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Click depth: quanto conta davvero la profondità del clic per la SEO

Click depth: quanto conta davvero la profondità del clic per la SEO

La click depth, in italiano profondità del clic, è il numero di clic necessari per raggiungere una pagina partendo dalla homepage di un sito. Sembra un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, e invece è uno dei segnali con cui Google decide quali pagine del tuo sito meritano attenzione e quali possono aspettare. Se lavori online da qualche anno avrai sentito citare la famosa regola dei 3 click, secondo cui ogni contenuto dovrebbe essere raggiungibile in tre clic al massimo. In questa guida vediamo che cosa dice davvero Google sulla profondità del clic, perché la regola dei 3 click è per metà un mito, come misurare la click depth del tuo sito con strumenti concreti e come ridurla senza stravolgere l’architettura. Con qualche esempio preso da trent’anni di siti costruiti, e qualche errore visto ripetersi all’infinito.

Che cosa è la click depth (e perché non è la crawl depth)

Partiamo dalla definizione operativa. La homepage ha profondità zero. Una pagina raggiungibile con un clic dalla homepage, per esempio una voce del menu principale, ha profondità uno. Una pagina che richiede di passare da una categoria e poi da una sottocategoria ha profondità tre. La click depth di una pagina è sempre il percorso più breve: se un articolo è raggiungibile in due clic passando dal blog ma anche in cinque passando dall’archivio per data, la sua profondità è due.

Un chiarimento che in SERP quasi nessuno fa: click depth e crawl depth non sono la stessa cosa, anche se spesso vengono usate come sinonimi. La click depth descrive il percorso di un utente che naviga con il mouse o con il pollice. La crawl depth descrive il percorso di un bot che scopre le pagine seguendo i link. I due valori tendono a coincidere, ma non sempre: un link presente nel footer di tutte le pagine porta la profondità a uno anche per contenuti che un utente reale non troverebbe mai, mentre una pagina linkata solo da un widget caricato in JavaScript può risultare profondissima per un crawler che quel JavaScript non lo esegue. Quando analizzi un sito ti servono entrambe le prospettive.

Altra distinzione utile: la profondità del clic non c’entra nulla con la struttura degli URL. Una pagina con indirizzo lunghissimo e cinque sottocartelle può avere click depth uno, se è linkata dalla homepage. E una pagina con URL corto e pulito può essere sepolta a profondità sei. Google lo ha detto in modo esplicito, come vedremo tra poco. Questo non significa che gli URL non contino: contano per altri motivi, e se vuoi approfondire trovi qui la mia guida su come strutturare gli URL di un sito web. Ma sono due leve diverse, e confonderle porta a interventi inutili.

La regola dei 3 click: storia di un mito con un fondo di verità

La three-click rule nasce nei primi anni Duemila come principio di usabilità: se un utente non trova quello che cerca entro tre clic, abbandona il sito. Suona ragionevole. Peccato che la ricerca UX l’abbia smontata da tempo: gli studi condotti su utenti reali hanno mostrato che le persone non abbandonano al terzo clic, abbandonano quando i clic non le avvicinano all’obiettivo. Dieci clic chiari e prevedibili frustrano meno di tre clic ambigui. Il numero magico, semplicemente, non esiste.

E allora perché ne parliamo ancora? Perché la regola, sbagliata sul versante utenti, contiene un fondo di verità sul versante motori di ricerca. Nel 2018 John Mueller di Google, rispondendo a una domanda proprio su questo tema durante un Webmaster Hangout, disse una cosa che cito da anni: a Google interessa quanto sia facile trovare un contenuto. Se la homepage è la pagina più forte del sito, le pagine raggiungibili con un clic dalla homepage ricevono un po’ più di peso rispetto a quelle che ne richiedono molti. Non una penalizzazione per chi supera i tre clic, non una soglia: un segnale di importanza relativa, dichiarato apertamente da Google.

Detto questo, va tenuta la misura. La click depth è uno dei tanti segnali, non un fattore di ranking che ribalta le SERP da solo. Ho visto siti disordinati posizionarsi bene grazie a contenuti eccellenti, e siti perfettamente piatti restare invisibili perché non avevano niente da dire. La profondità del clic lavora ai margini: decide quali pagine del tuo sito partono avvantaggiate e quali svantaggiate, a parità di tutto il resto. Su un sito con cinquanta pagine il suo effetto è modesto. Su un ecommerce con cinquantamila, fa la differenza tra prodotti indicizzati e prodotti fantasma.

Perché la profondità del clic conta davvero per Google

I motivi concreti sono tre, e vale la pena guardarli uno per uno.

Il primo è la scoperta dei contenuti. Google trova le pagine nuove seguendo i link: la stessa SEO Starter Guide ufficiale ricorda che la stragrande maggioranza delle pagine nuove che Google scopre ogni giorno arriva proprio dai link, come spiega la guida introduttiva SEO di Google Search Central. Una pagina molto profonda è una pagina che il crawler incontra tardi, dopo aver attraversato molti livelli. Se poi i link che la raggiungono sono pochi e deboli, può non incontrarla affatto.

Il secondo è la distribuzione dell’autorevolezza interna. La homepage è quasi sempre la pagina con più link in ingresso, quindi quella che ha più valore da ridistribuire. Ogni livello di profondità diluisce questo valore: le pagine a profondità uno ne ricevono una quota piena, quelle a profondità cinque ricevono le briciole delle briciole. In pratica, la click depth è la mappa di come il tuo sito spende il proprio capitale di autorevolezza. Per questo ottimizzare i link interni resta una delle attività a più alto rendimento che conosca: sposti valore dove serve senza dover guadagnare un solo backlink in più.

Il terzo è il crawl budget. Google definisce il crawl budget come l’insieme di URL che può e vuole scansionare su un sito, e nella documentazione ufficiale sulla gestione del crawl budget chiarisce che il tema riguarda soprattutto i siti grandi, indicativamente dal milione di pagine, o quelli medi con contenuti che cambiano ogni giorno. Qui serve onestà, perché su questo punto si vende tanta fuffa: se il tuo sito ha duecento pagine, il crawl budget non è il tuo problema, e chi te lo presenta come emergenza ti sta vendendo una soluzione in cerca di problema. Ma se gestisci un ecommerce con migliaia di prodotti, filtri e paginazioni, la profondità determina quali pagine vengono scansionate spesso e quali ogni morte di papa. E una pagina scansionata raramente è una pagina che aggiorna il proprio posizionamento con mesi di ritardo.

Come misurare la click depth del tuo sito

Prima di correggere, misura. Sembra ovvio, ma nella mia esperienza quasi nessuno lo fa: si discute di architettura guardando il menu, quando la profondità reale si vede solo con un crawler.

Lo strumento più diretto è un crawler desktop come Screaming Frog, che per ogni URL riporta la voce crawl depth: lanci la scansione dalla homepage e ottieni la distribuzione completa delle profondità, con la possibilità di ordinare le pagine dalla più sepolta alla più esposta. Anche le suite SEO più diffuse, comprese quelle italiane, offrono report di profondità nelle rispettive sezioni di audit. In alternativa puoi partire dai dati di scansione di Google Search Console: le statistiche di scansione non mostrano la profondità in modo esplicito, ma le pagine rilevate e non indicizzate, o scansionate di rado, sono quasi sempre le stesse che un crawler ti segnala come profonde.

Come leggere i numeri? Le soglie che uso da anni con i clienti sono queste: profondità da uno a tre, zona verde, nessun intervento necessario. Profondità quattro o cinque, zona gialla: accettabile per contenuti secondari, da correggere se lì dentro ci sono pagine che devono generare traffico o fatturato. Profondità sei o oltre, zona rossa: per un sito di dimensioni normali significa che l’architettura ha un problema strutturale, quasi sempre paginazioni infinite o archivi che si autoalimentano. Il dato che conta non è la media, è dove stanno le pagine importanti. Un sito con profondità media due può avere il suo prodotto di punta a profondità sette, ed è lì che stai perdendo soldi.

Come ridurre la click depth senza appiattire tutto

Chiarito il quadro, vediamo le leve operative. L’obiettivo non è portare tutto a profondità uno: un sito completamente piatto, con centinaia di link in homepage, diluisce il valore di ogni singolo link e trasforma la navigazione in un elenco telefonico. L’obiettivo è avvicinare alla superficie le pagine che contano, lasciando in profondità quelle che possono starci.

La leva più potente è la struttura a hub: una pagina pilastro che tratta il tema principale e linka tutti gli approfondimenti, che a loro volta rimandano al pilastro e tra loro. Ho descritto il metodo nella guida al pillar article: dal punto di vista della click depth, un hub linkato dal menu porta automaticamente a profondità due decine di contenuti che altrimenti finirebbero dispersi negli archivi. È il modo più elegante di conciliare profondità bassa e architettura sensata.

Poi ci sono i link contestuali nel corpo dei testi, che oltre a ridurre la profondità costruiscono percorsi che gli utenti seguono davvero. Su questo tema ho raccolto alcune riflessioni su link interni e percorsi di navigazione che consiglio di leggere insieme a questa guida, perché il rischio opposto esiste: link interni messi a caso per abbassare la profondità producono percorsi che non porta a nulla seguire.

Terza leva, la paginazione. Gli archivi paginati sono la principale fabbrica di profondità che io veda negli audit: un blog con cinquecento articoli e dieci articoli per pagina spinge i contenuti più vecchi a profondità cinquanta. Le soluzioni esistono, dalla riduzione delle pagine intermedie ai link diretti alle pagine profonde dell’archivio, e le ho raccolte nella guida su come gestire la paginazione. Aggiungo le briciole di pane, che rendono la gerarchia leggibile a utenti e crawler, i box di articoli correlati, che creano scorciatoie trasversali tra contenuti fratelli, e una sitemap HTML per i siti di dimensioni contenute. Piccoli interventi, effetto cumulativo notevole.

Un avvertimento da chi ha visto il trucco fallire tante volte: il link nel footer verso tutto è una scorciatoia che non funziona. Porta formalmente ogni pagina a profondità uno, ma Google sa distinguere un link editoriale da un link ripetuto identico su diecimila pagine, e il valore trasmesso da questi ultimi è vicino allo zero. La profondità va ridotta con l’architettura, non con i trucchi.

Il metodo Aranzulla: un caso di scuola

Vuoi vedere la teoria applicata con rigore quasi maniacale? Guarda il sito di Salvatore Aranzulla, che analizzai anni fa recensendo il suo libro. Migliaia di articoli, eppure ogni contenuto resta a pochissimi clic dalla superficie: categorie asciutte, link contestuali fittissimi tra articoli affini, niente archivi labirintici. Ogni pagina spinge le sorelle. Si può discutere lo stile, non i risultati: quella architettura piatta e densa di collegamenti interni è una delle ragioni, insieme alla mole di contenuti, di un posizionamento che regge da vent’anni. La lezione trasferibile a qualsiasi PMI è che la click depth non si sistema una volta: si progetta, e ogni nuovo contenuto nasce già collegato al posto giusto.

Click depth nell’era della ricerca AI

C’è poi un motivo nuovo per occuparsi di profondità del clic, e nella SERP attuale non lo tratta quasi nessuno: i crawler dei sistemi di intelligenza artificiale. ChatGPT, Perplexity, Gemini e le AI Overview di Google costruiscono le loro risposte a partire dai contenuti che riescono a raggiungere e scansionare. E questi bot sono, per esperienza diretta sui log dei siti che seguo, molto meno pazienti di Googlebot: budget di scansione ridotti, esecuzione del JavaScript spesso assente, pochissima propensione a scendere in profondità. Una pagina a profondità sei che Googlebot prima o poi visita, per un crawler AI semplicemente non esiste. Se il tuo posizionamento futuro passa anche dall’essere citato dalle AI, e i numeri dicono di sì, la click depth smette di essere un dettaglio.

Il contesto d’uso rende il tema ancora più concreto. Secondo i dati ISTAT più recenti, in Italia il 79,1% delle persone dai sei anni in su naviga da smartphone, contro il 54% da computer, come riporta il report Cittadini e ICT dell’ISTAT. Su mobile ogni livello di navigazione costa di più: menu compressi in un’icona, sottomenu che richiedono tocchi precisi, tempi di caricamento che si sommano a ogni passaggio. Un’architettura che su desktop sembra accettabile, su smartphone diventa un percorso a ostacoli.

Ti racconto un caso della nostra pratica, senza nomi. Un ecommerce lombardo del settore ricambi, circa quarantamila prodotti, fatturato online fermo da due anni. L’audit rivelò che oltre il sessanta per cento delle schede prodotto stava a profondità sei o più, raggiungibile solo attraversando filtri e paginazioni: Google le scansionava una volta ogni tre mesi, i crawler AI mai. Ristrutturammo l’architettura con pagine hub per le famiglie di prodotti più cercate e una paginazione accorciata. Nessun contenuto nuovo, nessun backlink: nel giro di alcuni mesi le schede rientrate in zona verde hanno ripreso a indicizzarsi con regolarità e il traffico organico di quelle sezioni è cresciuto in modo misurabile. Non prometto a nessuno che succeda sempre, ogni sito fa storia a sé: ma quando le pagine giuste sono sepolte, riportarle in superficie è spesso l’intervento con il miglior rapporto tra costo e risultato.

Da dove cominciare, in pratica

Se vuoi mettere mano al tuo sito questa settimana, il percorso minimo è questo. Scansiona il sito con un crawler e guarda la distribuzione delle profondità. Elenca le dieci pagine più importanti per il tuo business e verifica a che profondità stanno: tutto ciò che genera contatti o vendite e sta oltre la profondità tre merita un intervento. Costruisci o rafforza le pagine hub, sistema la paginazione, aggiungi link contestuali dai contenuti forti verso quelli sepolti. Poi rimisura, perché senza il confronto prima e dopo non saprai mai se ha funzionato.

Riepilogo dei punti chiave

La click depth (profondità del clic) è il numero di clic necessari per raggiungere una pagina dalla homepage. Non va confusa con la struttura degli URL né con la crawl depth dei bot. La regola dei 3 click è un mito sul piano dell’usabilità, ma contiene una verità SEO: John Mueller di Google ha confermato che le pagine vicine alla homepage ricevono più peso. La profondità incide su scoperta dei contenuti, distribuzione dell’autorevolezza interna e crawl budget, quest’ultimo rilevante soprattutto per i siti grandi. Si misura con un crawler come Screaming Frog: zona verde fino a profondità tre, zona rossa da sei in su. Si riduce con pagine pillar, link contestuali, gestione della paginazione e breadcrumb, non con trucchi come i link massivi nel footer. Con l’ascesa dei crawler AI, meno pazienti di Googlebot, e della navigazione da smartphone (79,1% degli italiani), tenere le pagine strategiche in superficie è diventato ancora più importante.

Domande frequenti sulla click depth

Che cosa è la click depth di una pagina?

La click depth, o profondità del clic, è il numero minimo di clic necessari per raggiungere una pagina partendo dalla homepage del sito. La homepage ha profondità zero, le pagine linkate dal menu principale hanno profondità uno, e così via. Si calcola sempre sul percorso più breve disponibile.

La regola dei 3 click è vera?

Come regola di usabilità no: gli studi UX hanno mostrato che gli utenti non abbandonano dopo tre clic, ma quando i clic non li avvicinano all’obiettivo. Come indicazione SEO contiene però una verità: Google dà più peso alle pagine facilmente raggiungibili dalla homepage, quindi tenere i contenuti importanti entro tre clic resta una buona pratica, senza trattare il tre come soglia magica.

La click depth è un fattore di ranking di Google?

Non è un fattore di ranking dichiarato come tale, ma John Mueller di Google ha confermato che le pagine raggiungibili con pochi clic dalla homepage ricevono un po’ più di peso nei risultati di ricerca. La profondità incide inoltre su frequenza di scansione, scoperta dei contenuti e distribuzione dell’autorevolezza interna, che influenzano il posizionamento in modo indiretto.

Come si misura la profondità del clic?

Il metodo più diretto è scansionare il sito con un crawler come Screaming Frog, che riporta la crawl depth di ogni URL partendo dalla homepage. In alternativa, molte suite SEO includono report di profondità nei loro audit. Come riferimento: profondità da uno a tre va bene, quattro o cinque va monitorata, sei o oltre segnala un problema di architettura.

Qual è la differenza tra click depth e crawl depth?

La click depth misura i clic che servono a un utente per raggiungere una pagina, la crawl depth misura i passaggi che compie un bot seguendo i link. Spesso coincidono, ma non sempre: un link nel footer abbassa la profondità formale senza creare un percorso reale per gli utenti, mentre un link caricato in JavaScript può essere invisibile ai crawler che non lo eseguono.

La click depth conta anche per la SEO sulle AI e le ricerche senza clic?

Sì, e sempre di più. I crawler dei sistemi AI come ChatGPT e Perplexity hanno budget di scansione ridotti e raramente raggiungono le pagine profonde: un contenuto sepolto difficilmente verrà citato nelle risposte generate. In un contesto di ricerche senza clic e AI Overview, essere tra le fonti raggiungibili e scansionate è la condizione minima per esistere.

La profondità giusta per il tuo sito

La click depth non è la leva che da sola porta un sito in prima pagina, e chi te la presenta così sta esagerando. È però una di quelle fondamenta che, se sbagliate, limitano il rendimento di tutto il resto: contenuti eccellenti sepolti a profondità sei lavorano con il freno a mano tirato, per Google, per i crawler AI e per chi naviga da smartphone. Misura, riporta in superficie le pagine che contano, progetta ogni nuovo contenuto già collegato al posto giusto. Se vuoi capire dove sta perdendo valore l’architettura del tuo sito e quali interventi renderebbero di più, parliamone.

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Max Valle, Business AI Strategist
L'autore

Max Valle

Business AI Strategist

Dal 1993 aiuto imprese e professionisti a crescere online in sicurezza: sviluppo siti web, strategie di marketing digitale e intelligenza artificiale per studi e PMI. Oltre 2.500 aziende seguite in 12 paesi, 6 libri pubblicati e la certificazione di consulente privacy GDPR, senza mai mettere a rischio i dati dei clienti.

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