è il minimo sindacale: il vantaggio sta in cosa dici e per quanto tempo continui a dirlo.

Se il tema del posizionamento richiede un lavoro strutturato con qualcuno che lo faccia insieme a te, è il perimetro della mia consulenza di brand positioning. E se prima di parlare di marca vuoi capire quanto il tuo sito stia lavorando bene o male al posto tuo, il libro Siti da Incubo è scaricabile gratuitamente e raccoglie gli errori tecnici che ho trovato più spesso in trent’anni di analisi.

Riepilogo dei punti chiave

La brand awareness è il grado di conoscenza che il mercato ha del tuo marchio e si articola in quattro livelli: assenza di notorietà, riconoscimento, ricordo spontaneo e top of mind. Per una PMI italiana il livello che conta davvero è il ricordo spontaneo, perché è quello che ti fa entrare nella lista quando il cliente parte da un bisogno. Si costruisce restringendo il perimetro invece di allargarlo, mantenendo lo stesso posizionamento per anni e usando le persone dell’azienda come canale. Si misura senza budget enterprise con quattro proxy: share of search, ricerche brandizzate in Search Console, traffico diretto e un test di ricordo fatto in casa su venti interlocutori reali, ripetuto ogni sei mesi. Tre cose che le guide sull’argomento non dicono. Primo: la notorietà costruita su un nome non registrato è un patrimonio che qualcun altro può rivendicare, e l’EUIPO documenta che solo circa il 10% delle PMI europee ha diritti IP registrati. Secondo: più diventi riconoscibile, più il tuo nome diventa utile a chi costruisce truffe, e il CERT-AGID ha censito 153 brand impersonati in Italia nel solo 2025. Terzo: una parte crescente della scoperta passa oggi dagli assistenti AI, dove conta essere un’entità descritta in modo coerente e verificabile più che una pagina ottimizzata. Infine, ogni tecnica di misurazione tocca dati personali e va inquadrata su una base giuridica solida prima di partire.

Domande frequenti sulla brand awareness

Che cos’è un progetto di brand awareness?

Un progetto di brand awareness è un piano strutturato per aumentare il numero di persone del proprio mercato di riferimento che conoscono il marchio e sanno associarlo alla categoria giusta. A differenza di una campagna pubblicitaria, che punta a un risultato di breve periodo, un progetto di notorietà si misura su orizzonti di dodici o ventiquattro mesi e prevede quattro componenti: una baseline di partenza misurata prima di iniziare, un perimetro di mercato definito con precisione, un messaggio e un’identità mantenuti costanti nel tempo, e un sistema di rilevazione periodica che verifichi se il ricordo spontaneo sta crescendo. Senza la prima e l’ultima componente non è un progetto, è una spesa.

Come si dice brand awareness in italiano?

La traduzione italiana corretta è notorietà di marca, che è anche il termine usato nella letteratura accademica di marketing. Si trovano come sinonimi anche consapevolezza del marchio e conoscenza di marca. Nel linguaggio professionale italiano l’espressione inglese resta la più diffusa, ma vale la pena conoscere la versione italiana perché una parte del pubblico, soprattutto nelle imprese più tradizionali, cerca e comprende meglio notorietà di marca.

Cosa vuol dire awareness in italiano?

Awareness significa consapevolezza o conoscenza. Nel marketing indica lo stato mentale di chi sa che una cosa esiste, senza che questo implichi né una preferenza né un giudizio positivo. È importante tenerlo presente: awareness non vuol dire apprezzamento. Una persona può essere pienamente consapevole dell’esistenza di un marchio e avere di quel marchio un’opinione pessima. Quella dimensione si chiama brand reputation ed è una cosa diversa, che si misura in modo diverso.

Quali sono i quattro livelli di brand awareness?

I quattro livelli, secondo il modello classico di David Aaker, sono: assenza di notorietà, quando il nome non produce alcuna reazione; brand recognition o riconoscimento, quando la persona riconosce il marchio se glielo si mostra ma non lo tira fuori da sola; brand recall o ricordo spontaneo, quando la persona nomina il marchio partendo dalla categoria senza alcun aiuto; top of mind, quando è il primo nome che viene citato. Il salto più difficile e più prezioso è quello dal riconoscimento al ricordo spontaneo, perché richiede ripetizione coerente nel tempo e non si compra con l’aumento della spesa pubblicitaria.

Come si misura la brand awareness senza fare ricerche di mercato costose?

Con quattro indicatori accessibili a qualunque azienda. Lo share of search, cioè il rapporto tra le ricerche del proprio nome e la somma delle ricerche del proprio nome più quelle dei concorrenti diretti, calcolabile gratuitamente con Google Trends. Le ricerche brandizzate registrate in Google Search Console, che misurano quante persone hanno digitato il nome dell’azienda. Il traffico diretto al sito, da leggere con prudenza ma utile come tendenza. E un test di ricordo fatto internamente, telefonando a venti clienti o potenziali clienti e chiedendo prima quali fornitori vengono in mente per la categoria, poi quali nomi riconoscono in un elenco. Il rapporto tra le due risposte dà la distanza tra riconoscimento e ricordo spontaneo. Nessuno di questi indicatori è preciso da solo, ma letti insieme e ripetuti nel tempo raccontano una storia attendibile.

Che differenza c’è tra brand awareness e brand equity?

La brand awareness misura quante persone conoscono il marchio. La brand equity misura quanto vale economicamente il fatto di essere conosciuti, cioè il margine aggiuntivo che il mercato è disposto a riconoscere a quel nome rispetto a un prodotto equivalente senza marca. L’awareness è una condizione necessaria della equity ma non sufficiente: si può essere molto noti e avere una equity bassa, tipicamente quando la notorietà è associata a un’idea di prodotto economico o di scarsa qualità. La sequenza è awareness, poi immagine e reputazione, e solo alla fine equity.

Serve registrare il marchio prima di investire in brand awareness?

È l’ordine che consiglio sempre, per una ragione pratica. La verifica di disponibilità e il deposito del marchio sono attività che, se fatte all’inizio, costano poco e chiudono un rischio; se fatte dopo anni di comunicazione possono rivelarsi impossibili, perché nel frattempo qualcun altro può aver registrato quel segno. L’uso di fatto offre qualche tutela ma richiede di dimostrare il preuso con documentazione ordinata, cosa che quasi nessuna PMI conserva in modo utilizzabile. Investire in notorietà su un nome non protetto significa accumulare un valore che un terzo può contestare proprio quando quel valore diventa interessante. Questa è un’indicazione di metodo: la valutazione delle classi da depositare e della strategia di tutela va fatta con un consulente in proprietà industriale sul caso specifico.

La brand awareness serve ancora se le persone chiedono direttamente all’AI?

Serve, ma cambia forma. Quando la scoperta passa da un assistente conversazionale, non basta che le persone ricordino il nome: serve che il sistema abbia informazioni coerenti e verificabili su chi sei, cosa fai e per chi. In pratica il lavoro si sposta dalla sola memoria delle persone alla costruzione di un’entità descritta in modo identico ovunque compaia, con conferme in fonti che non controlli direttamente. Google chiarisce nella propria documentazione che non esistono markup speciali né tecniche separate per le esperienze AI di Search e che le buone pratiche consolidate restano valide. Chi promette una presenza garantita dentro le risposte generate sta vendendo un controllo che nessuno ha.

Cosa portarsi a casa

La brand awareness resta uno degli investimenti con il ritorno più alto e il tempo di attesa più lungo che un’azienda possa fare. Le due cose vanno insieme: se il ritorno arrivasse subito, l’avrebbero già fatto tutti e non varrebbe niente. Quello che ho provato a fare in questa guida è mettere accanto alla parte che trovi ovunque, la definizione e i quattro livelli, le tre condizioni che ne determinano la tenuta nel tempo e che quasi nessuno mette per iscritto: un nome che sia legalmente tuo, una protezione minima contro chi vorrà usarlo al posto tuo, e una descrizione di te abbastanza coerente da sopravvivere al passaggio attraverso un modello linguistico.

Il passo successivo dipende da dove sei. Se non hai una baseline, il lavoro di questo mese è misurare dove sei adesso, anche in modo grezzo. Se hai una baseline ma il nome non è registrato, quella è la prima cosa da chiudere. Se hai entrambi, allora la domanda diventa se il perimetro in cui vuoi essere ricordato è abbastanza stretto da essere conquistabile con le risorse che hai.

Richiedi una consulenza gratuita se vuoi capire a che punto è davvero la notorietà della tua azienda e quali di questi tre fronti hai scoperto: parliamone partendo dai tuoi numeri, senza slide preconfezionate.

Max Valle, Business AI Strategist
L'autore

Max Valle

Business AI Strategist

Dal 1993 aiuto imprese e professionisti a crescere online in sicurezza: sviluppo siti web, strategie di marketing digitale e intelligenza artificiale per studi e PMI. Oltre 2.500 aziende seguite in 12 paesi, 6 libri pubblicati e la certificazione di consulente privacy GDPR, senza mai mettere a rischio i dati dei clienti.

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